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fucinedigitali

lunedì, giugno 04, 2007

Prova
posted by brv3 6/04/2007 06:03:00 PM

giovedì, aprile 08, 2004

Il corpo elettronico in gioco

di Arturo Di Corinto da Il Manifesto del 8/4/2004

La società della sorveglienza è resa possibile dalle tegnologie digitali e dalla diffusione di Internet. La privacy diventa così una risorsa e uno strumento di competizione economica. Per questo motivo, il controllo sui dati personali è al centro di un conflitto che vede come protagonisti le imprese, lo stato e i singoli. Un'intervista a Stefano Rodotà

Prima il decreto cosiddetto «Grande fratello», poi quello antipirateria chiesto dal Ministro dei beni culturali Giuliano Urbani, infine il conflitto sui dati dei passeggeri da e verso gli Usa. Sono solo gli ultimi episodi di una una lunga serie di fatti che attestano come il tema della privacy sia diventato questione dirimente nelle società democratiche. Questo accade perché oggi la nozione di «riservatezza» non definisce più soltanto il limite dell'azione dello stato o delle imprese nella vita privata, ma investe il diritto, e quindi il potere di controllo sulle proprie informazioni, indipendentemente da chi le ha raccolte e ovunque si trovino. La privacy è infatti divenuta un diritto fondamentale della persona nella «Carta dei diritti» dell'Unione europea e che ha un riflesso nei primi due articoli del nuovo Codice sulla privacy, entrato in vigore all'inizio dell'anno. Alla luce di questa novità, abbiamo chiesto a Stefano Rodotà, presidente dell'Autorità Garante della Privacy, che significato assume la «riservatezza» in un mondo interconnesso fatto di tracce elettroniche e database digitali. E' nota l'attenzione di Rodotà su questo «tema», riscontrabile non solo nella sua veste istituzionale di garante, ma anche nella sua attività di filosofo del diritto, come testimoniano ad esempio i volumi Tecnologia e diritti (Il Mulino) e Questioni di bioetica (Laterza). L'esordio di Rodotà è sintetico e lucido come è sua consuetudine: «La privacy tutela l'insieme delle informazioni che riguardano il nostro "corpo elettronico" e rappresenta uno strumento necessario per rendere effettiva la tutela di altri diritti fondamentali. Quello alla salute, ad esempio: solo sapendo che i dati medici non saranno conosciuti , una persona sieropositiva si sottoporrà al test, e qualsiasi cittadino deve avere sempre la garanzia che la conoscenza del suo stato di salute non generi discriminazioni. La tutela della privacy è divenuta un potente fattore di eguaglianza».

La rilevanza della privacy non sembra più prerogativa di una elite culturale...

Sono state le innovazioni scientifiche e tecnologiche a mutare la dimensione qualitativa e quantitativa delle raccolte di informazioni personali accrescendo, accanto ai vantaggi legati al trattamento elettronico delle informazioni, i timori per la nascita di una società della sorveglianza e della classificazione. Leggi e autorità di garanzia hanno trasferito queste preoccupazioni nella dimensione istituzionale, attribuendo ai cittadini un potere diretto di controllo sui detentori delle informazioni, contribuendo così ad un radicamento sociale dell'esigenza di tutela dei dati personali. In questa direzione, l'incidenza di Internet è stata e rimane fortissima, come dimostrano in particolare le richieste di anonimato in rete e le preoccupazioni per le norme sulla conservazione dei dati di traffico.

Il rapporto dell'«eurobarometro» dice che il 63% degli italiani teme di lasciare i propri dati su Internet....

Si tratta di un timore che ha ragioni diverse. Timori di essere posti sotto controllo, furti d'identità, interferenze indesiderate come quelle prodotte dal cosiddetto spamming, quando cioè diventiamo bersaglio di invio di posta elettronica pubblicitaria da parte di imprese che hanno avuto chissà come il nostro indirizzo telematico. Poiché questi sono gli effetti di dinamiche di mercato e di interventi autoritari di poteri pubblici, una rassicurazione può venire solo da specifiche regole di garanzia, da una vera «Costituzione per Internet».

Aumentare la fiducia dei cittadini circa la sicurezza delle transazioni via internet potrebbe trasformare la privacy da costo a risorsa?

E' davanti agli occhi di tutti l'offerta di strumenti di difesa contro lo spamming: la privacy come occasione per nuove attività d'impresa. Conosciamo già casi in cui l'offerta di un bene o servizio è accompagnata dall'assicurazione che i dati dell'acquirente saranno cancellati appena conclusa la transazione: si pensa che - proponendo insieme beni, servizi e privacy - l'offerta diventi più competitiva. La privacy si trasforma così in una risorsa da spendere nel mercato.

L'esistenza di leggi a tutela della privacy può indurre i cittadini ad abbassare la guardia?

L'idea che esiste una autorità di garanzia può tradursi in un affidamento, in una delega, e quindi in una caduta di attenzione. E' indispensabile, allora, insistere con forza sul fatto che la vera novità delle leggi sulla privacy sta nel costituire ciascuno di noi come «garante di se stesso», dunque titolare di un potere che può essere agevolmente esercitato in forme individuali o collettive. Le autorità di garanzia non monopolizzano la tutela. Sono il segno di una indispensabile attenzione pubblica, dell'impossibilità di lasciare i cittadini soli a competere con i signori dell'informazione, ma in un contesto dove è auspicabile l'attivismo dei cittadini.

Ma chi è veramente in grado di farlo? E come?

Esiste un privacy divide che riguarda le aree territoriali, il reddito, l'istruzione, l'accesso alle nuove forme di conoscenza. Ma può essere ridotto da politiche di alfabetizzazione informatica concepite come apprendimento critico della tecnologia per evitare squilibri tra coloro che hanno piena disponibilità del sapere e chi non è consapevole della propria condizione di esclusione, occultata dalla disponibilità materiale dei mezzi informatici.

Serve un'alleanza tra norme di garanzia e privacy enhancing technologies. E' palese la necessità di un quadro di adeguate garanzie «costituzionali» per la comunicazione in rete.

Ma la consapevolezza che questo è un tema rilevante ha modificato il comportamento delle imprese? In altri termini, le aziende rispettano la legge sulla privacy?

In generale, continuiamo ad incontrare più difficoltà a far rispettare la legge nel settore pubblico che in quello privato. Casi significativi di violazione si sono verificati nel settore bancario, in quello dei servizi di telefonia. Sono state effettuate ispezioni, e sono già numerosi i casi di denunce all'autorità giudiziaria.

Oggi le imprese pretendono di controllare la posta elettronica ai dipendenti. Non e' una violazione dello statuto dei lavoratori?

Il controllo della posta elettronica incide anzitutto sulla «libertà e segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione», come recita l'articolo 15 della Costituzione. Può diventare, insieme ad altre forme di sorveglianza elettronica, parte di programmi di controlli a distanza, vietati dallo Statuto dei lavoratori. In via di principio, dunque, non è ammissibile. Può diventarlo solo in contesti particolari, in casi specifici, e con ulteriori e forti garanzie. Il divieto di raccogliere informazioni sulle opinioni politiche religiose o sindacali del lavoratore da parte del datore di lavoro è la premessa necessaria per manifestarle liberamente senza correre il rischio della discriminazione.

La moltiplicazione e l'integrazione dei database che a livello europeo monitorizzano i comportamenti dei cittadini europei ci pone una domanda: chi controlla il controllore?

Sarebbe troppo facile sostenere che le autorità di garanzia sono soggette al controllo diffuso dei cittadini. Per quanto riguarda le autorità specificamente volte alla tutela dei diritti fondamentali, come sono appunto quelle riguardanti la privacy, in esse si esprime una precisa linea: accompagnare l'attribuzione individuale dei diritti con istituzioni che possono contribuire a renderne effettiva la realizzazione. Rimane comunque essenziale assicurarne l'indipendenza.

L'Unione europea è impegnata in un braccio di ferro con gli Usa circa le garanzie del trasferimento dei dati dei passeggeri dell'Unione verso il dipartimento americano per l'«Homeland security» che non darebbe adeguate garanzie di tutela dei dati. Qual è la situazione oggi?

La Commissione non è mai riuscita ad essere, o piuttosto non ha mai voluto rappresentare, una vera controparte ai diktat dell'amministrazione americana. Oggi è reale il rischio che i dati riguardanti i passeggeri delle linee aeree tra Europa e Stati Uniti vengano trasferiti senza adeguate garanzie, contribuendo ad accrescere il potere americano di controllo planetario delle persone. Ma il parlamento europeo ha chiesto uno stop a tutto questo e noi oggi siamo più fiduciosi in un esito della vicenda che dia adeguate garanzie ai cittadini europei..

Si continua a ritenere che la raccolta e l'analisi dei dati dei singoli cittadini siano funzionali a garantire la sicurezza di tutti. Ma come si spiegano gli attentati dell'11 settembre?

Le nuove richieste di sorveglianza vengono giustificate proprio con l'argomento che le passate raccolte di informazioni non sono state in grado di evitare gli attentati. Si omette così di prendere in considerazione le gravi manchevolezze dei sistemi di intelligence, ci si affida ad una deriva tecnologica che trasforma tutti i cittadini in potenziali sospetti, si entra in rotta di collisione con il quadro dei diritti fondamentali. L'esperienza invece dimostra possibile trovare il giusto equilibrio tra sicurezza e privacy. Con l'argomento della lotta al terrorismo, invece, si vuole estendere la sorveglianza senza limiti. Il conflitto, allora, diviene quello tra sicurezza e democrazia.

posted by brv3 4/08/2004 11:35:00 AM

lunedì, marzo 29, 2004

26.000 to be deported from the Netherlands

From Indymedia

The Dutch gouvernment plans to pass a bill to allow a massive deportation of 26.000 asylum seekers, while only a tiny number of asylum seekers received a permit to stay in the Netherlands. Ever since this proposal, a wave of protest actions flooded the country and international organisations like Human Rights Watch condemn the policy as it would violate international standards and create dangerous situations for refugees.

In the series of actions that started at the end of Januari, a protest was planned at the detention centre of Zestienhoven near Rotterdam on Sunday the 21st of March. The demonstration was announced in due form and security issues were discussed with the local authorities. In spite of that, the local authorities illegally decided to forbid all protests, not only around Zestienhoven but in the whole city of Rotterdam.

A major police blockade was set up around the city. Two busses were stopped, all passengers were checked for id and illegaly photographed. Four people were arrested. All cars on their way to Zestienhoven were stopped, the people in the cars were questionned and photographed. They had to provide "a really good reason" to be let through. Public transport was stopped, all passengers were taken of those busses to be indentified and photographed as well. Protestors tried to walk back to the trainstation in a demonstration, but they were forbidden and forced back on a bus back to the city. Three police cars followed the bus all the way back to the trainstation that was swarming with cops too. Only a small alternative protest in front of the Bijlmer prison, which has a deportation section, in Amsterdam was allowed.


posted by brv3 3/29/2004 09:54:00 AM

mercoledì, febbraio 25, 2004

Il corpo mutante nel corpo del re.

Il corpo mutante è preso d'assedio e fa guerriglia insinuandosi (con potenzialità virali) tra le fila nemiche. Lo scontro immaginante tra corpi variamente protesici non è una novità (1). La lunga battaglia cyb/org si rinnova. Il corpo del mutante, questo il paradosso da black out, entra -mai palesemente come adesso- nel corpo del re. Lo Stato si siede sul corpo mutante come un elefante su un sofà ricamato di raso e si mostra con rughe trasformate in spazi falsamente lisci, sorrisi da simulacro, prostate ricostruite su colonna sonora di Michael Jackson post Five, seni tondi vetustamente moderni e persino labbra carnose e zigomi levigati alla Orlan.

Occupato dal potere il corpo mutante è striato, territorializzato e mostrato impudico nelle sue nuove perfezioni. Impunemente indicato nella sua trasformazioni, il corpo del re diventa l'amplesso di un film porno, mostrato come uno scalpo, senza la solita edipica vergogna borghese.

Il corpo del re è auto-violato, è un incesto che si consuma senza più triangolazioni, collassato dal potere sul potere stesso. Il corpo del re, sacrificato alla mutazione, pare (?) non essere più Homo Sacer. Il re si mostra non banalmente nudo: è assurdamente vestito, trasformato, mutato come un qualunque corpo protesico. Lo Stato, con il re mutante si adegua agli spazi postmoderni, striandoli come suo solito. Le potenzialità virali, mutogene, sono nel corpo stesso del re, ma non basta. Da quest'altra parte, dal lato di chi fugge e scappa e inventa e fa guerriglia è necessario svestire i panni che ha preso il re, estremizzare l'immaginazione cyborg tendendo sempre più verso la parte cyber, sparire ancora di più, non mostrare la faccia, non mostrare più il corpo, far sparire persino il re. Dovunque esso sia e qualunque mutazione assumi.

BV

(1) Dal mito di Icaro ai Golem praghesi passando dai mostri/cyborg di Mary Shelly fino a quelli cinematografici di Robert Weine e Fritz Lang (senza dimenticare quasi l'intera successiva letteratura di Philip Dick) i momenti di crisi tra corpi mutanti e resto del mondo non si contano. Con le dovute differenze potrebbero essere buttati nella mischia anche Moby Dick e King Kong, ma la cosa diventa più complicata (ma sarebbe interessante approfondire soprattutto Moby Dick versione cyborg) e si rischia di lasciare fuori nomi importanti. Meglio, per ora, fermarsi qui.

posted by brv3 2/25/2004 06:00:00 PM

giovedì, febbraio 19, 2004

Tanworth: Au contraire Salome'

Ultima new entry su aporia. www.fucinedigitali.com/aporia/visions.htm

Ancora visioni. La faccenda si fa seria.

posted by brv3 2/19/2004 11:51:00 AM

lunedì, gennaio 26, 2004

Il corpo sopravvissuto (by Noumeda)

http://www.fucinedigitali.com/aporia/visions.htm

Nuove visioni su aporia. Enjoy!
posted by brv3 1/26/2004 04:03:00 PM

martedì, dicembre 16, 2003

Programma Cantiere dei Saperi 15-21 dicembre 2003
Pescara - Teatro D’Annunzio (spazio al coperto)


Lunedì 15 dicembre

Ore 17.00
Seminario
La storia delle stragi in Italia (a cura di Alberto Marino)
Ore 18.00
Lab
Tele Street (tv di quartiere a cura di GlobalProject Abruzzo con proiezione di video di movimento)
Ore 19.00
Lab
FreeSoftware (a cura di Fausto Di Nisio)
Seminario
Economia alternativa e stili di vita (a cura di Renato Di Nicola, ASF)
Ore 21.00
Incontro
Narrazioni intermittenti del FSE di Parigi (a cura della carovana abruzzese)
Ore 22.30
Cinema
Segreti di Stato di Paolo Benvenuti (Festival di Venezia 2003- Film inchiesta sulla strage del 1951 di Portella della Ginestra)
Ore 23.00
Live music set di RadioCittà


Martedì 16 dicembre

Ore 17.00
Seminario
La storia delle stragi in Italia (a cura di Alberto Marino)
Seminario
La rivoluzione dell'agnello sexy: storie e illuminazioni di Allen Ginsberg, Abbie Hoffman ed altri esploratori, ovvero della genealogia di Seattle (a cura di Maurizio Acerbo)
Ore 18.00
Lab
Tele Street (tv di quartiere a cura di GlobalProject Abruzzo con proiezione di video di movimento)
Ore 19.00
Seminario
Acqua! Conflitti sociali, democrazia e speranza nella gestione dell'acqua. Esperienze di campo interventi su conflitto sociale sulla questione acqua in America latina (Angela Giovannantonio, ASF) e caso spagnolo di cittadinanza attiva per la custodia del territorio e dei fiumi (Luisa Giannangeli, WWF)
Lab
FreeSoftware (a cura di Fausto Di Nisio)
Lab
Inchiesta Con-ricerca e Genere (a cura del collettivo universitario Alter@zioni)
Ore 21.00
Cinema
Il popolo migratore di Jacques Perrin (il più bel film mai girato sulla natura!)
Ore 22.30
Performance
Acqua Fresca di Pablo Sax
Ore 23.00
Cinema
La 25° ora di Spike Lee (favola metropolitana dopo l’11 settembre)
Live music set di RadioCittà


Mercoledì 17 dicembre

Ore 17.00
Seminario
La storia delle stragi in Italia (a cura di Alberto Marino)
Ore 18.00
Lab
Tele Street (tv di quartiere a cura di GlobalProject Abruzzo con proiezione di video di movimento)
Lab
Lettura creativa (a cura del collettivo universitario Alter@zioni)
Ore 19.00
Lab
FreeSoftware (a cura di Fausto Di Nisio)
Lab
Manuale di sopravvivenza nella giungla dei media - tutto quello che devi sapere per stampare adesivi, magliette, striscioni, preparare file per stampa tipografica, inviare allegati e-mail - (a cura di Carlo Sciarra e Lucio Selvaroli)
Ore 21.00
Presentazione
FreeSoftware: Dyne:Bolic (a cura di Isazi, Smilzo e Shezzan della Metro Olografix)
Lab
Il corpo invaso: verso il panopticon (a cura dei Teatri OFFesi)
Ore 22.30
Video
We are the poors. Cronache dal Sudafrica 2002 seguirà incontro con l'autore Michele Citoni Live music set di RadioCittà


Giovedì 18 dicembre

Ore 18.00
Lab
Tele Street (tv di quartiere a cura di GlobalProject Abruzzo con proiezione di video di movimento)
Lab
Lettura creativa (a cura del collettivo universitario Alter@zioni)
Ore 19.00
Lab
FreeSoftware: Dyne:Bolic (a cura di Raffaele Mauro)
Seminario
Acqua! Conflitti sociali, democrazia e speranza nella gestione dell'acqua. Esperienze di campo intervento su privatizzazione degli acquedotti e vendita dei fiumi alla multinazionale Black and Veatch: stato dell'arte e cosa possiamo fare (Isidoro Malandra, ASF).
Lab
Inchiesta Con-ricerca e Genere con Judith Revel - curatrice di “Divenire donna della politica” Posse – (a cura del collettivo universitario Alter@zioni)
Ore 21.00
Incontro
Conflitto del lavoro cognitivo e movimento dei movimenti con Antonio Caronia (Forum dei teatri - Milano) e i redattori di Posse Judith Revel, Francesco Raparelli e Antonio Conti a seguire video Parigi intermittente (Riot Generation Video)
Lab
Il corpo invaso: verso il panopticon (a cura dei Teatri OFFesi)
Ore 22.30
Cinema
Appuntamento a Belleville (Animazione francese con colonna sonora tra jazz e music-hall – vero e proprio evento di Cannes 2003)
Musica
Pietro Di Meco (cantautore)
Live music set di RadioCittà


Venerdì 19 dicembre

Ore 17.00
Seminario
ConFini Zero: antiproibizionismo e dintorni con Sergio Boccadutri e Gianni Piscione a seguire proiezione del video L’erba proibita
Ore 18.00
Lab
Tele Street (tv di quartiere a cura di GlobalProject Abruzzo con proiezione di video di movimento)
Lab
Lettura creativa (a cura del collettivo universitario Alter@zioni)
Ore 19.00
Lab
FreeSoftware: Dynabolic (a cura di Raffaele Mauro)
Seminario
Acqua! Conflitti sociali, democrazia e speranza nella gestione dell'acqua. Esperienze di campo intervento su tutto quello che avreste voluto sapere sul caso del Terzo Traforo del Gran Sasso e dei Laboratori di Fisica Nucleare e non vi hanno mai detto (Augusto De Sanctis, WWF)
Lab
Inchiesta Con-ricerca e Genere (a cura del collettivo universitario Alter@zioni)
Ore 20.30
Incontro
La strategia del caracol: 1994-2004 10 anni di zapatismo con Wilma Mazza (Ya Basta! Nord-Est), Gigi Sullo (direttore di Carta) e Michele De Palma (Giovani Comuniste/i) a seguire proiezione di Caminantes di Fernando De Leon (10 anni di visioni zapatiste)
Lab
Il corpo invaso: verso il panopticon (a cura dei Teatri OFFesi)
Ore 23.00
Live music set di RadioCittà e PurhateZine/RocketIndie
Namosh (sperimentazioni elettroniche di un ballerino performer berlinese)
Collettivo Plus (electro)


Sabato 20 dicembre

Pomeriggio
Iniziativa pubblica contro il terzo traforo e la decisione del Consiglio regionale di negare ai cittadini il referendum
Ore 21.00
Presentazione
Derive Approdi con i redattori della rivista Gigi Roggero e Francesca Pozzi
Ore 22.00
Presentazione
Telestreet - macchina immaginaria non omologata - con l’autore Franco Berardi Bifo
Ore 23.00
Live music set di RadioCittà


Domenica 21 dicembre

Ore 17.00
Lab
Manuale di sopravvivenza nella giungla dei media - tutto quello che devi sapere per stampare adesivi, magliette, striscioni, preparare file per stampa tipografica, inviare allegati e-mail – (a cura di Carlo Sciarra e Lucio Selvaroli)
Lab
Inchiesta Con-ricerca e Genere con Francesca Pozzi – sconvegno - (a cura del collettivo universitario Alter@zioni)
Ore 18.00
Lab
Tele Street (tv di quartiere a cura di GlobalProject Abruzzo con proiezione di video di movimento)
Ore 19.00
Seminario
Linguaggio: il Significante Dominante con Bruno Ventre (redattore di Luoghi Corporei)
Presentazione
Progetto SpaziaPescara con Tommaso Di Biase (Assessore all’Urbanistica del Comune) e Scipione Semeraro (collaboratore di SpaziaRoma, resp. Cultura PRC)
Ore 20.00
Assemblea
Cittadinanza attiva: spazi e territori con la partecipazione del Comitato “ScanZiamo le Scorie”
seguirà proiezione video sulla mobilitazione lucana antiscorie
Ore 22.30
Presentazione
L’impero invisibile con l’autore Mauro Bulgarelli (parlamentare Verdi) e Giovanni Russo Spena (parlamentare PRC)
Festa
SDC Posse (Hip-Hop e Raegge dalla Calabria) + Dj di RadioCittà

Tutti i giorni:

Mostre
Visioni di Parigi Intermittenti del Collettivo universitario Alter@zioni
Personale di Juliaan Hondius –
Acqua Fresca videoinstallazione di Pablo Sax
Raccolta firme
SpaziaPescara
Ritiro truppe dall’Iraq
Internet Point
Libreria Primo Moroni – MovimentAzioni
Punto bar “Osteria di Don Durito”
Cantiere on air dalle ore 18.30 in diretta sui 97.8 e 88.9 di Radio Città – Popolare Network

Tutto questo grazie alla costituente Rete del Nuovo Municipio - partecipazione attiva di cittadini e cittadine: Abruzzo Social Forum, Forum economia e stili di vita, Forum acqua e territorio, Lab. Disobbediente, Ass. Il Mandorlo – commercio equo e solidale, Ass. MovimentAzioni, Ass. Jonathan, Ass. Kabawill, Ass. Dialogo, LAV, WWF, Teatri OFFesi, Radiocittà-Popolare Network, Global Project, Giovani Comuniste/i, Collettivo universitario Alter@zioni, Studenti in movimento, Girotondi, Rocket/PurhateZine, operatori culturali, dello spettacolo, artisti, musicisti, cantanti e molte/i “semplici” cittadine/i attivi.

Info: www.abruzzosocialforum.org / info@abruzzosocialforum.org / 085.66788

posted by brv3 12/16/2003 05:27:00 PM

mercoledì, dicembre 03, 2003

Luoghi Corporei intervista Renato Curcio

Cinque domande che suscitano altre domande?
Risposte che aprono a nuove riflessioni?
Un’ intervista che si trasforma in un confronto?.
Esperienze che si toccano e si muovono insieme?.



D: Partendo dalle trasformazioni che hanno interessato il mondo e le figure
del lavoro, trasformazioni che hanno portato a una progressiva precarizzazione, e atomizzazione delle relazioni fra gli stessi lavoratori, tu parli a questo proposito di indifferenza, in che modo questo tipo di dispositivo si inserisce nelle dinamiche del controllo sociale a livello generale.

R: Il paradigma a fondamento del controllo del lavoro è identico a quello
che regola ogni relazione e produzione sociale .
Esso si fonda sulla nozione di controllo preventivo.
Mentre nel paradigma della modernità pesante, si attendeva che un reato
fosse commesso, e una volta verificatolo lo si puniva, oggi in seguito al
passaggio nel paradigma della modernità fluida, non si attende che il soggetto commetta il reato, ma si prevede che un soggetto possa compiere un reato, e lo si penalizza preventivamente.
Inoltre all’interno del primo paradigma l’intervento avviene direttamente
sul reo, mentre nel secondo si individua attraverso un calcolo probabilistico
un soggetto collettivo considerato a rischio. Ad esempio si considera come
cosa probabile che un migrante senza lavoro, senza casa, commetta un reato, e allora lo si reclude in un CPT.
Si è arrivati alla reclusione senza reato, dispositivo che abbiamo già visto
agire nei campi di concentramento.

D: Tu parli di un soggetto controllore di sé stesso che si autodisciplina
e normalizza ai canoni sociali. Il disagio è immediatamente patologizzato,
e si traduce spesso in pratiche di violenza, autolesionismo, depressione.
A questo proposito possiamo dire che il teatro del conflitto si sposta dal
confronto con l’istituzione al corpo stesso?

R: Si, è possibile vedere un trasferimento dei dispositivi all’interno della
persona che diviene attore dell’istituzione attraverso un processo di
autoregolamentazione che lo porta a dissociarsi da sé.
Ad esempio quando un giudice concede la semilibertà a un detenuto, gli fa
firmare un foglio in cui sono scritte le regole del comportamento da seguire.
Il detenuto lo firma e diventa carabiniere di sé stesso: una parte di sé
vorrebbe uscire, fare tardi non rispettare quelle regole ma l’altra parte
comanda di obbedire e censurarsi.

D: Dato che le forme del controllo agiscono direttamente sulla vita , permeandone tutti gli aspetti e inducendo bisogni, è possibile uscire da questa gabbia attraverso un esodo che porti alla creazione di un corpo mai più organizzato?

R: Sicuramente è possibile, perché noi dobbiamo pensare di avere una possibilità dinanzi a noi, però le vie mediante cui ci si organizza in questo momento sono imperscrutabili.
Sicuramente bisogna partire dalla riappropriazione di sé e degli altri insieme, si tratta di un percorso che deve fare i conti con le identità multiple: l’altro non è fuori da te, questa è la strada.

D: A proposito della ricerca di una via per inventare una nuova opzione
politica, ritieni che l’utilizzazione delle nuove tecnologie informatiche
e della rete telematica possa essere lo strumento più efficace per organizzare una lotta globale e creativa che svincoli il corpo dall’involucro del Significante Supremo e renda meno utopico di ieri il configurarsi trasversale di reti rizomatiche di individui liberi?

R: Si e no.
Perché la rete connette ma disconnette con la stessa facilità.
Si può staccare la spina e uccidere l’interlocutore, quindi lavorare sulla
rete va bene ma bisogna anche tenerne presente il rischio.
Il punto centrale è la dimensione della vita di relazione, gli uomini si
toccano e imparano nuove modalità di relazione.

D: Un’ ultima domanda sul Movimento: noi pensiamo che stia attraversando una fase di stallo prodotta da una sorta di scollamento dai flussi concreti più significativi, e che rischi di chiudersi al confronto dialettico con la realtà. Credi che questo sia solo un passaggio ed una fase di preparazione ad un salto qualitativo in avanti?

R: Innanzitutto il Movimento è un’astrazione: siete tanti, ognuno, reti,
fantasie, anche trucchi.
La cosa importante è non guardarlo in modo ingenuo, al suo interno vi sono
anche detriti e cose vecchie. Di molto positivo questo Movimento si chiede
una cosa: il modo di stare insieme che non ponga come centro la condivisione dello stesso punto di vista, ma lo fonda sul conflitto, sul confronto, se pensato in questo modo allora è davvero un processo infinito.



Elena Motolese-Fiorella Paone

Alter@zioni-Pescara
posted by brv3 12/03/2003 05:10:00 PM

martedì, novembre 18, 2003

Fratelli d'Italia

ieri sera bussano al citofono: disribuzione di bandiere da appendere al
balcone per la buffonata di stamattina a roma. il corteo passa proprio sotto
casa. che culo. ho preso la bandiera mandando quasi a quel paese il
poveraccio che le portava, poi mi sono reso conto che non è mica colpa sua.
magari ai prossimi mondiali puo' tornare utile. le mie tasse servono per
questo, meravigliose sceneggiate post (o pre) regime. i terroristi li
battiamo con le nostre sfilate e il nostro cordoglio. purtroppo questi
benedetti iracheni (sunniti, sciiti o come diavolo si chiamano) non si
vogliono mettere in testa che le bombe che gli abbiamo scaricato nel culo a
grappoli erano solo per dargli democrazia e libertà. adesso terrorizzano i
nostri ragazzi. i nostri ragazzi i nostri ragazzi. noi l'avremmo chiamata
resistenza. loro sono terroristi. va bene cosi', tutti a cantare l'inno. i
leghisti, i fascisti, i comunisti, i democrazisti. tutti con la mano sul
cuore. martino non va a fare la guerra. ci vanno i disperati. i miei amici,
che giù di lavoro non ce n'è. e la macchina bisogna comprarla e la benzina e
l'assicurazione. vado a fare una missione e torno. pagano bene. si, magari è
pericoloso ma non è mai successo niente. noi, gli italiani, ci vogliono
bene. noi andiamo e capiamo perché siamo poveri e maledetti come loro. e nel
culo, la democrazia, ce l'hanno data prima a noi. e poi posso chiamare la
mia ragazza dall'iraq una volta a settimana e si' che questo cazzo di mitra
pesa, ma lo dobbiamo tenere sempre con noi. ma non succede niente. non ti
preoccupare. non ti preoccupare. hai visto la foto? come sono bello con la
mimetica e il mitra. ma non lo usiamo mai. non ti preoccupare. torno presto.
tre settimane e poi sto da te. e invece stavolta non torno, divento un eroe,
per salvare chi non sa nemmeno dove sta l'italia. e non sa nemmeno perché
adesso vogliamo dargli tutta la libertà del mondo. e fa caldo qui e come
fanno a camparci. stiamo qui per una cosa che chiamano missione di pace e
invece ce l'hanno messa nel culo un altra volta, perché qui la pace non c'è,
gliela abbiamo tolta noi. e adesso vogliamo ridargliela. per forza. la pace
e gli ospedali per rimettere a posto le gambe di quelli che continuano a
saltare sulle mine. basta pagare un po' di petrolio a prezzo buono e una
quindicina di ragazzi da far sfilare per tutte le vie del centro dentro
quelle bare coreografche. e le bandiere appese ai balconi. e bruno vespa
tutte le sere a chiedere alle mamme, alle sorelle e ai fratelli, come l'ha
presa? come sta? complimenti. gesu bambino, la madonna e la bandiera.
qualcuno mi sa dire quando diavolo ci sono questi cazzo di mondiali?


posted by brv3 11/18/2003 11:39:00 AM

domenica, novembre 16, 2003

Forum Sociale Europeo 2003. Qualche link.

Appena tornato da Parigi, ho trovato il FSE assolutamente oscurato dai media nazionali (in particolari le televisioni). Sui giornali poco o niente (apparte Liberazione, Manifesto e Unità).

Beh, recupero a volo qualche link utile:

Nuovi Mondi Media, l'articolo di Bifo sulle sfide del Movimento.

Indymedia Paris, con alcune foto della manifestazione del 15.

Il quotidiano comunista Liberation, per un articolo sulla manifestazione.

Information Guerrillia, per la solidarietà che necessitano adesso.

Tra qualche giorno le mie considerazioni sul SFE.
posted by brv3 11/16/2003 05:24:00 PM

martedì, novembre 04, 2003

I veri pericoli

ROSSANA ROSSANDA

da Il Manifesto

Ci sono dei limiti alla faziosità: chi avesse avuto notizia soltanto dal televisore o dagli editoriali di alcuni grandi giornali del sondaggio promosso dall'Unione europea sulla guerra all'Iraq non poteva dedurre se non che, presa da un raptus, la Ue avesse sollecitato sornionamente un pronunciamento contro Israele da parte dei suoi cittadini. Scandaloso, improprio, riprovevole, hanno dichiarato con volto funesto Casini e Fini (quale pulpito). Ecco l'antisemitismo che salta fuori, si è precipitata a scrivere su Repubblica Miriam Mafai, è il male oscuro dell'Europa. Mettiamo alcune cose in chiaro. Anche se il sondaggio fosse costituito, come si è voluto farci intendere, di una sola domanda: quale paese consideri più pericoloso per la pace?, sarebbe stato forse poco diplomatico ma non inammissibile e le risposte dovevano prima di tutto far riflettere. Non c'è ragione per la quale non si possa criticare la politica del governo d'Israele, che è uno stato come gli altri e per di più si pretende democratico dunque aperto alla critica; né di tacciare di antisemitismo chi dice che Sharon come Bush parla e straparla di guerra e la fa, e non soltanto una guerra di difesa, e occupa territori non suoi. E' un'accusa ricattatoria e alquanto mascalzonesca. C'era dunque qualcosa che non quadrava in tutta questa agitazione.

Senonché ora che internet ha scaricato le 128 pagine del questionario, risulta che si è trattato di tutt'altra cosa: l'Unione europea non ha fatto interrogare da un sondaggio telefonico i cittadini dei vari paesi per sapere quale stato ritengano più pericoloso per la pace, ma per sapere che cosa pensano della guerra all'Iraq. Si tratta di dieci domande nove delle quali riguardano il dossier oggi aperto fra gli Usa e il mondo: se la guerra era giustificata sì o no, poco, abbastanza, o molto, e la risposta è stata che non era giustificata né poco né molto. Se bisogna aderire alla richiesta del Dipartimento di stato di inviare adesso in Iraq truppe e denaro, e la risposta è stata no, l'occupazione essendo illegittima i danni li paga chi li ha fatti. Se l'Europa deve mandare aiuti umanitari, e la risposta è sì. Chi deve decidere su questioni internazionali come questa? La risposta è stata: l'Onu. Ha fatto il possibile l'Europa? No, non ha fatto tutto quel che poteva e doveva fare nel Medio oriente. Infine ritiene che ci sia un pericolo di terrorismo nel suo paese? La risposta è sì. Soltanto l'ultima delle domande era non «quale paese le sembra costituire il maggior pericolo per la pace?» ma «ritiene lei che il tal paese (e giù separatamente una dozzina di nomi a cui rispondere sì o no) sia un pericolo per la pace?». Che il 59% dei chiamati abbia messo «sì» accanto ad Israele può far pensare che ci sia fra loro anche una quota di antisemiti, e sotto questo aspetto è interessante vedere come hanno risposto i diversi paesi. Ma non deve essere una entità che modifica granché l'opinione: il 53% ha risposto che considera pericolosi per la pace gli Usa, l'Iran, la Corea del nord e l'Iraq. Non piacciono né le guerre infinite né le atomiche detenute qua o là.

Il sondaggio dunque è diverso da quello che si è andati agitando in Italia in questi due giorni, e l'agitazione ha nascosto quel che è lo schiaffo più bruciante ricevuto dagli Usa: malgrado che - eccezion fatta per Francia, Germania e Belgio - i governi europei abbiano appoggiato la guerra americana, le loro genti non li hanno seguiti. Né allora né ora. Il movimento pacifista ha scavato bene, giovane talpa. Sarebbe utile che chi in questi giorni ha tanto starnazzato ci pensasse.

posted by brv3 11/04/2003 06:05:00 PM

martedì, ottobre 28, 2003

Cuba in the cross-hairs: A near half-century of terror

By Noam Chomsky. (En espanol tambien en www.antiterroristas.cu)

This passage (pages 80-90) is fully footnoted in Hegemony or Survival. Chomsky's discussion of the Cuban missile crisis itself can be found elsewhere in the same chapter of the book.

The Batista dictatorship was overthrown in January 1959 by Castro's guerrilla forces. In March, the National Security Council (NSC) considered means to institute regime change. In May, the CIA began to arm guerrillas inside Cuba. "During the Winter of 1959-1960, there was a significant increase in CIA-supervised bombing and incendiary raids piloted by exiled Cubans" based in the US. We need not tarry on what the US or its clients would do under such circumstances. Cuba, however, did not respond with violent actions within the United States for revenge or deterrence. Rather, it followed the procedure required by international law. In July 1960, Cuba called on the UN for help, providing the Security Council with records of some twenty bombings, including names of pilots, plane registration numbers, unexploded bombs, and other specific details, alleging considerable damage and casualties and calling for resolution of the conflict through diplomatic channels. US Ambassador Henry Cabot Lodge responded by giving his "assurance [that] the United States has no aggressive purpose against Cuba." Four months before, in March 1960, his government had made a formal decision in secret to overthrow the Castro government, and preparations for the Bay of Pigs invasion were well advanced.

Washington was concerned that Cubans might try to defend themselves. CIA chief Allen Dulles therefore urged Britain not to provide arms to Cuba. His "main reason," the British ambassador reported to London, "was that this might lead the Cubans to ask for Soviet or Soviet bloc arms," a move that "would have a tremendous effect," Dulles pointed out, allowing Washington to portray Cuba as a security threat to the hemisphere, following the script that had worked so well in Guatemala. Dulles was referring to Washington's successful demolition of Guatemala's first democratic experiment, a ten-year interlude of hope and progress, greatly feared in Washington because of the enormous popular support reported by US intelligence and the "demonstration effect" of social and economic measures to benefit the large majority. The Soviet threat was routinely invoked, abetted by Guatemala's appeal to the Soviet bloc for arms after the US had threatened attack and cut off other sources of supply. The result was a half-century of horror, even worse than the US-backed tyranny that came before.

For Cuba, the schemes devised by the doves were similar to those of CIA director Dulles. Warning President Kennedy about the "inevitable political and diplomatic fall-out" from the planned invasion of Cuba by a proxy army, Arthur Schlesinger suggested efforts to trap Castro in some action that could be used as a pretext for invasion: "One can conceive a black operation in, say, Haiti which might in time lure Castro into sending a few boatloads of men on to a Haitian beach in what could be portrayed as an effort to overthrow the Haitian regime, . . . then the moral issue would be clouded, and the anti-US campaign would be hobbled from the start." Reference is to the regime of the murderous dictator "Papa Doc" Duvalier, which was backed by the US (with some reservations), so that an effort to help Haitians overthrow it would be a crime.

Eisenhower's March 1960 plan called for the overthrow of Castro in favor of a regime "more devoted to the true interests of the Cuban people and more acceptable to the U.S.," including support for "military operation on the island" and "development of an adequate paramilitary force outside of Cuba." Intelligence reported that popular support for Castro was high, but the US would determine the "true interests of the Cuban people." The regime change was to be carried out "in such a manner as to avoid any appearance of U.S. intervention," because of the anticipated reaction in Latin America and the problems of doctrinal management at home.

Operation Mongoose

The Bay of Pigs invasion came a year later, in April 1961, after Kennedy had taken office. It was authorized in an atmosphere of "hysteria" over Cuba in the White House, Robert McNamara later testified before the Senate's Church Committee. At the first cabinet meeting after the failed invasion, the atmosphere was "almost savage," Chester Bowles noted privately: "there was an almost frantic reaction for an action program." At an NSC meeting two days later, Bowles found the atmosphere "almost as emotional" and was struck by "the great lack of moral integrity" that prevailed. The mood was reflected in Kennedy's public pronouncements: "The complacent, the self-indulgent, the soft societies are about to be swept away with the debris of history. Only the strong . . . can possibly survive," he told the country, sounding a theme that would be used to good effect by the Reaganites during their own terrorist wars. Kennedy was aware that allies "think that we're slightly demented" on the subject of Cuba, a perception that persists to the present.

Kennedy implemented a crushing embargo that could scarcely be endured by a small country that had become a "virtual colony" of the US in the sixty years following its "liberation" from Spain. He also ordered an intensification of the terrorist campaign: "He asked his brother, Attorney-General Robert Kennedy, to lead the top-level interagency group that oversaw Operation Mongoose, a program of paramilitary operations, economic warfare, and sabotage he launched in late 1961 to visit the 'terrors of the earth' on Fidel Castro and, more prosaically, to topple him."

The terrorist campaign was "no laughing matter," Jorge Dominguez writes in a review of recently declassified materials on operations under Kennedy, materials that are "heavily sanitized" and "only the tip of the iceberg," Piero Gleijeses adds.

Operation Mongoose was "the centerpiece of American policy toward Cuba from late 1961 until the onset of the 1962 missile crisis," Mark White reports, the program on which the Kennedy brothers "came to pin their hopes." Robert Kennedy informed the CIA that the Cuban problem carries "the top priority in the United States Government -- all else is secondary -- no time, no effort, or manpower is to be spared" in the effort to overthrow the Castro regime. The chief of Mongoose operations, Edward Lansdale, provided a timetable leading to "open revolt and overthrow of the Communist regime" in October 1962. The "final definition" of the program recognized that "final success will require decisive U.S. military intervention," after terrorism and subversion had laid the basis. The implication is that US military intervention would take place in October 1962 -- when the missile crisis erupted.

In February 1962, the Joint Chiefs of Staff approved a plan more extreme than Schlesinger's: to use "covert means . . . to lure or provoke Castro, or an uncontrollable subordinate, into an overt hostile reaction against the United States; a reaction which would in turn create the justification for the US to not only retaliate but destroy Castro with speed, force and determination." In March, at the request of the DOD Cuba Project, the Joint Chiefs of Staff submitted a memorandum to Defense Secretary Robert McNamara outlining "pretexts which they would consider would provide justification for US military intervention in Cuba." The plan would be undertaken if "a credible internal revolt is impossible of attainment during the next 9-10 months," but before Cuba could establish relations with Russia that might "directly involve the Soviet Union."

A prudent resort to terror should avoid risk to the perpetrator.

The March plan was to construct "seemingly unrelated events to camouflage the ultimate objective and create the necessary impression of Cuban rashness and responsibility on a large scale, directed at other countries as well as the United States," placing the US "in the apparent position of suffering defensible grievances [and developing] an international image of Cuban threat to peace in the Western Hemisphere." Proposed measures included blowing up a US ship in Guantanamo Bay to create "a 'Remember the Maine' incident," publishing casualty lists in US newspapers to "cause a helpful wave of national indignation," portraying Cuban investigations as "fairly compelling evidence that the ship was taken under attack," developing a "Communist Cuban terror campaign [in Florida] and even in Washington," using Soviet bloc incendiaries for cane-burning raids in neighboring countries, shooting down a drone aircraft with a pretense that it was a charter flight carrying college students on a holiday, and other similarly ingenious schemes -- not implemented, but another sign of the "frantic" and "savage" atmosphere that prevailed.

On August 23 the president issued National Security Memorandum No. 181, "a directive to engineer an internal revolt that would be followed by U.S. military intervention," involving "significant U.S. military plans, maneuvers, and movement of forces and equipment" that were surely known to Cuba and Russia. Also in August, terrorist attacks were intensified, including speedboat strafing attacks on a Cuban seaside hotel "where Soviet military technicians were known to congregate, killing a score of Russians and Cubans"; attacks on British and Cuban cargo ships; the contamination of sugar shipments; and other atrocities and sabotage, mostly carried out by Cuban exile organizations permitted to operate freely in Florida. A few weeks later came "the most dangerous moment in human history."

"A bad press in some friendly countries"

Terrorist operations continued through the tensest moments of the missile crisis. They were formally canceled on October 30, several days after the Kennedy and Khrushchev agreement, but went on nonetheless. On November 8, "a Cuban covert action sabotage team dispatched from the United States successfully blew up a Cuban industrial facility," killing 400 workers, according to the Cuban government. Raymond Garthoff writes that "the Soviets could only see [the attack] as an effort to backpedal on what was, for them, the key question remaining: American assurances not to attack Cuba." These and other actions reveal again, he concludes, "that the risk and danger to both sides could have been extreme, and catastrophe not excluded."

After the crisis ended, Kennedy renewed the terrorist campaign. Ten days before his assassination he approved a CIA plan for "destruction operations" by US proxy forces "against a large oil refinery and storage facilities, a large electric plant, sugar refineries, railroad bridges, harbor facilities, and underwater demolition of docks and ships." A plot to kill Castro was initiated on the day of the Kennedy assassination. The campaign was called off in 1965, but "one of Nixon's first acts in office in 1969 was to direct the CIA to intensify covert operations against Cuba."

Of particular interest are the perceptions of the planners. In his review of recently released documents on Kennedy-era terror, Dominguez observes that "only once in these nearly thousand pages of documentation did a U.S. official raise something that resembled a faint moral objection to U.S.-government sponsored terrorism": a member of the NSC staff suggested that it might lead to some Russian reaction, and raids that are "haphazard and kill innocents . . . might mean a bad press in some friendly countries." The same attitudes prevail throughout the internal discussions, as when Robert Kennedy warned that a full-scale invasion of Cuba would "kill an awful lot of people, and we're going to take an awful lot of heat on it."

Terrorist activities continued under Nixon, peaking in the mid- 1970s, with attacks on fishing boats, embassies, and Cuban offices overseas, and the bombing of a Cubana airliner, killing all seventy-three passengers. These and subsequent terrorist operations were carried out from US territory, though by then they were regarded as criminal acts by the FBI.

So matters proceeded, while Castro was condemned by editors for maintaining an "armed camp, despite the security from attack promised by Washington in 1962." The promise should have sufficed, despite what followed; not to speak of the promises that preceded, by then well documented, along with information about how well they could be trusted: e.g., the "Lodge moment" of July 1960.

On the thirtieth anniversary of the missile crisis, Cuba protested a machine-gun attack against a Spanish-Cuban tourist hotel; responsibility was claimed by a group in Miami. Bombings in Cuba in 1997, which killed an Italian tourist, were traced back to Miami. The perpetrators were Salvadoran criminals operating under the direction of Luis Posada Carriles and financed in Miami. One of the most notorious international terrorists, Posada had escaped from a Venezuelan prison, where he had been held for the Cubana airliner bombing, with the aid of Jorge Mas Canosa, a Miami businessman who was the head of the tax-exempt Cuban-American National Foundation (CANF). Posada went from Venezuela to El Salvador, where he was put to work at the Ilopango military air base to help organize US terrorist attacks against Nicaragua under Oliver North's direction.

Posada has described in detail his terrorist activities and the funding for them from exiles and CANF in Miami, but felt secure that he would not be investigated by the FBI. He was a Bay of Pigs veteran, and his subsequent operations in the 1960s were directed by the CIA. When he later joined Venezuelan intelligence with CIA help, he was able to arrange for Orlando Bosch, an associate from his CIA days who had been convicted in the US for a bomb attack on a Cuba-bound freighter, to join him in Venezuela to organize further attacks against Cuba. An ex-CIA official familiar with the Cubana bombing identifies Posada and Bosch as the only suspects in the bombing, which Bosch defended as "a legitimate act of war." Generally considered the "mastermind" of the airline bombing, Bosch was responsible for thirty other acts of terrorism, according to the FBI. He was granted a presidential pardon in 1989 by the incoming Bush I administration after intense lobbying by Jeb Bush and South Florida Cuban-American leaders, overruling the Justice Department, which had found the conclusion "inescapable that it would be prejudicial to the public interest for the United States to provide a safe haven for Bosch [because] the security of this nation is affected by its ability to urge credibly other nations to refuse aid and shelter to terrorists."

Economic warfare

Cuban offers to cooperate in intelligence-sharing to prevent terrorist attacks have been rejected by Washington, though some did lead to US actions. "Senior members of the FBI visited Cuba in 1998 to meet their Cuban counterparts, who gave [the FBI] dossiers about what they suggested was a Miami-based terrorist network: information which had been compiled in part by Cubans who had infiltrated exile groups." Three months later the FBI arrested Cubans who had infiltrated the US-based terrorist groups. Five were sentenced to long terms in prison.

The national security pretext lost whatever shreds of credibility it might have had after the collapse of the Soviet Union in 1991, though it was not until 1998 that US intelligence officially informed the country that Cuba no longer posed a threat to US national security. The Clinton administration, however, insisted that the military threat posed by Cuba be reduced to "negligible," but not completely removed. Even with this qualification, the intelligence assessment eliminated a danger that had been identified by the Mexican ambassador in 1961, when he rejected JFK's attempt to organize collective action against Cuba on the grounds that "if we publicly declare that Cuba is a threat to our security, forty million Mexicans will die laughing."

In fairness, however, it should be recognized that missiles in Cuba did pose a threat. In private discussions the Kennedy brothers expressed their fears that the presence of Russian missiles in Cuba might deter a US invasion of Venezuela. So "the Bay of Pigs was really right," JFK concluded.

The Bush I administration reacted to the elimination of the security pretext by making the embargo much harsher, under pressure from Clinton, who outflanked Bush from the right during the 1992 election campaign. Economic warfare was made still more stringent in 1996, causing a furor even among the closest US allies. The embargo came under considerable domestic criticism as well, on the grounds that it harms US exporters and investors -- the embargo's only victims, according to the standard picture in the US; Cubans are unaffected. Investigations by US specialists tell a different story. Thus, a detailed study by the American Association for World Health concluded that the embargo had severe health effects, and only Cuba's remarkable health care system had prevented a "humanitarian catastrophe"; this has received virtually no mention in the US.

The embargo has effectively barred even food and medicine. In 1999 the Clinton administration eased such sanctions for all countries on the official list of "terrorist states," apart from Cuba, singled out for unique punishment. Nevertheless, Cuba is not entirely alone in this regard. After a hurricane devastated West Indian islands in August 1980, President Carter refused to allow any aid unless Grenada was excluded, as punishment for some unspecified initiatives of the reformist Maurice Bishop government. When the stricken countries refused to agree to Grenada's exclusion, having failed to perceive the threat to survival posed by the nutmeg capital of the world, Carter withheld all aid. Similarly, when Nicaragua was struck by a hurricane in October 1988, bringing starvation and causing severe ecological damage, the current incumbents in Washington recognized that their terrorist war could benefit from the disaster, and therefore refused aid, even to the Atlantic Coast area with close links to the US and deep resentment against the Sandinistas. They followed suit when a tidal wave wiped out Nicaraguan fishing villages, leaving hundreds dead and missing in September 1992. In this case, there was a show of aid, but hidden in the small print was the fact that apart from an impressive donation of $25,000, the aid was deducted from assistance already scheduled. Congress was assured, however, that the pittance of aid would not affect the administration's suspension of over $100 million of aid because the US-backed Nicaraguan government had failed to demonstrate a sufficient degree of subservience.

US economic warfare against Cuba has been strongly condemned in virtually every relevant international forum, even declared illegal by the Judicial Commission of the normally compliant Organization of American States. The European Union called on the World Trade Organization to condemn the embargo. The response of the Clinton administration was that "Europe is challenging 'three decades of American Cuba policy that goes back to the Kennedy Administration,' and is aimed entirely at forcing a change of government in Havana." The administration also declared that the WTO has no competence to rule on US national security or to compel the US to change its laws. Washington then withdrew from the proceedings, rendering the matter moot.

Successful defiance

The reasons for the international terrorist attacks against Cuba and the illegal economic embargo are spelled out in the internal record. And no one should be surprised to discover that they fit a familiar pattern -- that of Guatemala a few years earlier, for example.

From the timing alone, it is clear that concern over a Russian threat could not have been a major factor. The plans for forceful regime change were drawn up and implemented before there was any significant Russian connection, and punishment was intensified after the Russians disappeared from the scene. True, a Russian threat did develop, but that was more a consequence than a cause of US terrorism and economic warfare.

In July 1961 the CIA warned that "the extensive influence of 'Castroism' is not a function of Cuban power. . . . Castro's shadow looms large because social and economic conditions throughout Latin America invite opposition to ruling authority and encourage agitation for radical change," for which Castro's Cuba provided a model. Earlier, Arthur Schlesinger had transmitted to the incoming President Kennedy his Latin American Mission report, which warned of the susceptibility of Latin Americans to "the Castro idea of taking matters into one's own hands." The report did identify a Kremlin connection: the Soviet Union "hovers in the wings, flourishing large development loans and presenting itself as the model for achieving modernization in a single generation." The dangers of the "Castro idea" are particularly grave, Schlesinger later elaborated, when "the distribution of land and other forms of national wealth greatly favors the propertied classes" and "the poor and underprivileged, stimulated by the example of the Cuban revolution, are now demanding opportunities for a decent living." Kennedy feared that Russian aid might make Cuba a "showcase" for development, giving the Soviets the upper hand throughout Latin America.

In early 1964, the State Department Policy Planning Council expanded on these concerns: "The primary danger we face in Castro is . . . in the impact the very existence of his regime has upon the leftist movement in many Latin American countries. . . . The simple fact is that Castro represents a successful defiance of the US, a negation of our whole hemispheric policy of almost a century and a half." To put it simply, Thomas Paterson writes, "Cuba, as symbol and reality, challenged U.S. hegemony in Latin America." International terrorism and economic warfare to bring about regime change are justified not by what Cuba does, but by its "very existence," its "successful defiance" of the proper master of the hemisphere. Defiance may justify even more violent actions, as in Serbia, as quietly conceded after the fact; or Iraq, as also recognized when pretexts had collapsed.

Outrage over defiance goes far back in American history. Two hundred years ago, Thomas Jefferson bitterly condemned France for its "attitude of defiance" in holding New Orleans, which he coveted. Jefferson warned that France's "character [is] placed in a point of eternal friction with our character, which though loving peace and the pursuit of wealth, is high-minded." France's "defiance [requires us to] marry ourselves to the British fleet and nation," Jefferson advised, reversing his earlier attitudes, which reflected France's crucial contribution to the liberation of the colonies from British rule. Thanks to Haiti's liberation struggle, unaided and almost universally opposed, France's defiance soon ended, but the guiding principles remain in force, determining friend and foe.

Copyright C by Aviva Chomsky, Diane Chomsky, and Harry Chomsky. All rights reserved.

posted by brv3 10/28/2003 05:23:00 PM

giovedì, ottobre 16, 2003

Pretenden acallar a los medios de comunicaciòn

de http://www.eldiario.net

Ejemplares de EL DIARIO fueron incautados ayer en La Paz.
El Decano de la Prensa Nacional respalda a vendedores de periodicos.

Los ejemplares de EL DIARIO correspondientes a la ediciòn del miércoles 15 del mes en curso, al igual que en los gobiernos de la dictadura, fueron incautados en varios puntos de venta de La Paz, por supuestos agentes gubernamentales.

Los directores adjuntos de esta empresa periodistica, Jorge y Antonio Carrasco Guzmàn, expresaron su protesta por este tipo de acciones, que constituyen un franco atropello a la libertad de expresiòn e informaciòn.

Manifestaron que la denuncia està basada en reportes provenientes de los agentes de distribuciòn, canillitas de la Zona Sur, Miraflores y el centro de la ciudad, asì como en otros barrios pacenos, los que hicieron conocer que dos supuestos agentes civiles que se trasladaban en una vagoneta verde con vidrios oscuros, ademàs de policìas, confiscaron los ejemplares de el Decano de la Prensa Nacional de los puestos de venta con el pretexto de que existìa un error, ademàs se dieron a la labor de amenazarlos por vender los ejemplares de este matutino.

Por otra parte, los directores de prensa de matutinos, entre ellos El Diario, Erbol, Pulso, Cadena A, RTP, P?o XII, Televisiòn Universitaria denunciaron la violaciòn a la libertad de expresiòn e informaciòn y rechazaron con indignaciòn los atentados contra los medios de comunicaciòn.


posted by brv3 10/16/2003 12:12:00 PM

mercoledì, ottobre 15, 2003

Bolivianos tienen derecho a pedir renuncia de Presidente

el diario


El Director del Consejo para Asuntos Hemisféricos de Norteamérica sostuvo que un Jefe de Estado con baja popularidad es un claro candidato para que se le exija su dimisi?n.
Washington (DPA).- La poblaci?n de Bolivia tiene derecho a protestar y reclamar la renuncia de un Presidente que considera que gobierna en contra de sus intereses, tal como la poblaci?n de California tiene el derecho de provocar la ca?da de su gobernador, dijeron ayer analistas en Washington.
“Sin justicia social y sin un sentimiento por parte de la mayor?a de la poblaci?n de que el proceso pol?tico est? dando resultados para ellos, no va a haber paz”, dijo en entrevista con dpa el director del Consejo para Asuntos Hemisféricos, Larry Birns.
“Cuando el Presidente tiene nueve por ciento de popularidad, como es el caso de Gonzalo S?nchez de Lozada, se transforma en un claro candidato a que le exijan la renuncia. Eso fue lo que los republicanos demandaron del ex gobernador de California, y lo lograron, a pesar de que fue votado por 48 por ciento”, agreg? Birns.
El experto fustig? los comunicados expedidos el lunes por el Departamento de Estado norteamericano y por el secretario general de la Organizaci?n de los Estados Americanos (OEA), César Gaviria, que defendieron al Gobierno de S?nchez de Lozada.
“Ambos son extremadamente desafortunados”, opin?, “extremadamente superficiales”.
“Esta es la raz?n por la cual la clase pol?tica se ha distanciado y separado del ciudadano medio. Ellos no leen ensayos sobre la maravilla de las privatizaciones, lo que hacen es ver c?mo sube la cuenta de la luz todos los meses”, dijo Birns.
“Ven también los esc?ndalos de corrupci?n en los procesos de privatizaci?n, y hay un enorme desencanto. Tiene que haber una completa reforma del sistema pol?tico en Bolivia y en toda América Latina, una reforma del sistema de justicia, de la naturaleza corrupta de las cortes y del sistema pol?tico”, agreg?.
“Tiene que haber reglas de juego claras, no s?lo para que las empresas extranjeras puedan invertir, sino también para que la poblaci?n esté protegida”.
Decenas de muertos es el saldo provisorio de las revueltas que han tenido lugar en Bolivia en los ?ltimos d?as, producto de las protestas contra la pol?tica econ?mica del Gobierno, intensificadas por la decisi?n de La Paz de vender gas a Estados Unidos de Norteamérica, a través de un puerto chileno.
América Latina es la regi?n del mundo con las mayores desigualdades entre ricos y pobres, y Bolivia es el pa?s m?s pobre de América del Sur, seg?n datos del Fondo Monetario Internacional (FMI), el Banco Mundial (BM) y la Comisi?n Econ?mica para América Latina (CEPAL).
El modelo de sustituci?n de importaciones que América Latina aplic? durante las décadas de 1960 y 1970 permiti? un crecimiento promedio de la econom?a de la regi?n de cinco por ciento anual, seg?n esas fuentes.
Pero desde que se instrumentaron las reformas para convertir a los pa?ses latinoamericanos en econom?as de mercado, el crecimiento cay? a tres por ciento anual promedio en la década de 1990, y la distribuci?n de la riqueza y del ingreso no ha mejorado a pesar de que reg?menes democr?ticos han sustituido a las dictaduras de los setenta.
“La cuarta parte del ingreso nacional en América Latina est? concentrado en el cinco por ciento de la poblaci?n, y el diez por ciento m?s rico es propietario del 40 por ciento de la riqueza, un nivel de desigualdad que s?lo se puede encontrar en unos pocos pa?ses africanos donde el ingreso per c?pita es la mitad que en América Latina”, escribi? la analista pol?tica Terry Lynn Karl, de la Universidad de Stanford, en un art?culo reciente.
En Bolivia, el 20 por ciento m?s rico concentra la mitad del ingreso del pa?s, y el 20 por ciento m?s pobre se tiene que arreglar con cuatro por ciento del ingreso, seg?n los indicadores del Banco Mundial para 2002.
Karl argumenta en su art?culo que hay un “c?rculo vicioso” entre la pobreza y la desigualdad existente en América Latina y la baja tasa de crecimiento econ?mico.
Por su parte, Birns afirm? que “los promotores de las privatizaciones y el modelo neoliberal hab?an dicho que todos se iban a beneficiar, pero lo que ha sucedido es que hay ganadores y perdedores, y que los perdedores son los mismos de siempre: los pobres”.


posted by brv3 10/15/2003 11:48:00 AM

lunedì, ottobre 13, 2003

Bolivia Resources. Usefull link.

Bolivia related news, books and regional resources. Noticias, libros y recursos sobre Bolivia http://www.iaqi.com/bolivia/
posted by brv3 10/13/2003 10:06:00 AM

giovedì, ottobre 02, 2003

Berlusconi come Wanna Marchi

(leggi l'articolo sul sito della RDB - Tesoro)

M.
posted by monica 10/02/2003 03:38:00 PM

mercoledì, ottobre 01, 2003

Memories

Sono passati 26 anni dall'uccisione per mano
fascista di Walter Rossi. Per non dimenticare.

http://digilander.libero.it/asswalterrossi/

Monica
posted by brv3 10/01/2003 03:55:00 PM

Spinelli, comincia la caccia alle streghe. Perquisite le case degli studenti del Virgilio

Da www.unita.it

Anche ieri si sono svegliati all’alba gli agenti del commissariato Trevi-Campomarzio, in caccia di qualche grammo di droga “non leggera”, hashish. Perché la stretta annunciata dal vicepremier Gianfranco Fini la scorsa settimana sembra iniziare dalle scuole. Perquisite sotto la direzione del commissario Antonio Del Greco 17 abitazioni di alcuni studenti del liceo romano “Virgilio”, denunciato per detenzione ai fini di spaccio un 17enne trovato in possesso di alcune dosi e segnalati alla Prefettura altri 5 minorenni come consumatori abituali. Sequestrati spinelli nascosti nei libri, nelle scarpe, nei motorini e nei caschi da scooter.
Il blitz fa seguito ad una serie di controlli effettuati nei giorni scorsi - lunedì notte altre 4 perquisizioni sempre a carico di studenti dello stesso liceo - e che ha coinvolto anche altri ragazzi degli istituti della Capitale (”Righi” e “Manara”). L’operazione di polizia è iniziata a giugno, grazie alle informazioni raccolte dal poliziotto di quartiere del commissariato alle quali si sarebbero poi aggiunte le denunce di alcuni genitori e professori dell’istituto.

Foto scattate nei corridoi ai cambi d’ora tra le lezioni di latino e matematica, oppure nel cortile, in una chiacchiera durante la ricreazione. Così la polizia ha riconosciuto i ragazzi e così li ha “richiamati all’ordine” ancora tra le coperte.
Ma di agenti in borghese, di adulti “estranei” all’interno del “Virgilio” che quelle foto abbiano potuto scattarle gli studenti dicono di non averne mai notati. «Un bidello, piuttosto» buttano lì. Un fotografo “interno” «forse pagato». «Ma ditemi chi però, se c’ha la “roba”, se la tiene in casa... » fa un’altro. C’è qualcuno che pensa anche all’ipotesi fotocamera, piazzata dalla polizia: «Fino all’anno scorso nella zona più appartata del cortile, quella dove qualche spinello girava, c’erano dei lavori... fili penzoloni dappertutto, tubi di plastica... forse, volendo, ci si poteva nascondere una microcamera... ». Ora quell’angolo è completamente sigillato, gli interventi di risistemazione sono alla “fase 2”, non si passa. Ma l’operazione è iniziata proprio a giugno, per le foto c’era modo.

Fatto sta che il clima, per molti, «è pesante». La scuola è a via Giulia, a un passo dalla sede dell’Antimafia, zona giocoforza sotto controllo. Poi c’è la storia del “Virgilio”. Da sempre caldo, non solo politicamente. 10 anni fa fu al centro di un vero e proprio traffico di stupefacenti. Oggi la situazione sembra più calma «anche più dell’anno scorso, chissà perché... » dicono altri. «Cosa succede allora? Ecco, solo qualche “canna” passata tra amici». Comunque «il primo giorno di scuola - raccontano - siamo stati accolti dalla cinofila, pare ordine della ministra Moratti».

Dopo i blitz notturni si muovono anche i professori, che stanno pensando di convocare un collegio docenti straordinario, mentre per oggi pomeriggio è previsto un consiglio d’istituto. L’ipotesi che la denuncia sia scattata da parte di un insegnante e soprattutto che i ragazzi vengano fotografati fa discutere. «Magari sul contenuto, il sequestro dell’hashish, siamo d’accordo. Ma sul metodo però davvero no, di questo passo mica andiamo a finire in un regime di polizia?» dice una prof. Ma per un’altra il problema è più complicato. «Questa mi sembra la solita operazione di facciata, messa a punto per far passare il messaggio “adesso ci pensiamo noi”, quando poi si sa che dal punto di vista della tutela dei ragazzi non serve assolutamente a nulla. La mia preoccupazione vera è che adesso a scuola ci sarà un clima di sospetto, tra gli studenti e nei confronti di noi insegnanti. Il rapporto pedagogico, basato in modo importante sulla fiducia, va a farsi benedire... ». E ancora: «Risultato di tutta la storia? Daremo la stura ai più facinorosi, agli ingovernabili. Che si sentiranno autorizzati a costruire la tesi del “complotto”. E a continuare a fare i comodi loro».
A sentir dire di perquisizioni invece i genitori, ancora ieri sera, cadono dalle nuvole. «No, i ragazzi non hanno detto nulla. Poi oggi (ieri, ndr) sono usciti alle 11, c’era la disinfestazione... ». Programmata da tempo, specificano. Dunque a casa nessuno sembra averne parlato. Davvero strano per un fatto che per le scale e le lavagne deve essere corso di bocca in bocca. Segno forse che l’effetto ottenuto, per qualche “tirata” punita esemplarmente, è la paura.

posted by brv3 10/01/2003 09:45:00 AM

lunedì, settembre 22, 2003

El gas se hace gas --- EL NUEVO DIA -- 21.9.2003

Autor: Gonzalo Ch?vez A.

Publicado: http://www.el-nuevodia.com/


(21/09/2003)

El gas se hace gas

Gonzalo Ch?vez A.*

El tema de la exportaci?n de gas natural a California se ha complicado de manera dram?tica en los ?ltimos d?as. Debo confesarle que hasta hace un tiempo atr?s, cre?a que lo que necesit?bamos era informaci?n para elaborar las respuestas técnico-financieras, pol?ticas y diplom?ticas del proyecto.
Pero ahora me parece que no solamente no tenemos respuestas, sino tampoco conocemos las preguntas. Se dice que la soluci?n de un problema depende en un noventa por ciento de que se hagan las preguntas correctas. Creo que estamos m?s perdidos que Ad?n en el d?a de santa madre en este asunto. Con su generosa benevolencia me permitiré utilizar esta columna para ordenar un poco mis ideas y a ver si puede ayudar a aclarar algunos temas.

Primero un breve diagn?stico, hay gente que se opone a exportar gas a los Estados Unidos por un puerto chileno, de esto se puede implicar que s? podemos exportarlo v?a puertos peruanos. Otra parte de la opini?n p?blica y de los movimientos sociales, indica tajantemente que no debemos exportar el gas natural y punto. Probablemente, ésta es una visi?n m?s extrema. Una variante de esta posici?n es que s?lo se debe exportar si los recursos hidrocarbur?feros pasan a manos de los bolivianos, v?a alg?n tipo de nacionalizaci?n. No me queda claro si el negocio estuviera a cargo de empresa p?blica nacional si podr?amos salir por Chile. Otra l?nea de opini?n insiste de que antes de exportar hay que generar valor agregado, hay que industrializar el gas natural. Y aqu? hay como dos vertientes en la discusi?n: a) transformar el gas en l?quidos, y b) industrializar el gas produciendo polietileno, por ejemplo.

En este laberinto opciones est? contaminada por r?os de datos. Uno de los errores estratégicos que ha cometido este gobierno y el anterior, es no haber colocado la informaci?n técnica, financiera y diplom?tica sobre la mesa a los bolivianos, se permiti? que florezcan técnicos instant?neos, patriotas de coyuntura y los oportunistas de las pol?tica de siempre. Se dice que la primera v?ctima de toda guerra es la verdad, la champa guerra del gas confirm? esta sentencia. Se pas? con mucha facilidad del debo creer en todo lo es verdad, al en todo lo que creo es verdad. Las consignas a fuerza de repetici?n se convirtieron en certezas.
Pero en medio de la penumbra establezcamos ciertos hechos. Bolivia es una econom?a que hace veinte a?os exporta en torno a 1000 millones de d?lares por a?o, o sea, si Bolivia fuera una persona, el sueldo de esta persona se ha mantenido inalterable en los ?ltimas dos décadas. La exportaci?n de gas, en un horizonte de 5 ? 6 a?os, es el ?nico rubro que puede hacer crecer significativamente las ventas al exterior, con todas las implicaciones econ?micas-financieras positivas que eso tiene. La debilidad de la econom?a es tal, que dif?cilmente podr?amos pensar en otros servicios o productos que nos aumenten de manera sustancial, las exportaciones. Por lo tanto, el tema del gas es un elemento dinamizador central de su econom?a. Si estamos de acuerdo con eso, la segunda pregunta es ?c?mo exportamos?. Y ah? viene el falso debate entre exportaci?n versus industrializaci?n. El excelente art?culo del d?a jueves de Carlos

Miranda, en La Raz?n, muestra que en realidad son proyectos absolutamente complementarios, a rigor la ?nica forma de industrializar el gas es también export?ndolo.

La siguiente angustia nacional es ver qué se hace con la renta gas?fera. La gente fue convencida que los bolivianos s?lo participaremos con el 18% de la riqueza petrolera. ?Pero entonces qué hacemos para morder m?s de la torta hidrocarbur?fera? Veamos que opciones tenemos. El camino m?s simple es la
modificaci?n de la Ley de Hidrocarburos, subamos los impuestos y las regal?as al 50 por ciento, colguemos las hamacas y a disfrutar de las rentas. Pero pueden existir otros mecanismos, como la participaci?n estatal en todo el negocio del gas, de la explotaci?n a la comercializaci?n final. El otro eje de debate es analizar formas que podr?an existir para evitar que las ganancias bolivianas en el gas corran la suerte de los recursos que generaron la plata y el esta?o. ?C?mo garantizamos que los recursos que Bolivia vaya a recibir, sean destinados en beneficio de los bolivianos m?s pobres? Aqu?, probablemente la alternativa es que con parte de la renta gas?fera se abra un fideicomiso exclusivamente destinado a la inversi?n en educaci?n, salud y saneamiento b?sico. Otra parte del dinero podr?a ser para invertir en un proceso de industrializaci?n de otros sectores, es decir para evitar la enfermedad holandesa, dolencia econ?mica que sobreconcentra los recursos de un pa?s en un enclave.

El pa?s tiene la obligaci?n moral con las nuevas generaciones de iniciar un debate profundo y consulta r?pida sobre algunos de los temas aqu? expuestos, volver a hacer las preguntas y buscar conjuntamente las mejores respuestas, de lo contrario, seguiremos alimentando la champa guerra del gas, donde obviamente s?lo hay perdedores, es el camino para el gas se haga gas.

*economista.
chavezbol@hotmail.com

posted by brv3 9/22/2003 02:59:00 PM

mercoledì, settembre 17, 2003

Ciprì & Maresco: Il ritorno di Cagliostro

da Carmilla

Non sono un critico cinematografico, parlo a pelle (e parlerò di pelle): e chiedo quindi perdono per avere intercettato soltanto in parte l'incredibile patrimonio cinefilo e citazionista che Daniele Ciprì e Franco Maresco mettono a disposizione nell'impressionante organismo rabelaisiano de Il ritorno di Cagliostro, ultima fatica dell'infaticabile e non tanto cinico duo. Però io credo non sia fondamentale, in quest'epoca di devastazione civile, occuparsi solamente del linguaggio, o della struttura, o del background. Sono convinto che il discorso diretto sulla poetica, sulla suggestione di un sogno possibile, sia ben più incisivo. Nel caso de Il ritorno di Cagliostro, quanto a incisività, siamo a livelli che il cinema occidentale si sogna e che soltanto per un complesso di colpa si esplora nella cinematografia slava, medio ed estremo orientale. Ciprì & Maresco hanno allestito un'interzona che precipita l'artificialità al grado zero della sua espressione: si tratta di un indimenticabile sfregio perpetrato nei confronti non soltanto dell'effettistica speciale, bensì di ogni automatismo creativo, di ogni soluzione che si sia fossilizzata modularmente al di fuori del libero spirito umano. Il libero spirito umano è un bambino che gioca: il film di C&M è un gioco - universale, incantevole, liberissimo e perciostesso liberatorio. Salva, salva lo sguardo, salva dal pensiero - salva dal macchinico che si candida a recluderci in un simulacro di libertà.

(continua su Carmilla

posted by brv3 9/17/2003 03:57:00 PM

 

 

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