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   Mutations  

Mutazioni e trasformazioni del corpo

 


Entro il medium costituito dalla tecnologia, la cultura, la politica e l’economia si fondono in un sistema onnipresente che assorbe o respinge tutte le alternative. La produttività e il potenziale di sviluppo di questo sistema stabilizzano la società e limitano il progresso tecnico mantenendolo entro il quadro del dominio. La razionalità tecnologica è divenuta razionalità politica

Herbert Marcuse

 L’uomo è in diretto rapporto simbiotico con la sua tecnologia

 Harold Innis


          Corpo, modernità e fordismo       

       “In the modern period, the body is re-energized, re-formed, subject to new modes of production, representation, and commodification. […] At the beginning of the century [diciannovesimo secolo], the body was the machine in which the self lived; the site of an animal nature which required conscious regulation. It was also a boundary: a doctor in 1800 would listen to a case history, with examination by touch; the live body could not be penetrated safely. […] By the early twentieth century […] a range of changes had taken place […]. The body could be penetrated by a barrage of devices: the stethoscope, ophthalmoscope, laryngoscope, speculum, high-intensity light, X-rays. Its physiological rhythms could be followed in the pulse, temperature, and respiration chart; its blood-pressure monitored; its bacteria examined by powerful microscopes. […] The body was resolved into a complex of a different biomechanical systems, conceived in thermodynamic terms. Other technologies were applied to it: drugs, inoculation, electricity; as well as various external regimes designed to improve its make-up, shape, and the flow of energies through it. The science of work - well established before Frederick Taylor published The Principles of Scientific Management in 1911 – attempted to maximize the performance of the body in relation to machine culture. Eugenics sought to govern reproductive potential”[1].

        La nuova immagine che assume il corpo nell’età moderna, le nuove narrazioni cui è soggetto, vanno comprese all’interno di una serie di cambiamenti più o meno paradigmatici occorsi nella società occidentale. In primo luogo, nuovi modi e rapporti di produzione hanno trasformato il senso dei luoghi, delle città e delle campagne, dei luoghi di lavoro e aggregazione. La nascita dell’industria e poi del fordismo hanno trasformato il tempo e lo spazio, le dimensioni all’interno delle quali vive il corpo, le dimensioni del corpo. Nuovi gruppi sociali si sono fatti avanti, nuove ideologie universali si sono imposte, totalitarismi più o meno espliciti hanno operato. Il progetto moderno ha dato significati ideologici alle varie trasformazioni, le ha giustificate e sostenute, le ha comprese e spiegate, gli ha dato vita. Il progetto moderno non è altro che il Significante dispotico che linearizza e rende sistemici e coerenti gli elementi e tutti i codici che erano intraducibili tra loro. Il progetto moderno è la chiave che traduce i vari segni che vivono indipendentemente gli uni dagli altri, in maniera a-sistemica. Il Significante dispotico è un Significante sistemico che porta il desiderio macchinico nel molecolare e lo rende paranoico. E’ il Significante dispotico che permette le narrazioni, che permette i discorsi del potere.

In secondo luogo, una mutazione importante si è avuta grazie alle invenzioni e alle innovazioni tecnologiche che dalla fine del secolo XVIII hanno trasformato notevolmente lo stile di vita dell’uomo occidentale, ne hanno trasformato il corpo. Fondamentali scoperte scientifiche e mediche hanno ridisegnato l’immagine del corpo e degli organi che lo compongono. E’ dunque, all’interno di queste trasformazioni più generali che bisogna inquadrare le trasformazioni occorse al corpo sociale ed individuale, è all’interno dello sviluppo e della crisi della modernità che vanno compresi nuovi modelli di significazione: “Benché il termine moderno abbia una storia molto più lunga alle spalle, ciò che Habermas chiama il progetto della modernità emerse nel XVIII secolo. Tale progetto consisteva in uno straordinario sforzo intellettuale da parte dei pensatori illuministi al fine di sviluppare una scienza obiettiva, una morale e un diritto universali e un’arte autonoma secondo le rispettive logiche interne. […] Lo sviluppo di forme razionali di organizzazione sociale e modi di pensiero razionali permetteva la liberazione dall’irrazionalità del mito, della ragione, della superstizione, la liberazione dall’uso arbitrario del potere e dal lato oscuro della nostra stessa natura umana. Soltanto grazie a un tale progetto potevano rivelarsi le qualità universali, eterne e immutabili dell’umanità tutta. Il pensiero illuministico abbracciava l’idea di progresso, e cercava attivamente di giungere a quella rottura con la storia e la tradizione che la modernità propugna”[2].

E’ secondo una logica di organizzazione razionale e universale che si sviluppano le prime trasformazioni del concetto di corpo in epoca moderna, le trasformazioni del corpo. E’ nella direzione di un progresso certo da ricercare che si scandaglia ed analizza il corpo.

        Il mito della razionalità universale e universalizzante, dopo alterne fortune, ritorna forte e rinnovato all’inizio del secolo scorso, la razionalità diventa e significa efficienza tecnologica e funzionalismo, ciò è evidente nel design (l’interfaccia dei prodotti industriali dalle penne ai palazzi) quanto nella politica: “coloro che lavoravano all’interno e attorno all’influente movimento della Bauhaus negli anni venti, si proposero di imporre un ordine razionale (razionale nei termini dell’efficienza tecnologica e della produzione industriale) per obiettivi socialmente utili (l’emancipazione umana, l’emancipazione del proletariato e simili). Con l’ordine realizza la libertà era uno degli slogan di Le Corbusier il quale sottolineava che la libertà nella metropoli contemporanea dipendeva fondamentalmente dall’imposizione di un ordine razionale. Il modernismo nel periodo fra le due guerre, conobbe una notevole svolta positivistica e […] instaurò un nuovo stile filosofico che sarebbe diventato fondamentale nel pensiero sociale dopo la seconda guerra mondiale. Il positivismo logico era compatibile con la pratica dell’architettura modernista così come lo era con il progresso di tutte le forme di scienza in quanto manifestazioni del dominio tecnico”[3].

        La trasformazione del design procede parallelamente con la trasformazione del corpo, dei concetti che gli orbitano attorno.

 Il dominio della tecnica si impone in ogni ambito della cultura, diventa giustificazione di tutti gli stati, diventa verità epistemologica e fondamento, diventa dimostrazione della necessità delle cose presenti, della versione capitalistica del progetto illuministico.

L’economia, la politica, i rapporti di potere si impongono in maniera sempre più forte in ogni ambito culturale.

 L’arte, specie quella modernista che può essere considerata la più colta estetizzazione dei concetti positivisti, rispecchia tali idee: “L’alta arte modernista, l’architettura, la letteratura, ecc., divennero arti e attività istituzionalizzate in una società in cui l’elemento politico-economico dominante era una versione capitalistica del progetto illuministico di sviluppo per il progresso e l’emancipazione umana. La fede nel progresso lineare, nelle verità assolute e nella pianificazione razionale  di ordini sociali ideali in condizioni standardizzate di conoscenza e produzione era particolarmente profonda. Il modernismo che ne risultava era di conseguenza positivistico, tecnocentrico e razionalistico e veniva imposto come opera di avanguardia elitaria di urbanisti, artisti, architetti, critici e altri guardiani del gusto. La modernizzazione  delle economie europee procedeva di buon passo, mentre l’impulso della politica e del commercio internazionale era giustificato in quanto determinava un processo di modernizzazione benevolo e progressista per un Terzo mondo arretrato”[4].

Tutto ciò che la macchina economica riusciva a produrre era volto verso ideali di  progresso, di efficienza, tutto ciò che produceva guadagno economico era progresso. Tutti i mezzi che venivano impiegati erano giustificati machiavellicamente dall’alto fine del progresso e della civilizzazione universali. Il modernismo era la celebrazione degli ideali moderni e dei mezzi utilizzati, del potere burocratico, della razionalità delle grandi aziende, del neocolonialismo politico e culturale che si riproponevano forti agli inizi dello scorso secolo.

        Il corpo si trovava ingarbugliato in questo funzionalismo tecnocratico, in questo giustificazionismo neopositivista, diventava anch’esso mezzo di celebrazione modernista. Il corpo prende senso attraverso il Significante dispotico modernista, diventa colmo di sapere, diventa oggetto del potere.

La scienza del lavoro cercava di massimizzare i risultati del corpo in relazione alla tecnologia, alla cultura della macchina, alla produzione di tipo industriale: “Con la nascita della società industriale […] acquista una valenza diversa […] la figura dell’uomo artificiale. Questa figura, in senso moderno, nasce con la nuova organizzazione della vita economica e sociale che si fa strada in Europa a partire dai secoli XVII e XVIII, con la creazione di un nuovo spazio nelle città […] e che esprime il bisogno del nuovo uomo protoindustriale e industriale di proiettare anche sul proprio corpo il sogno di uno sviluppo indefinito delle forze produttive”[5].

Qualora il corpo non fosse stato al passo col mondo moderno, tecnologicamente avanzato, sarebbero state sanzionate azioni di compensazione e diagnosticate, pronte per l’uso, deficienze e disturbi quali isteria, neurastenia, schizofrenia e qualunque altro tipo di malattie mentali. Tim Armstrong analizza una serie di cure utilizzate per sconfiggere i vari disadattamenti: “electro-therapy, dietary regimes, eye-therapy, manipulation, hormones, surgery. Modernity, then, brings both a fragmentation  and augmentation of the body in relation with technology; it offers the body as lack, at the same time as it offers technological compensation. Increasingly, that compensation is offered as a part of capitalism’s fantasy of the complete body: in the mechanism of advertising, cosmetics, cosmetic surgery, and cinema; all prosthetic in the sense that they promise the perfection of the body. […] Modernism is, then, characterized  by the desire to intervene in the body; to render it part of modernity by techniques which may be biological, mechanical, or behavioural”[6].

In questo modo il capitalismo modernista cerca di educare il corpo all’ideologia razional-funzionalista, cerca di compensarne le mancanze e di aumentarne la funzionalità, lo vede come mezzo e oggetto perfetto o da perfezionare, lo fa rientrare tra gli oggetti di un nuovo consumo grazie a cosmetici, chirurgia estetica, cinema e pubblicità.

E’ sempre all’interno di questi discorsi che prendono corpo molti dei supereroi più rappresentativi del secolo scorso[7]. Gli eroi del cinema e dei fumetti possono essere un indicatore spassionato della sensibilità e dell’immaginario sociale su alcuni temi importanti.

Il capitalismo modernista crea dei nuovi riti di passaggio per il corpo, lo socializza, gli dà una dimensione spazio-temporale assoluta, lineare, contabilizzabile, analizzabile, descrivibile, capitalizzabile. Esso rende il corpo sempre più docile ed ammaestrato, lo interfaccia alla tecnologia in maniera da sembrare il più possibile naturale, il più possibile necessaria.

Il capitalismo crea sistemi di segni, linguaggi che rendono significativo il desiderio razional-funzionalista. Il desiderio desidera corpi alle catene di montaggio, orari precisi in cui produrre, omologazione e serialità dei vissuti. Il desiderio desidera meccanismi inarrestabili, pieni di mito e progresso.


 


[1] Tim Armstrong, Modernism, Technology, and the Body, a cultural study, Cambridge 1998, first published, pag. 2.

[2] Op. Cit., David Harvey, pag. 25, 26.

[3] Ibidem, pag. 48

[4] Ibidem, pag. 52.

[5] Antonio Caronia, Il corpo virtuale, Padova 1996, Franco Muzzio Editore, pag.11.

[6] Op. Cit., Tim Armstrong, pag. 3.

[7]  E’ interessante l’analisi di Antonio Caronia relativamente ai rapporti esistenti tra gli eroi dei fumetti e la condizione socioeconomica: Correva il giugno dell’anno 1938, e le edicole degli Stati Uniti ospitavano un nuovo comic book, una nuova rivista di fumetti, Action Comics. […] Era nato Superman, e con lui una mutazione nel fumetto d’avventura che avrebbe lasciato il segno. L’immaginario collettivo degli anni trenta, in America, conosceva insieme il suo più alto momento di massificazione e industrializzazione e l’inizio delle crisi di quel modello. […] Nel clima del New Deal e di fronte ai primi rumori della guerra, il fantastico irrompe nel fumetto proprio per dare corpo alla nuova versione del “sogno americano”, con la sua carica di apparente innovazione, di sostanziale rassicurazione sui valori tradizionali e poi di crescente coscienza del proprio ruolo internazionale. […] Sotto le spoglie dell’alieno, il corpo di Superman è una nuova incarnazione del corpo artificiale, un sogno di potenza illimitata, di velocità infinita, di infinita capacità di penetrare sotto la superficie delle cose, di dominio totale sul mondo. […] Come il volto notturno di Metropolis-New York è Gotham City, così la variante notturna di Superman è Batman, nato nel 1939. […] Con la fine della guerra ha termine la prima età dell’oro. […] Il postindustriale avanzante sembra insofferente del classico, massiccio corpo del supereroe classico, e ne esigeva una rappresentazione insieme più problematica e più aerea, “immateriale”, come si sarebbe detto due decenni dopo. Questo corpo agile, dislocato, quasi aereo, capace di occupare lo spazio in modo leggero e bizzarro compare nel novembre 1961 in una nuova testata, The Fantastic Four, i fantastici quattro;[…] In pochi anni nascono personaggi destinati a diventare popolarissimi: Spider-Man, Daredevil, l’incredibile Hulk. […] In effetti i nuovi supereroi degli anni sessanta sono una straordinaria galleria di freak, di corpi mutati dal nuovo pericoloso potere della scienza o dalla casualità dell’evoluzione. (op. cit. pagg. 45-49).