Prima importante evidenza di un
cyborg è di essere assieme oggetto di un Significante dispotico e il
Significante dispotico stesso – la parte cyber – , oggetto di una
narrazione e racconto esso stesso. Il corpo stesso contiene plusvalore
di codice ed i regimi molari e molecolari si confondono tendendo al
collasso.
Il corpo scompare, centrifugato
all’interno di necessità legate a tassi marginali di profitto
decrescenti, reti di comunicazione, fratture epistemologiche, assenza di
referenti e significati. Il corpo diventa esso stesso interfaccia,
flusso di informazione senza contenuto, plusvalore di codice e resto di
traduzioni per entità molari fatte di altri corpi.
Il corpo diventa completamente strumento
molare, non più paranoico, ma elemento di una struttura paranoica; non
più soltanto spazio sul quale lo Stato esercita sapere e potere
attraverso le interfacce, ma elemento informativo e fonte di sapere esso
stesso.
Lungi dall’essere momenti separati e
distinti, il corpo elettrico, quello protoindustriale, quello senza
organi e postindustriale, il copro scomparso, sono aspetti differenti,
declinazioni diverse, reazioni dell’uno verso l’altro dello stesso corpo
che continua a vivere a lato di Stato & Mutazione.
Lo Stato di Foucault disciplina e
controlla i corpi attraverso la visione totale degli spazi nei quali
vivono gli individui, attraverso il sapere insufflato nei corpi stessi.
I corpi protoindustriali sono legati alle catene di montaggio, alle
caserme, agli ospedali, alle scuole. Il controllo è sempre strategia di
ordine fisico. Il corpo elettrico segna una prima piccola modificazione,
un primo spostamento adattivo di Stato e Mutazione: l’elettricità fa
scorgere potenzialità di controllo maggiori, estese e diffuse.
L’elettricità è metafora che giustifica anche il controllo di ordine
fisico imposto ai corpi protoindustriali: essa aumenta di moltissimo la
quantità di sapere col quale si ricopre il corpo dell’individuo;
attraverso l’elettricità se ne svela il suo funzionamento, le
possibilità di comprenderne le deficienze e di migliorarlo, di renderlo
perfetto rispetto a delle strutture molari (taylorismo e fordismo sono
gli esempi forti di tale controllo). Il funzionalismo tecnocratico del
socius è reso possibile dal funzionalismo tecnocratico e dalla
significazione del funzionamento del corpo. Le possibilità di fuga sono
legate soprattutto a capacità di significazione schizofrenizzante del
funzionamento del corpo.
L’ideologia che si impone attraverso il
sapere imposto sul corpo elettrico diventa sempre più opaca e
frammentata, si nasconde in maniera sempre più diffusa nel mondo che
circonda il corpo, negli oggetti che utilizza, nelle protesi del corpo
stesso. La falsa coscienza è nascosta nelle traduzioni tra molecolare e
molecolare, tra molecolare e molare, nel plusvalore di codice che esiste
sempre più nascosto in tutti gli oggetti che continuano a significare il
funzionamento del corpo.
Accumulazione flessibile e tempi di
rotazione (sia di produzione che di consumo) sempre più veloci non
permettono più la sopravvivenza di ideologie totalitarie all’ingrosso
vecchia maniera, la loro cristallizzazione: il postindustriale porta al
postmoderno, l’ideologia si frantuma e si modifica, ma continua a vivere
agendo sempre in maniera più totalizzante e opaca. Una sorte simile
spetta ai Significanti dispotici: le metanarrazioni moderniste lasciano
il posto a delle mininarrazioni, tutte contenute nelle protesi, nella
tecnologia, nelle interfacce che si appoggiano sul corpo. Esse
traducono, come rituali sciamanici, l’ignoto in significazione
strutturata.
Il corpo cyborg, corpo artificiale per
antonomasia, tenta e crede di poter sfuggire a logiche di controllo, ma
è pura illusione: il Significante Dispotico nascosto nelle interfacce
diventa il corpo stesso, lo pervade completamente e, legandosi alle
reti, ai satelliti, diventa strumento paranoico esso stesso di strutture
più grandi, il corpo diventa tutto intero elemento molare: “noi non
possiamo più pensarci come un ‘io’ separato e distaccato dal mondo. La
nostra soggettività non è più un nucleo stabile e autonomo che
rispecchia il mondo, lo ordina con la sua razionalità, gli conferisce un
senso: è un grumo temporaneo, di una densità appena sufficiente a
garantire una parvenza di identità, destinato a sciogliersi e a
riformarsi, ogni volta diverso, in quel paesaggio che, adesso lo
vediamo, non è che un flusso di informazioni continuo, dinamico, sempre
al confine tra stabilità e instabilità. La potenza
dell’esteriorizzazione sta per rovesciarsi come un guanto: dopo essersi
estroflesso nel mondo con la forza di una tecnica dominatrice e
ordinatrice, l’uomo occidentale vede tutto il mondo rifluire dentro di
sé, direttamente e letteralmente dentro il suo corpo. Dopo l’esplosione
dell’uomo nel mondo, l’implosione del mondo nell’uomo”[1].
Il corpo diventa, per Caronia, corpo
disseminato, corpo senza più centro:
“Se il contatto sempre più intimo con
tecnologie elettromeccaniche intrusive ci fa pensare a un cambiamento
della stessa ‘materia prima’ biologica del corpo, ma non certo a un
deperimento della sua dimensione materiale, le tecnologie digitali
sembrano invece andare verso un’evanescenza del corpo, verso una
tendenziale scomparsa nella nuova immaterialità delle interazioni
elettroniche. […] Potremmo dire che ai processi di replica del corpo e
invasione del corpo, le tecnologie virtuali cominciano ad affiancare un
terzo processo, quello di disseminazione del corpo nelle reti e negli
spazi virtuali, immateriali, delle macchine digitali. E il corpo
disseminato è destinato a modificare e a minacciare un rapporto
basilare, che aveva retto più o meno immutato per decine di anni, il
rapporto tra corpo e identità. Sarà il completo stravolgimento di questo
rapporto, probabilmente, quello che segnerà il momento terminale di
uscita dall’era neolitica e dalla sua fase più matura, la società
industriale”[2].
Qual è la risposta della mutazione?
Il corpo è ormai scomparso, la zavorra
anti-ideologica parecchio alleggerita, le capacità di reazione di un
corpo sciolto nella rete molto limitate. Ci attende una trasformazione
paradigmatica dei modi di resistenza, una trasformazione paradigmatica
della Mutazione che ci aiuti a ritrovare i residui del corpo e le sue
deissi in maniera nuova, all’interno di reti virtuali dove lo spazio e
il tempo perdono ogni riferimento naturale, dove è più difficile
capire cosa significhi veramente deissi, dove è quasi impossibile
discernere Essere e Divenire, Atto e Potenza, Reale e Virtuale,
Molecolare e Molare, Significante e Significato, Segno e Referente,
Schizofrenia e Paranoia, Stato e Mutazione.
C’è un vero e proprio collasso
epistemico, il corpo è autoreferenziale in un mondo autoreferenziale
e, forse, paradossalmente si ritrova: la deissi diventa deissi
assoluta, il plusvalore di codice e le interfacce sono dappertutto e
per questo si scoprono, diventano palesi; c’è una disponibilità di
mininarrazioni infinita che non dà la possibilità di cristallizzazione
ai significanti dispotici e gli stessi significanti dispotici si
moltiplicano all’infinito: “Le RV, insomma, non ci fanno attingere
alcun livello di realtà superiore o più autentico, ma spingono al
parossismo l’indistinzione, completamente artificiale e postumana (non
naturale e originaria), tra i vari livelli di realtà. […] Il corpo
disseminato è quindi un copro fluttuante, che perde sempre di più la
sua dimensione sacrale, il suo riferimento a un’origine immutabile e
fondativa, che nella sua crescente disponibilità al travestimento,
alla disseminazione funzionale e finzionale, alla manipolabiltà,
accentua […] il suo carattere ‘vestito’. Un corpo del genere, va da
sé, non è più adatto a sostenere un’identità forte e stabile, a
segnalare con la sua unicità e intangibilità il confine tra interno ed
esterno, a corroborare un mito originario di fondazione.
Paradossalmente, solo la fine della credenza in un’origine di unità e
armonia con la natura rende possibile che il nuovo corpo artificiale e
disseminato funzioni come strumento di contatto e di inserimento nel
nuovo paesaggio tecnologico, alla nuova dimensione del mondo in cui
naturale e artificiale si confondono. Ma questo contatto, questo
inserimento, sarà sempre meno garantito dallo ‘zoccolo duro’ opposto
ai processi di omologazione dall’accoppiata fra stabilità della forma
corporea e isolabilità del flusso mentale individuale. […] nell’era
digitale, il processo di identificazione non solo ‘deve modellare
essenzialmente le modalità cognitive, i modelli di funzionamento
dell’attività mentale’[3],
ma deve anche fare i conti con l’estensione della deriva corporea, con
una nuova possibile stirpe di corpi virtuali disseminati nelle reti,
precari e temporanei grumi di attività sensoriale e cognitiva che
compensano con la loro mobilità il confinamento delle dita alla
tastiera o al mouse, la fissità degli occhi sullo schermo del monitor,
l’imprigionamento del capo o del corpo fisico nel casco o nella tuta”[4].
Tutto è stravolto e, per questo, forse
non c’è più mito fondativo, non c’è più referente, non ci sono
significazioni necessarie: il corpo scomparso riappare libero, appare
libero; il Significante dispotico è dappertutto e non può più
sistematizzare, non può più calamitare sensi e diventa significante
vuoto, significante zero, significante fluttuante assieme a tutti gli
altri segni. Una serie infinita di paranoici schizofrenizzanti si
aggira senza percorso verso limiti edipici, verso frontiere
decodificate di flussi e giammai codificabili, deterritorializzano
territorializzando, confondendo, senza più speranze di distinguerli,
macchine e regimi molari, corpi, protesi, Significanti dispotici,
plusvalore di codice, gambe e baffi di papà, interfacce ed elefanti,
sapere e potere, linguaggi, segni, estensioni.
Il collasso epistemico è totale e non
lascia scampo: i flussi di sapere, di desiderio, di informazione non
sono soltanto inarrestabili. Non è più possibile ripiegarli su Edipo
perché non c’è più alcuna differenza tra mondo e rappresentazione,
perché non vi è più alcun Significante dispotico: “La castrazione come
operazione pratica sull’inconscio è ottenuta quando mille tagli-flusso
di macchine desideranti, tutti positivi, tutti produttori, vengono
proiettati in uno stesso luogo mitico, il tratto unitario (unaire) del
significante. […] Quali sono le buone condizioni della cura, dicono?
Un flusso che si lascia tamponare da Edipo; oggetti parziali che si
lasciano sussumere sotto un oggetto completo anche assente, fallo
della castrazione; tagli-flusso che si lasciano proiettare in un luogo
mitico; catene polivoche che si lasciano bi-univocizzare, linearizzare,
attaccare ad un significante; un inconscio che si lascia esprimere;
sintesi connettive che si lasciano prendere in un uso globale e
specifico; sintesi disgiuntive che si lasciano prendere in un uso
esclusivo, limitativo; sintesi congiuntive che si lasciano prendere in
un uso personale e segregativo … Che significa infatti: ‘voleva dunque
dir questo?’ Schiacciamento del ‘dunque’ su Edipo e la castrazione”[5]
.
Il caos totale intravede spazi di
potenzialità.
[1] Franco Berardi ‘Bifo’, Mutazione e cyberpunk.
Immaginario e tecnologia negli scenari di fine millennio, Genova,
Costa & Nolan, 1994, pag.177
[2] Op. Cit., Antonio Caronia, pagg. 166, 167.
[3] Op. Cit., L’anti-Edipo, pagg. 65, 73.
[4]
Op. Cit., Antonio Caronia, pag. 134.
[5]
Op. Cit., Antonio Caronia, pagg.72, 73.