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Mutazioni e trasformazioni del corpo

 


Dopo il suo ultimo tentativo di uccidere mia moglie Catherine, mi resi conto che egli si era finalmente ritirato in se stesso. Nell’abbagliato reame di violenza e tecnologia ch’era il suo cervello, egli guidava ora perennemente a oltre centosessanta all’ora lungo un’autostrada deserta, oltrepassando vuote stazioni di servizio ai margini di ampie campagne, in attesa di una singola macchina che gli venisse in contro. Nella sua mente, vedeva così il mondo intero morire in un disastro automobilistico simultaneo: milioni di veicoli lanciati l’uno contro l’altro in un congresso finale tutto schizzi di lombi e liquido refrigerante”

J.G. Ballard

 


Corpo protoindustriale

“Hillel Schwartz, in his fascinating history of food, fat and diets, argues that the period after 1900 saw a revolution in attitudes to body size: Between 1880 and 1920, gluttony […] would be bound to fatness, fatness to inefficiency, inefficiency to lack of energy and loss of balance, and imbalance to overweight. […] Fashion followed a similar course after 1910, with lines which emulated the forms of modern design – Stuart Ewen writes of an emerging ideal of mobile immateriality evidence of the increasingly abstract trajectory of capitalism itself. The modern regime of bodily self-control was born. Calorie-counting was pioneered by Irving Fisher, the eccentric economist responsible for what came to be the Consumer Price Index”[1].

        Ancora una volta sono evidenti le forti relazioni presenti tra sentimento modernista, economia e corpo. L’efficienza assurge ancora a valore necessario verso il quale ogni corpo deve volgere: vi è un vorticoso susseguirsi di cause ed effetti che fa si che i corpi grassi siano considerati inefficienti, l’inefficienza provochi mancanza di energia ed equilibrio, la mancanza di equilibrio ed energia sia associata a corpi grassi. Tutto ciò accade agli inizi del ventesimo secolo in parallelo con il nuovo design modernista, volto pure verso un’iperfunzionalità ed un’efficienza tecnocratica. L’elemento che Marx avrebbe chiamato strutturale rispetto a questi cambiamenti del gusto, risulta ancora una volta necessario per la comprensione delle mutazioni in atto. Non è un caso che Irving Fisher, il pioniere del conteggio delle calorie, fosse un economista. Egli arrivò ad ipotizzare addirittura un legame tra inflazione e fatness.

“The period from 1880 to 1930 saw a significant shift in the way in which the economic was conceptualized, from an analysis governed by scarcity, in which consumption replaced production as the main focus”[2].

        Influenzata dalle teorie moderniste, la disposizione del corpo diviene un dovere morale, implicata in un ingranaggio tecnologico, diviene un indicatore della rettitudine morale e della vitalità dell’individuo.

        Il nuovo corso economico iniziato intorno al 1880, dominato non più dalla scarsità, ma dall’abbondanza e dal consumo portò a processi di produzione e accumulazione del capitale relativamente nuovi, portò al fordismo: “La simbolica data di nascita del fordismo è sicuramente il 1914, quando Henry Ford introdusse la giornata lavoro di otto ore a cinque dollari per gli operai della catena di montaggio automatizzata inaugurata l’anno precedente a Dearborn nel Michigan. Ma l’introduzione e il consolidamento del fordismo furono in realtà processi ben più complessi.

Le innovazioni organizzative e tecnologiche di Ford furono, sotto molti aspetti, una semplice estensione di tendenze ben consolidate. L’organizzazione industriale e commerciale sotto forma di grandi concentrazioni di imprese, per esempio, era stata perfezionata lungo tutto il XIX secolo, e si era già diffusa, soprattutto dopo l’ondata di fusioni e formazioni di trust e cartelli alla fine del secolo, a molti settori industriali […]. Ford fece poco più che razionalizzare le vecchie tecnologie e la preesistente divisione del lavoro […]. Di speciale in Ford (e ciò alla fine lo distingue dal taylorismo) c’è la sua visione, il suo esplicito riconoscimento del fatto che la produzione in serie significasse produzione di massa, un nuovo sistema di riproduzione della forza lavoro, una nuova politica di controllo e gestione dei lavoratori, una nuova estetica e una nuova psicologia, in breve, un nuovo tipo di società democratica, razionalizzata, modernista e populista. Antonio Gramsci, che languiva nelle prigioni di Mussolini circa vent’anni più tardi, colse esattamente quell’implicazione. L’americanismo e il fordismo, notava nei suoi Quaderni dal carcere, rappresentavano il maggior sforzo collettivo verificatosi fin ora per creare con rapidità inaudita e con una coscienza del fine mai vista nella storia, un tipo di lavoratore e di uomo. I nuovi modelli di lavoro sono inseparabili da uno specifico modo di vivere, di pensare, di sentire la vita. Le questioni relative alla sessualità, la famiglia, le forme di coercizione morale, di consumismo e di azione statale erano, secondo Gramsci, strettamente legate al tentativo di foggiare un particolare tipo di lavoratore adatto al nuovo tipo di lavoro e di processo produttivo. […] Il fordismo postbellico deve essere visto, quindi, non tanto come un semplice sistema di produzione in serie quanto come uno stile di vita. La produzione in serie voleva dire standardizzazione del prodotto e consumo di massa; e ciò significava un’estetica assolutamente nuova e una mercificazione della cultura che molti neoconservatori, come Daniel Bell, avrebbero poi considerato dannosa per il mantenimento dell'etica del lavoro e di altre presunte virtù capitalistiche. Anche il fordismo sfruttò e contribuì all’estetica del modernismo – con particolare riferimento alla propensione di quest’ultimo per la funzionalità e l’efficienza – e in modi molto espliciti, mentre le forme dell’intervento statale (guidato da principi di razionalità burocratico-tecnica) e la configurazione del potere politico che davano coerenza al sistema poggiavano sulle nozioni di una democrazia economica di massa tenuta assieme da un equilibrio di interessi speciali. […] Il fordismo e la gestione statale di tipo keynesiano si associarono ad un’austera estetica funzionalista (alto modernismo) nel campo del design razionalizzato. […] Le critiche e le pratiche controculturali degli anni sessanta, quindi, andarono di pari passo con i movimenti delle minoranze escluse e con la critica della razionalità burocratica spersonalizzata. Tutti questi fili di opposizione cominciarono a intrecciarsi in un forte movimento culturale e politico proprio nel momento in cui il fordismo in quanto sistema economico sembrava aver raggiunto il proprio apogeo”[3].

Il corpo viene piegato e utilizzato per asservire a logiche di produzione e consumo, viene, per usare ancora un’espressione deleuziana, territorializzato. Il corpo perde definitivamente qualsiasi caratteristica di spazio liscio e nomade e diviene assolutamente spazio striato. Il corpo viene trasformato dalle logiche di produzione e consumo affinché possa interfacciarsi al meglio alle situazioni tecniche che gli vengono proposte. Il corpo è completamente assoggettato e gli si dà l’illusione di un possibile riscatto nel mondo privato. Tuttavia, i valori e le regole di questo mondo sono valori e regole ancora una volta funzionali alle logiche e ad i rapporti di produzione del capitalismo, alle sue logiche di consumo.

Per migliorare l’efficienza del corpo, per aumentare le possibilità di interfacciarlo col mondo, col socius, con l’ideologia, si è cercato di attrezzarlo, si è cercato di aggiungervi strumentazioni artificiali, si è fatto largo uso di vere e proprie protesi, di nuove metanarrazioni.

E’ necessario distinguere due tipi di protesi, alcune che Tim Armstrong chiama negative e delle altre che definisce positive: “What I would label a negative prosthesis involves the replacing of a body part, covering a lack. The negative prosthesis operates under the sign of a compensation (Freud’s suffering). A positive prosthesis involves a more utopian version of technology, in which human capacities are extrapolated. From the nineteenth century, the prosthesis is both these senses is bound up with the dynamics of modernity. Technology offers a re-formed body, more powerful and capable, producing in a range of modernist writers a fascination with organ-extension, organ-replacement, sensory-extension; with the interface between the body and the machine which Gerald Heard, in 1939, labelled mechanomorphism. […] In the Enlightenment, the body can be compared to a machine, a series of pistons, levers, and cogs. […] The nineteenth century reconceptualized the body as a motor rather then a simply a machine; its energy levels and capacity for work conceived in electro-chemical and thermodynamic terms. Late nineteenth century studies of motion and performance by Muybridge, Marey, Taylor, an others were carried out within this paradigm, equalizing the energies of the body in relation to industrial apparatus”[4].

Ancora una volta Marx ha scorto in maniera intelligente il significato profondo che si nascondeva dietro la simbiosi uomo-macchina: “Marx’s critique of the factory system inhabits the anxious interstices of the shift between the tool and the motor. In the chapter on ‘Machinery and large-scale industry’ in Capital, Marx follows Hegel in defining the machine as that which is independent of the human and has an external source of power. The tool, on the other hand, is knitted to the body, extending its powers. […] For Marx, the horror of the factory system is that it implies reciprocity of persons and machines, subordinating the former to the latter and ‘converting the worker into a living appendage of the machine’. […] Taylorism was to posit the body as a component, so that (Bernard Doray comments) the worker ‘suffers from the divorce between the part of his body which has been instrumentalized and calibrated and the remainder of his living personality’[5]” .

L’idea di un corpo meccanico, che inizia già a far pensare a ciò che più in là sarà identificato come cyborg[6], prende origine da due concetti differenti: il modello dell’uomo-macchina e il pensiero evoluzionista che disegna un futuro adattivo e di miglioramento. E’ interessante notare la relazione esistente tra evoluzione e tecnologia, poiché nella società umana le alterazioni corporali sono sempre culturali e tecnologiche, l’evoluzione non diviene altro che l’uso di nuove tecniche. Se si considera il corpo come l’incontro di materiale organico e meccanico, appunto il cyborg, allora il meccanico può essere considerato come un’estensione o lo sviluppo del corpo. Il corpo stesso inizia a divenire elemento mitico, le sue protesi i suoi Significanti dispotici.

Le teorie darwiniste debbono necessariamente tenere conto dell’importanza della tecnica e della meccanica per l’adattamento e la selezione del corpo umano, che diventano sempre meno naturali: “at the end of the nineteenth century, it could still be said that many technological development were modelled on the body – particularly the deficient body, the telephone emerging from research on the mechanism of the ear; the typewriter from a desire to let the blind write by touch; film from persistence of vision”[7].

Non stiamo soltanto inventando nuove macchine, ma le macchine che stiamo costruendo stanno creando un uomo nuovo, appendice della macchina. Gerald Stanley Lee afferma che “the telephone changes the structure of the brain. Men live in wider distances, and think in larger figures, and became eligible to nobler and wider motives”[8]. In The World, the Flash and the Devil del 1929 di J.D. Bernal ritroviamo lo stesso tipo di concetto: “When the ape-ancestor first used a stone he was modifying his bodily structure by the inclusion of a foreign substance […] there began a series of permanent additions to the body, affecting his functions and even, as with spectacles, its sense organs. […] the decisive step will come when we extend the foreign body into the actual structure of living matter”[9].

La simbiosi uomo-macchina inizia a comprendersi in maniera più completa, sia relativamente alle sue cause che agli effetti che provoca, soprattutto su meccanismi di autopercezione.  Prodotto della società industriale, il corpo protoindustriale diventa sempre più realmente desideroso di produzione industriale, il proprio desiderio desidera industria e catene di montaggio. Per l’uomo protoindustriale le necessità della produzione industriale sono le sue necessità, i propri interessi si confondono con quelli del capitale.  Il Significante dispotico si avvicina sempre di più al corpo, gli si appoggia sopra.

Il totalitarismo ideologico del capitalismo industriale è assoluto, si impone su qualunque corpo, su qualsiasi identità. Il capitalismo fordista impone narrazioni totalitarie.

Il corpo protoindustriale è subito corpo assoggettato, introdotto in una torre di Bentham grazie a misurazioni relative all’efficacia e all’efficienza, grazie a cronometrazioni precise, grazie al controllo totale che gli si impone in fabbrica. Il corpo protoindustriale passa subito allo Stato, è esso stesso Stato, è corpo reazionario: “Esplicitamente la fabbrica si apparenta al convento, alla fortezza, alla città chiusa […]. Ad ogni individuo, il suo posto; ed in ogni posto il suo individuo. Evitare le distribuzioni a gruppi; scomporre le strutture collettive; analizzare le pluralità confuse, massive o sfuggenti. Lo spazio disciplinare tende a dividersi in altrettante particelle quanti sono i corpi o gli elementi da ripartire. Bisogna annullare gli effetti delle ripartizioni indecise, la scomparsa incontrollata degli individui, la loro diffusa circolazione, la loro coagulazione inutilizzabile e pericolosa; tattica antidiserzione, antivagabondaggio, antiagglomerazione. Si tratta di stabilire le presenze e le assenze, di sapere come e dove ritrovare gli individui, di instaurare le comunicazioni utili, di interrompere le altre, di potere in ogni istante sorvegliare la condotta di ciascuno, apprezzarla, sanzionarla, misurare le qualità od i meriti. Procedura, dunque, per conoscere, padroneggiare, utilizzare. La disciplina organizza uno spazio analitico. […] Il rigore del tempo industriale ha mantenuto a lungo un andamento religioso. […] L’estensione progressiva del lavoro salariato porta, da parte sua, una rigorosa valutazione del tempo […]. Il tempo pagato deve essere anche un tempo senza impurità né difetti, un tempo di buona qualità, lungo il quale il corpo resta applicato al suo esercizio. L’esattezza e l’applicazione sono, con la regolarità, le virtù fondamentali del tempo disciplinare. […] Su tutta la superficie di contatto tra il corpo e l’oggetto che esso manipola, il potere si introduce, li collega. Costituisce un complesso corpo-arma, corpo-strumento, corpo-macchina. Siamo ormai lontani da quelle forme di assoggettamento che non chiedevano al corpo che segni o prodotti, forme di espressione o lavoro. La regolamentazione imposta dal potere è nello stesso tempo la legge di costruzione dell’operazione. Appare così il carattere del potere disciplinare; esso ha non tanto una funzione di prelevamento quanto di sintesi, non tanto di estorsione del prodotto quanto di legame coercitivo con l’apparato di produzione”[10].

E’ questo il momento più evidente, quello industriale, denunciato da Foucault, dalla sua microfisica del potere, dei corpi docili. Egli individua degli elementi importanti che ci saranno utilissimi per comprendere affondo quali sono i punti d’appoggio che il potere trova sul corpo. Ripetiamo: “Su tutta la superficie di contatto tra il corpo e l’oggetto che esso manipola, il potere si introduce, li collega”. La superficie di contatto, l’interfaccia. Foucault purtroppo non continua ad esplorare questo punto decisivo: esso è il punto d’appoggio del potere sul corpo; il corpo poi può essere anche altrove, non esistere, essere virtuale, essere un robot: ciò che il potere sfrutta, utilizza, è la superficie di contatto tra il corpo e l’oggetto che esso manipola, ciò che unisce questi due elementi. Su questa superficie senza spazio vi è, fondamentalmente del codice o, più precisamente, del plusvalore di codice.

Tutte le trasformazioni del corpo protoindustriale sono rivolte verso una funzionalità disciplinare, verso la tecnocrazia capitalista. Il potere si introduce in tutta la superficie tra il corpo e l’oggetto che esso manipola; l’oggetto che esso manipola può essere considerato come qualsiasi attrezzo o protesi che il corpo utilizza, qualsiasi aggeggio che aumenti o trasformi le capacità del corpo stesso. La superficie che esiste tra i due elementi, tra il corpo e l’attrezzo, la protesi, è soprattutto una superficie di tipo cognitivo, una superficie di sapere, di potere. Dicevo che la protesi, il meccanismo, l’attrezzo, modificano la percezione di se stessi, la percezione della funzione, della necessarietà dello Stato, dell’atto: la conoscenza della superficie cognitiva, ma soprattutto la coscienza dell’esistenza e della funzione di questa superficie, danno la possibilità di scrutare lo Stato che le domina, danno la possibilità di comprendere dov’è il trucco, dov’è il potere, dov’è la funzione necessaria e dove il Significante dispotico.

Il passaggio tra il molare e il molecolare (tra il mondo e i pezzi del corpo, anche artificiali) è critico, illusorio, crea fraintendimenti.

L’interfaccia che esiste tra il corpo dell’individuo, tra i pezzi del suo corpo, tra il suo corpo e le protesi e tra le sue protesi e il mondo, è il punto su cui fa leva lo Stato per imporsi sulla Mutazione, è elemento di una mininarrazione. Ripeto che quest’interfaccia è da intendersi soprattutto come elemento cognitivo, come icona, come segno, come codice trasformato, come sapere e potere.

L’insieme delle necessarie conoscenze sul senso e l’utilizzo dell’oggetto, della macchina, della protesi, sono dettate dallo Stato, dal suo Significante dispotico, sono elementi culturali ideologici che si camuffano in elementi biologici e necessari, sono un insieme di regole precise che limitano e indirizzano lo stesso utilizzo della macchina, l’utilizzo del corpo.


 


 


[1] Op. Cit., Tim Armstrong, pag. 52.

[2] Ibidem.

[3] Op. Cit., David Harvey, pag. 156-174.

[4] Op. Cit., Tim Armstrong, pag. 77, 78.

[5] Ibidem, pag. 79.

[6] Cyborg è una parola composta, ormai difficilmente riconoscibile come tale, da cyberg e organism. Significa organismo cibernetico, organismo composto da carne e tecnologia. Cyberg deriva a sua volta dal greco Kybernàn che significa pilotare. Norbert Wiener utilizza per primo nel 1974 l’espressione cybernetics per indicare delle macchine capaci di regolarsi da sole.

[7] Ibidem.

[8] Ibidem.

[9] Ibidem.

[10] Op. Cit., Michel Foucault, pag. 155-170.