21 JUIN 2003 LA VIOLANCE AUX FEMMES QUI CRITIQUE LA VIOLENCE
Le 14 juin 2003, samedi, Gülbahar G?ND?Z; une dirigeante de DEHAP a quitté son appartement pour aller à son parti. Au Saraçhane (au centre d’Istanbul), quelques hommes qui étaient descendus de la voiture ont mis une bande sur les yeux de Gülbahar G?ND?Z et l’ont fait monter sur la voiture par force. Ils l’ont torturée et violée dans un lieu que Gündüz ne savait pas.
Grâce à la déclaration à la presse, toute l’opinion publique connaît bien cet évènement. Mais il n’y a aucune réponse officielle à cette violation de droit de l’homme.
L’opinion publique proteste la silence et l’insensibilité des autorités devant cet événement terrible.
Aujourd’hui, les femmes, les défenseurs des droits de l’homme et les personnes sensibles sont venus à la place où G?ND?Z était enlevée, pour faire une conférence de la presse.
Les femmes ont voulu que les coupables soient jugés et elles ont protesté les policiers coupables et elles étaient devenues les victimes de l’attaque violente des policiers.
Les policiers ont battu les femmes. Ils les ont entraînées par terre. Ils leur ont insulté. Ils les ont arrêtées. Ils leur ont jeté les grenades lacrymogènes. Les chiens des policiers ont mordu les femmes. Les bâtons des policiers ont cassée les têtes des femmes. Le résultat est : 82 arrêtées, 50 blessées, et 18 gravement blessées et emmenées aux hôpitaux.
Bien que le système prétende qu’il soit devenu démocratique et qu’il présente des paquets de démocratie, sa pratique reflète la violence. Les évènements d’aujourd’hui l’ont bien prouvé.
Le système parle toujours des droits de l’homme mais, la torture, le viol continuent toujours.
Etant les défenseurs des droits de l’homme, nous blâmons la violence de la police qui a attaqué aux femmes qui blâmaient la violence de la police dont Gündüz avait été victime. Nous demandons qu’on ouvre immédiatement une enquête contre le directeur des forces de sécurité et les autres autorités qui étaient responsables de ces évènements violents.
1) Il conto della serva (nessuna pretesa statistica, chiacchiere al bar).
Provinciali: Il 36,9% degli astenuti (il partito più forte in Italia).
Il rimanente 63,1% si è più o meno diviso tra centro destra e centro
sinistra.
Dunque, circa il 31,6% dell'elettorato ha votato centro sinistra alle
recenti provinciali.
Referendum: quorum 25,7%.
Circa l'81,3% (25,7/31,6*100) dell'elettorato del centro sinistra (alle
ultime provinciali) ha deciso di andare a votare per questo referendum
dimostrandosi estremista (!). Su questo dato bisognerebbe riflettere non
poco.
2) Sconfitti.
Risultano sconfitti nell'ordine:
- i lavoratori perchè il referendum non è passato
- la CGIL che ha presa soltanto sull'81,3% del potenziale elettorato del
centrosinistra (!)
- la CISL e la UIL che, a conti fatti, risultano sindacati che
rappresentano un elettorato assolutamente minoritario o di destra (in
entrambi i casi non c'è da stare allegri)
- l'Ulivo, e i DS in particolare, che hanno chiesto l'astensione
dimostrando una presa soltanto del 18,7% sul proprio elettorato
- Cofferati che fa da sindacalista si è saputo velocemente reciclare
come sindaco di Bologna
- Bertinotti che ha perso la sua battaglia ma si sentirà rincuorato dai
tanti milioni di voti che ha saputo veicolare esterni a rifondazione su
questo referendum
- il sindacogovernatore... Bassolino (!) che a questo punto candido come
presidente della nazione.
3) Vincitori.
- Berlusconi e la casa delle libertà/libertini/liberali etc.
- La confindustria
Berlusconi è stato sconfitto due settimane fa, e ha fatto finta di nulla.
Ha perfino tentato di spacciare la sconfitta per una vittoria. Berlusconi è stato sconfitto ieri con un sonoro ko, e non potrà fare finta di niente. Si arrampicherà sugli specchi, ma le cifre sono troppo eloquenti per essere manipolate anche da chi controlla in modo totalitario l'intero sistema televisivo. Berlusconi cercherà la rivincita tra una settimana. Nel giorno del referendum inviterà gli italiani ad andare al mare, come già fece anni fa il suo compare Craxi. Se riuscirà ad impedire che scatti il quorum, si venderà il risultato come un plebiscito a suo vantaggio, dichiarerà che solo quello è il vero voto politico, che quelle di ieri e di due settimane fa erano solo consultazioni amministrative, locali, insignificanti. Ecco un buon motivo, che da solo basta e avanza, per andare tutti a votare domenica prossima, e con un rotondo "sì" infliggere a Berlusconi la terza e irreversibile sconfitta. So benissimo quante perplessità e divisioni questo referendum ha sollevato nel centro-sinistra, tra i partiti e tra i cittadini. Sono tra coloro che hanno considerato sbagliato lanciarlo, sono tra coloro che continuano a pensare che il problema del precariato, e della mancanza di diritti che accompagna questa condizione sociale di insicurezza, non si risolve con un referendum abrogativo ma solo con una legge articolata, capace di affrontare una situazione alquanto complicata. Tutto vero, anzi verissimo. Ma ora, piaccia o meno, il senso del voto al referendum di domenica prossima è innanzitutto un altro, semplice e brutale: «Vuoi tu sconfiggere Berlusconi per la terza volta in meno di un mese, dando al suo regime un colpo tanto democratico quanto micidiale, o preferisci dargli, dopo due sconfitte, l'ossigeno di un risultato che potrà spacciare come una sua vittoria?» Questo è il vero quesito, quali che siano le parole scritte sulla scheda. Succede infatti per i referendum quello che succede nella vita reale: la stessa identica sequenza di parole può assumere significati diversissimi e addirittura opposti, a seconda di chi la pronunci e dal contesto in cui venga comunicata. Facciamo un esempio un tantino volgare: l'espressione "brutto stronzo!". Sembra inequivocabile. Eppure, pronunciata da un amico nei confronti di un amico che non vedeva da tempo, che credeva anzi gravemente malato, che ritrova per caso e improvvisamente in salute pimpante, detta gettandogli le braccia al collo (e seguita da "ci hai fatto morire di paura" eccetera), diventa una frase assolutamente affettuosa, di sorpresa felice, di amicizia talmente forte che può capovolgere l'ingiuria nel suo opposto. Detta da un automobilista che scende dalla vettura dopo un tamponamento, con un crick in mano, ha un significato inequivocabilmente diverso. Eppure le parole sono le stesse. Così per il referendum di domenica prossima. Ecco perché, al di là di quello che si pensi delle parole scritte sulla scheda, e della riforma dell'articolo 18, e delle leggi necessarie per affrontare il problema del lavoro flessibile e precario, domenica bisogna andare a votare e votare "sì". Perché il significato reale, dato dal contesto delle due sconfitte berlusconiane e degli inviti governativi, che si faranno pressanti (magari attraverso un assordante silenzio dei mass media sul referendum stesso) per "andare al mare", è ormai quello che abbiamo sopra richiamato: ne hai abbastanza di Berlusconi o te lo vuoi sciroppare ancora a lungo? Ecco perché spero che i tanti che avevano deciso di non votare decidano in questo nuovo contesto per il "sì". Penso agli uomini che più stimo dell'opposizione nella società civile, ai protagonisti delle lotte di questo anno e mezzo (due nomi, per riassumere i tantissimi altri: Sergio Cofferati a Nanni Moretti), che con la loro generosità hanno contribuito non poco ai successi elettorali di ieri e di due settimane fa. Ma penso anche ai partiti del centro-sinistra, e alle loro decisioni ufficiali contrarie al "sì" per ragioni anche di peso, che ora nel nuovo contesto sarebbero però autolesionistiche. La loro vittoria elettorale finirebbe dimezzata, inevitabilmente, dal non raggiungimento del quorum domenica prossima, e dalla grancassa che Berlusconi e le sue cheerleader massmediatiche comincerebbero immediatamente a suonare. Cambiare decisione, in politica, è sempre difficile. Sembra l'ammissione di un errore.
Costa all'orgoglio. Può apparire una debolezza. Ma cambiare decisione perché è cambiato il contesto è solo scelta di saggezza e di coraggio. Non sarà un regalo a Bertinotti e ai promotori del referendum (che con la loro scelta hanno diviso la sinistra): sarà un regalo a tutta l'opposizione. E soprattutto, costituendo una nuova sconfitta per Berlusconi, sarà un regalo fatto all'Italia.
posted by brv3 6/12/2003 04:15:00 PM
giovedì, giugno 05, 2003
Referendum e fantascienza
Nel mondo delle possibilità (ipotesi, ipotesi...) c'è la vittoria del no o
(che è la stessa cosa) dell'astensione.
Dopo tale (eventuale) sconfitta, il riformismo italiano pensa che:
1) il governo (mi pare ci sia Berlusconi, non Cofferati e nemmeno Fassino o
Mastella) metta mano a diverse tutele dei lavoratori (certo, per
migliorarle!)
2) modifichi la legge Biagi (certo, l'hanno approvata ma una vittoria contro
i referendari renderebbe questo governo sicuramente più compassionevole!)
3) aumenti (coerentemente con le ultimissime dichiarazioni sulla spesa
sociale!) l'efficacia degli ammortizzatori sociali
4) metta un limite e delle garanzie per i co.co.co (voluto a suo tempo dalla
sinistra!)
Allora, se questa è la prospettiva che ci viene illustrata io penso due
cose:
1) La classe dirigente della sinistra proprio non riesce a fare un'analisi
politica seria perché vive nel mondo dei sogni (come durante la bicamerale o
quando ha avuto la possibilità di porre rimedio al conflitto di interessi e
non lo ha fatto pensando di lavarsene le mani)
2) Berlusconi al governo ci resterà per sempre nei secoli dei secoli
Spero di sbagliarmi e spero che le porno-fantasie (perché sono indegne e
ingenue allo stesso momento) della sinistra riformista si avverino... nel
frattempo leggo le dichiarazioni del governo e della confindustria sui
metodi per rilanciare l'economia... mi fumo un cannone e grido: "Berlusconi,
dì qualcosa di sinistra!!!!"
Caro Direttore,
una notizia apparsa in questi giorni sul Sun Sentinel, un quotidiano molto diffuso in Florida (e segnalatomi da un ricercatore italiano che insegna negli Stati Uniti) mi fa sapere che un gruppo di paramilitari al comando di Roby Frometa, vecchio esperto di guerre sporche, si sta esercitando con armi pesanti in un luogo imprecisato dello stato per "preparare una possibile invasione di Cuba". Frometa aveva recentemente attirato l'attenzione perfino del Wall Street Jurnal, sorpreso che questo imbarazzante "eroe" della comunità anticastrista di Miami, avesse potuto annunciare pubblicamente, insieme al capitano golpista venezuelano Luis Eduardo Garcia, la creazione di una "alleanza civica militare che si propone di abbattere i presidenti Fidel Castro e Hugo Chavez". Ma il portavoce dell'Ufficio della Fbi di Miami, Judy Orihuela, interrogato dal Sun Sentinel a proposito di attentati che Frometa si vantava di aver già compiuto nel territorio cubano, ha risposto che questo tipo di attività non costituiva, "una priorità per il suo ufficio".
Ho riflettuto su queste notizie in questi giorni dolorosi delle sentenze comminate a Cuba contro i dissidenti (quelli veri e quelli ingaggiati dal nuovo disinvolto incaricato d'affari nordamericano James Cason) e specie dopo le condanne a morte subito eseguite a tre degli undici sequestratori di più di 40 passeggeri del traghetto della Baia di L'Avana. Ho riflettuto come cittadino assolutamente contrario alla pena di morte, ma anche come giornalista abituato a lavorare su fatti e riscontri inoppugnabili, prima di esprimere qualunque giudizio.
Accortezza che mi pare non abbia avuto invece né Marina Sereni, responsabile esteri dei Ds, né il segretario Piero Fassino, né quella parte del partito che ora, come i radicali, ha voluto perfino un dibattito parlamentare su Cuba senza aver nemmeno tentato di conoscere quali allarmanti strategie messe in atto recentemente dal governo Bush verso l'Isola, abbiano innescato la esagerata reazione del governo di Fidel Castro. Eppure, era sufficiente consultare qualche giornale liberal nordamericano o ascoltare, magari, vecchi diplomatici come Wayne Smith, incaricato d'affari Usa all'Avana durante la presidenza di Jimmy Carter.
Da cosa erano distratti, per esempio, i vertici Ds mentre decine di deputati laburisti inglesi e il Nobel della letteratura Nadine Gordimer si impegnavano, nel marzo scorso, per liberare dal "hueco", il buco (la prigione punitiva) 5 cubani, infiltratisi nelle organizzazioni terroristiche della Florida per scoprire gli autori degli attentati a Cuba alla fine degli anni '90? Erano stati condannati a pene tombali da un tribunale di Miami, con l'accusa paradossale di aver "pensato di cospirare". Leonard Weinglass, prestigioso avvocato dei diritti civili e difensore di Mumia Abu Jamal che ha assunto ora la difesa in appello di uno dei condannati, ha dichiarato: "Il governo di Washington li ha sotterrati in prigione perché si stavano avvicinando troppo al mondo dei suoi terroristi". Sí, perché gli Stati Uniti, che si sono arrogati il diritto di portare la guerra ovunque in nome della lotta al terrorismo, coltivano, nel proprio grembo, criminali come Frometa o come Luis Posada Carriles che, dopo una vita passata a portar morte in America Latina, nel '97, in nome della Fondazione cubanoamericana di Miami, ha ingaggiato con diecimila dollari il giovane domenicano Cruz autore dell'attentato all'hotel Copacabana di L'Avana dove morì l'italiano Fabio Di Celmo. Posada Carriles, negli Stati Uniti, ha sempre circolato indisturbato.
Ma questi misfatti, incredibilmente, sono sconosciuti a una parte della sinistra italiana, ora intransigente verso Castro. Possibile, per esempio, che questo mondo non si sia indignato quando Otto Reich, vice segretario di stato per l'America Latina, ora rimosso e assegnato a un incarico speciale per l'avversione plateale che aveva suscitato nel continente, ha tentato spudoratamente di inserire Cuba nell'elenco delle nazioni terroriste (dove non c'era l'Afghanistan) e addirittura fra le nazioni che possiedono armi chimiche? È possibile che, chi stigmatizza Cuba assediata da un embargo quarantennale condannato ogni anno dall'Onu, non si sia accorto nemmeno che il governo Bush ha deciso di infrangere l'accordo voluto da Clinton per porre fine all'odissea dei balzeros, un accordo secondo il quale ogni anno 20mila cubani con regolare visto potevano emigrare negli Usa? Dall'ottobre 2002 a febbraio 2003 i visti rilasciati dall'Ufficio che tutela gli interessi degli Stati Uniti sono stati infatti soltanto 580 (rispetto agli ottomila dell'anno precedente).
È molto più conveniente infatti, dal punto di vista della propaganda politica di Washington, che i cubani (gli unici ad ottenere subito il permesso di soggiorno, mentre gli altri latinoamericani vengono cacciati a calci nel sedere) arrivino sulle coste della Florida su imbarcazioni di fortuna o anneghino nella traversata. Ma è ancora meglio se, sollecitati dalla famigerata Fondazione cubano-americana, incominciano a sequestrare aerei o altri mezzi per destabilizzare il paese. Al resto pensa il nuovo incaricato di affari Usa James Cason, con una disponibilità di mezzi, che non ha avuto eguali nel passato (si parla di oltre 22 milioni di dollari). Eppure la democrazia, si sa, non si afferma comprando le persone.
Mentre accadono questi fatti nel disinteresse generale, e mentre l'ambasciatore Usa a Santo Domingo dichiara che "Cuba dovrebbe imparare qualcosa da come è andata a finire in Iraq", duemila persone, in meno di due anni, sono "sparite" negli uffici delle varie polizie degli Stati Uniti per le leggi speciali antiterrorismo (che prevedono anche la licenza di uccidere) senza che le famiglie possano sapere nulla di loro e senza che nessun avvocato li possa difendere. Questa allarmante abolizione dell'elementare diritto dell'habeas corpus, è scivolata come acqua sui vetri nelle coscienze democratiche del nostro paese, ormai sordo anche a tutti i misfatti che ogni giorno, in America Latina, vengono compiuti in nome del neoliberismo, in nazioni che noi definiamo democratiche. Ma su questi misfatti purtroppo i Ds non hanno chiesto un dibattito in Parlamento. Forse è arrivato il momento allora di aprire un confronto con la base, però, decentemente informata su quali guasti sta producendo la politica insensata del governo di Bush Jr., non solo in Medioriente?