“Hillel Schwartz, in his fascinating history of food, fat and diets,
argues that the period after 1900 saw a revolution in attitudes to body
size: Between 1880 and 1920, gluttony […] would be bound to fatness,
fatness to inefficiency, inefficiency to lack of energy and loss of
balance, and imbalance to overweight. […] Fashion followed a similar
course after 1910, with lines which emulated the forms of modern design
– Stuart Ewen writes of an emerging ideal of mobile immateriality
evidence of the increasingly abstract trajectory of capitalism itself.
The modern regime of bodily self-control was born. Calorie-counting was
pioneered by Irving Fisher, the eccentric economist responsible for what
came to be the Consumer Price Index”[1].
Ancora una volta sono evidenti le forti relazioni presenti tra
sentimento modernista, economia e corpo. L’efficienza assurge ancora a
valore necessario verso il quale ogni corpo deve volgere: vi è un
vorticoso susseguirsi di cause ed effetti che fa si che i corpi grassi
siano considerati inefficienti, l’inefficienza provochi mancanza di
energia ed equilibrio, la mancanza di equilibrio ed energia sia
associata a corpi grassi. Tutto ciò accade agli inizi del ventesimo
secolo in parallelo con il nuovo design modernista, volto pure verso un’iperfunzionalità
ed un’efficienza tecnocratica. L’elemento che Marx avrebbe chiamato
strutturale rispetto a questi cambiamenti del gusto, risulta ancora una
volta necessario per la comprensione delle mutazioni in atto. Non è un
caso che Irving Fisher, il pioniere del conteggio delle calorie, fosse
un economista. Egli arrivò ad ipotizzare addirittura un legame tra
inflazione e fatness.
“The period from 1880 to 1930 saw a
significant shift in the way in which the economic was conceptualized,
from an analysis governed by scarcity, in which consumption replaced
production as the main focus”[2].
Influenzata dalle teorie moderniste, la disposizione del corpo
diviene un dovere morale, implicata in un ingranaggio tecnologico,
diviene un indicatore della rettitudine morale e della vitalità
dell’individuo.
Il nuovo corso economico iniziato intorno al 1880, dominato non
più dalla scarsità, ma dall’abbondanza e dal consumo portò a processi di
produzione e accumulazione del capitale relativamente nuovi, portò al
fordismo: “La simbolica data di nascita del fordismo è sicuramente il
1914, quando Henry Ford introdusse la giornata lavoro di otto ore a
cinque dollari per gli operai della catena di montaggio automatizzata
inaugurata l’anno precedente a Dearborn nel Michigan. Ma l’introduzione
e il consolidamento del fordismo furono in realtà processi ben più
complessi.
Le innovazioni organizzative e
tecnologiche di Ford furono, sotto molti aspetti, una semplice
estensione di tendenze ben consolidate. L’organizzazione industriale e
commerciale sotto forma di grandi concentrazioni di imprese, per
esempio, era stata perfezionata lungo tutto il XIX secolo, e si era già
diffusa, soprattutto dopo l’ondata di fusioni e formazioni di trust e
cartelli alla fine del secolo, a molti settori industriali […]. Ford
fece poco più che razionalizzare le vecchie tecnologie e la preesistente
divisione del lavoro […]. Di speciale in Ford (e ciò alla fine lo
distingue dal taylorismo) c’è la sua visione, il suo esplicito
riconoscimento del fatto che la produzione in serie significasse
produzione di massa, un nuovo sistema di riproduzione della forza
lavoro, una nuova politica di controllo e gestione dei lavoratori, una
nuova estetica e una nuova psicologia, in breve, un nuovo tipo di
società democratica, razionalizzata, modernista e populista. Antonio
Gramsci, che languiva nelle prigioni di Mussolini circa vent’anni più
tardi, colse esattamente quell’implicazione. L’americanismo e il
fordismo, notava nei suoi Quaderni dal carcere, rappresentavano il
maggior sforzo collettivo verificatosi fin ora per creare con rapidità
inaudita e con una coscienza del fine mai vista nella storia, un tipo di
lavoratore e di uomo. I nuovi modelli di lavoro sono inseparabili da uno
specifico modo di vivere, di pensare, di sentire la vita. Le questioni
relative alla sessualità, la famiglia, le forme di coercizione morale,
di consumismo e di azione statale erano, secondo Gramsci, strettamente
legate al tentativo di foggiare un particolare tipo di lavoratore adatto
al nuovo tipo di lavoro e di processo produttivo. […] Il fordismo
postbellico deve essere visto, quindi, non tanto come un semplice
sistema di produzione in serie quanto come uno stile di vita. La
produzione in serie voleva dire standardizzazione del prodotto e consumo
di massa; e ciò significava un’estetica assolutamente nuova e una
mercificazione della cultura che molti neoconservatori, come Daniel Bell,
avrebbero poi considerato dannosa per il mantenimento dell'etica del
lavoro e di altre presunte virtù capitalistiche. Anche il fordismo
sfruttò e contribuì all’estetica del modernismo – con particolare
riferimento alla propensione di quest’ultimo per la funzionalità e
l’efficienza – e in modi molto espliciti, mentre le forme
dell’intervento statale (guidato da principi di razionalità
burocratico-tecnica) e la configurazione del potere politico che davano
coerenza al sistema poggiavano sulle nozioni di una democrazia economica
di massa tenuta assieme da un equilibrio di interessi speciali. […] Il
fordismo e la gestione statale di tipo keynesiano si associarono ad
un’austera estetica funzionalista (alto modernismo) nel campo del design
razionalizzato. […] Le critiche e le pratiche controculturali degli anni
sessanta, quindi, andarono di pari passo con i movimenti delle minoranze
escluse e con la critica della razionalità burocratica spersonalizzata.
Tutti questi fili di opposizione cominciarono a intrecciarsi in un forte
movimento culturale e politico proprio nel momento in cui il fordismo in
quanto sistema economico sembrava aver raggiunto il proprio apogeo”[3].
Il corpo viene piegato e utilizzato per
asservire a logiche di produzione e consumo, viene, per usare ancora
un’espressione deleuziana, territorializzato. Il corpo perde
definitivamente qualsiasi caratteristica di spazio liscio e nomade e
diviene assolutamente spazio striato. Il corpo viene trasformato dalle
logiche di produzione e consumo affinché possa interfacciarsi al meglio
alle situazioni tecniche che gli vengono proposte. Il corpo è
completamente assoggettato e gli si dà l’illusione di un possibile
riscatto nel mondo privato. Tuttavia, i valori e le regole di questo
mondo sono valori e regole ancora una volta funzionali alle logiche e ad
i rapporti di produzione del capitalismo, alle sue logiche di consumo.
Per migliorare l’efficienza del corpo, per
aumentare le possibilità di interfacciarlo col mondo, col socius, con
l’ideologia, si è cercato di attrezzarlo, si è cercato di aggiungervi
strumentazioni artificiali, si è fatto largo uso di vere e proprie
protesi, di nuove metanarrazioni.
E’ necessario distinguere due tipi di
protesi, alcune che Tim Armstrong chiama negative e delle altre che
definisce positive: “What I would label a negative prosthesis involves
the replacing of a body part, covering a lack. The negative prosthesis
operates under the sign of a compensation (Freud’s suffering). A
positive prosthesis involves a more utopian version of technology, in
which human capacities are extrapolated. From the nineteenth century,
the prosthesis is both these senses is bound up with the dynamics of
modernity. Technology offers a re-formed body, more powerful and
capable, producing in a range of modernist writers a fascination with
organ-extension, organ-replacement, sensory-extension; with the
interface between the body and the machine which Gerald Heard, in 1939,
labelled mechanomorphism. […] In the Enlightenment, the body can be
compared to a machine, a series of pistons, levers, and cogs. […] The
nineteenth century reconceptualized the body as a motor rather then a
simply a machine; its energy levels and capacity for work conceived in
electro-chemical and thermodynamic terms. Late nineteenth century
studies of motion and performance by Muybridge, Marey, Taylor, an others
were carried out within this paradigm, equalizing the energies of the
body in relation to industrial apparatus”[4].
Ancora una volta Marx ha scorto in maniera
intelligente il significato profondo che si nascondeva dietro la
simbiosi uomo-macchina: “Marx’s critique of the factory system inhabits
the anxious interstices of the shift between the tool and the motor. In
the chapter on ‘Machinery and large-scale industry’ in Capital, Marx
follows Hegel in defining the machine as that which is independent of
the human and has an external source of power. The tool, on the other
hand, is knitted to the body, extending its powers. […] For Marx, the
horror of the factory system is that it implies reciprocity of persons
and machines, subordinating the former to the latter and ‘converting the
worker into a living appendage of the machine’. […] Taylorism was to
posit the body as a component, so that (Bernard Doray comments) the
worker ‘suffers from the divorce between the part of his body which has
been instrumentalized and calibrated and the remainder of his living
personality’[5]”
.
L’idea di un corpo meccanico, che inizia
già a far pensare a ciò che più in là sarà identificato come cyborg[6],
prende origine da due concetti differenti: il modello dell’uomo-macchina
e il pensiero evoluzionista che disegna un futuro adattivo e di
miglioramento. E’ interessante notare la relazione esistente tra
evoluzione e tecnologia, poiché nella società umana le alterazioni
corporali sono sempre culturali e tecnologiche, l’evoluzione non diviene
altro che l’uso di nuove tecniche. Se si considera il corpo come
l’incontro di materiale organico e meccanico, appunto il cyborg, allora
il meccanico può essere considerato come un’estensione o lo sviluppo del
corpo. Il corpo stesso inizia a divenire elemento mitico, le sue protesi
i suoi Significanti dispotici.
Le teorie darwiniste debbono
necessariamente tenere conto dell’importanza della tecnica e della
meccanica per l’adattamento e la selezione del corpo umano, che
diventano sempre meno naturali: “at the end of the nineteenth century,
it could still be said that many technological development were modelled
on the body – particularly the deficient body, the telephone emerging
from research on the mechanism of the ear; the typewriter from a desire
to let the blind write by touch; film from persistence of vision”[7].
Non stiamo soltanto inventando nuove
macchine, ma le macchine che stiamo costruendo stanno creando un uomo
nuovo, appendice della macchina. Gerald Stanley Lee afferma che “the
telephone changes the structure of the brain. Men live in wider
distances, and think in larger figures, and became eligible to nobler
and wider motives”[8].
In The World, the Flash and the Devil del 1929 di J.D. Bernal ritroviamo
lo stesso tipo di concetto: “When the ape-ancestor first used a stone he
was modifying his bodily structure by the inclusion of a foreign
substance […] there began a series of permanent additions to the body,
affecting his functions and even, as with spectacles, its sense organs.
[…] the decisive step will come when we extend the foreign body into the
actual structure of living matter”[9].
La simbiosi uomo-macchina inizia a
comprendersi in maniera più completa, sia relativamente alle sue cause
che agli effetti che provoca, soprattutto su meccanismi di
autopercezione. Prodotto della società industriale, il corpo
protoindustriale diventa sempre più realmente desideroso di produzione
industriale, il proprio desiderio desidera industria e catene di
montaggio. Per l’uomo protoindustriale le necessità della produzione
industriale sono le sue necessità, i propri interessi si confondono con
quelli del capitale. Il Significante dispotico si avvicina sempre di
più al corpo, gli si appoggia sopra.
Il totalitarismo ideologico del
capitalismo industriale è assoluto, si impone su qualunque corpo, su
qualsiasi identità. Il capitalismo fordista impone narrazioni
totalitarie.
Il corpo protoindustriale è subito corpo
assoggettato, introdotto in una torre di Bentham grazie a misurazioni
relative all’efficacia e all’efficienza, grazie a cronometrazioni
precise, grazie al controllo totale che gli si impone in fabbrica. Il
corpo protoindustriale passa subito allo Stato, è esso stesso Stato, è
corpo reazionario: “Esplicitamente la fabbrica si apparenta al convento,
alla fortezza, alla città chiusa […]. Ad ogni individuo, il suo posto;
ed in ogni posto il suo individuo. Evitare le distribuzioni a gruppi;
scomporre le strutture collettive; analizzare le pluralità confuse,
massive o sfuggenti. Lo spazio disciplinare tende a dividersi in
altrettante particelle quanti sono i corpi o gli elementi da ripartire.
Bisogna annullare gli effetti delle ripartizioni indecise, la scomparsa
incontrollata degli individui, la loro diffusa circolazione, la loro
coagulazione inutilizzabile e pericolosa; tattica antidiserzione,
antivagabondaggio, antiagglomerazione. Si tratta di stabilire le
presenze e le assenze, di sapere come e dove ritrovare gli individui, di
instaurare le comunicazioni utili, di interrompere le altre, di potere
in ogni istante sorvegliare la condotta di ciascuno, apprezzarla,
sanzionarla, misurare le qualità od i meriti. Procedura, dunque, per
conoscere, padroneggiare, utilizzare. La disciplina organizza uno spazio
analitico. […] Il rigore del tempo industriale ha mantenuto a lungo un
andamento religioso. […] L’estensione progressiva del lavoro salariato
porta, da parte sua, una rigorosa valutazione del tempo […]. Il tempo
pagato deve essere anche un tempo senza impurità né difetti, un tempo di
buona qualità, lungo il quale il corpo resta applicato al suo esercizio.
L’esattezza e l’applicazione sono, con la regolarità, le virtù
fondamentali del tempo disciplinare. […] Su tutta la superficie di
contatto tra il corpo e l’oggetto che esso manipola, il potere si
introduce, li collega. Costituisce un complesso corpo-arma,
corpo-strumento, corpo-macchina. Siamo ormai lontani da quelle forme di
assoggettamento che non chiedevano al corpo che segni o prodotti, forme
di espressione o lavoro. La regolamentazione imposta dal potere è nello
stesso tempo la legge di costruzione dell’operazione. Appare così il
carattere del potere disciplinare; esso ha non tanto una funzione di
prelevamento quanto di sintesi, non tanto di estorsione del prodotto
quanto di legame coercitivo con l’apparato di produzione”[10].
E’ questo il momento più evidente, quello
industriale, denunciato da Foucault, dalla sua microfisica del potere,
dei corpi docili. Egli individua degli elementi importanti che ci
saranno utilissimi per comprendere affondo quali sono i punti d’appoggio
che il potere trova sul corpo. Ripetiamo: “Su tutta la superficie di
contatto tra il corpo e l’oggetto che esso manipola, il potere si
introduce, li collega”. La superficie di contatto, l’interfaccia.
Foucault purtroppo non continua ad esplorare questo punto decisivo: esso
è il punto d’appoggio del potere sul corpo; il corpo poi può essere
anche altrove, non esistere, essere virtuale, essere un robot: ciò che
il potere sfrutta, utilizza, è la superficie di contatto tra il corpo e
l’oggetto che esso manipola, ciò che unisce questi due elementi. Su
questa superficie senza spazio vi è, fondamentalmente del codice o, più
precisamente, del plusvalore di codice.
Tutte le trasformazioni del corpo
protoindustriale sono rivolte verso una funzionalità disciplinare, verso
la tecnocrazia capitalista. Il potere si introduce in tutta la
superficie tra il corpo e l’oggetto che esso manipola; l’oggetto che
esso manipola può essere considerato come qualsiasi attrezzo o protesi
che il corpo utilizza, qualsiasi aggeggio che aumenti o trasformi le
capacità del corpo stesso. La superficie che esiste tra i due elementi,
tra il corpo e l’attrezzo, la protesi, è soprattutto una superficie di
tipo cognitivo, una superficie di sapere, di potere. Dicevo che la
protesi, il meccanismo, l’attrezzo, modificano la percezione di se
stessi, la percezione della funzione, della necessarietà dello Stato,
dell’atto: la conoscenza della superficie cognitiva, ma soprattutto la
coscienza dell’esistenza e della funzione di questa superficie, danno la
possibilità di scrutare lo Stato che le domina, danno la possibilità di
comprendere dov’è il trucco, dov’è il potere, dov’è la funzione
necessaria e dove il Significante dispotico.
Il passaggio tra il molare e il molecolare
(tra il mondo e i pezzi del corpo, anche artificiali) è critico,
illusorio, crea fraintendimenti.
L’interfaccia che esiste tra il corpo
dell’individuo, tra i pezzi del suo corpo, tra il suo corpo e le protesi
e tra le sue protesi e il mondo, è il punto su cui fa leva lo Stato per
imporsi sulla Mutazione, è elemento di una mininarrazione. Ripeto che
quest’interfaccia è da intendersi soprattutto come elemento cognitivo,
come icona, come segno, come codice trasformato, come sapere e potere.
L’insieme delle necessarie conoscenze sul
senso e l’utilizzo dell’oggetto, della macchina, della protesi, sono
dettate dallo Stato, dal suo Significante dispotico, sono elementi
culturali ideologici che si camuffano in elementi biologici e necessari,
sono un insieme di regole precise che limitano e indirizzano lo stesso
utilizzo della macchina, l’utilizzo del corpo.