Il corpo senza organi
Bisogna comprendere come avviene
l’assoggettamento del corpo, come funziona, in che modo accetta
traduzioni improbabili di codice, sistemi di significazione che non gli
appartengono, nuove narrazioni.
Il corpo desidera l’assoggettamento, non
lo subisce soltanto. Il desiderio va inteso non più “nelle forme private
antiche (il desiderio come acquisizione), […] né in quelle penitenziali
del mondo cristiano (il desiderio è ciò di cui si può parlare, sotto la
specie del corpo peccaminoso e colpevole, nei modi regolamentati della
confessione), né in quelle scenico-teatrali (il desiderio è il ritorno
del ‘rimosso’ nello spazio ambiguo e controllato della scena), né in
quelle filosofiche della teoria delle passioni (il desiderio come
appetito), né infine in quelle medico-penali, a partire dal XVIII secolo
(nelle varie codificazioni anatomo-patologiche, neurologiche,
biologiche, coi loro correlati giuridici). In un modo o nell’altro, in
tutte queste forme, appare sempre un’iscrizione organica, una
correlazione al soggetto, l’assegnazione di un oggetto mancante in una
variante somatica (teoria dell’istinto), economica (teoria del bisogno),
sintomatico-rappresentativa (teoria delle pulsioni). La macchina
desiderante non è nulla di tutto questo: il desiderio non è iscritto in
alcun organismo, non è correlato ad alcun soggetto (il soggetto è
prodotto dalla macchina come ‘pezzo adiacente’), non manca di nulla, non
significa nulla, ma produce e funziona”[1].
Iniziamo a definire dunque il desiderio.
Esso non è organico, non è strutturale e perciò non significa nulla,
esso funziona e basta. Ogni interpretazione, ogni significato che gli si
vuole affibbiare è dispotico, è falso. Esso è macchinico e funziona
semplicemente, produce produzione.
Qual è il senso politico delle
tradizionali e mitiche rappresentazioni del desiderio? Se si accetta la
tesi che il desiderio è sempre rivoluzionario, pronto a distruggere le
molarità predisposte dal potere è facile comprenderne il senso, qui sì
strutturale e organico: “L’operazione monotona del potere per
‘controllare’ il desiderio è sempre stata […] di iniettarvi la mancanza[2],
la penuria, la rarità, operazione indispensabile per aver presa sui
corpi (il corpo organico, il corpo economico, il corpo libidinale): dal
momento che manchi di qualcosa, non potrai fondare le tue richieste che
su questa mancanza, e qui ti terremo: infaticabile ed inesauribile piège
della dipendenza predisposta. Così per secoli, attraverso le pratiche
sceniche, la regola confessionale, la codificazione medica, il potere ha
avuto (facile) presa sul corpo desiderante; sulla mancanza iniettata, e
tramite tutta una strategia complessa, negativa (repressione) e positiva
(allargamento costante dei confini del controllabile e del
sorvegliabile), e tutta una strumentazione parallela di teorie
filosofiche e di pratiche mediche, penali, criminalistiche, il potere ha
trovato le sue condizioni di funzionamento e il suo campo
d’applicazione”[3].
Non è semplice comprendere cosa si intenda
per macchina desiderante: a prima vista potrebbe sembrare un oggetto
barocco, un gioco linguistico, un inutile artificio teorico. In realtà,
perché di realtà si tratta, essa non è che l’inconscio che produce, un
inconscio senza memoria, orfano, pre-personale, non umano, senza colpa,
senza mancanza, senza credenze, non territorializzato, non terrorizzato
dalla famiglia, dallo Stato, da Edipo, non ripiegato sulla
rappresentazione, non ripiegato sul simbolo e sull’immaginario, non
costretto nel teatrino di sogni, lapsus e fantasmi[4].
Non è un inconscio fallico, né vaginale, né anale, né tantomeno
castrato; non è lineare, non è univoco, non è ripiegato su papà-mamma,
sulla famiglia nucleare, sullo sporco segretuccio: “La famiglia è dunque
il territorio di ripiegamento; l’Edipo l’insieme delle operazioni che
fanno passare il desiderio dal piano della produzione a quello della
rappresentazione, dal piano del reale a quello simbolico e
dell’immaginario. […] Non è tanto la famiglia borghese ad aver generato
l’Edipo, ma è piuttosto, al contrario, un dispositivo complesso, penale,
medico, giuridico, ad aver tagliato il sociale dal privato, ad aver
isolato la famiglia dal corpo sociale, ad aver innestato il corpo dei
genitori sul corpo dei bambini nella crociata antimasturbazione
(famiglia borghese), ad aver separato il corpo dei bambini da quello dei
genitori (campagna anti-incesto nella famiglia proletaria), ad aver
medicalizzato e psicologizzato i rapporti genitori-bambini (teorie della
perversione, della degenerazione e dell’anormalità), ad aver infine
codificato tutto questo nei dispositivi raffinati, ontogenetici e
filogenetici, dell’Edipo (interdetto dall’incesto come accesso alla
Legge, meccanica della castrazione come accesso al desiderio): la
famiglia come fabbrica di corpi docili, i genitori come agenti delegati
del controllo e della repressione”[5].
Il rapporto del corpo con l’esterno, con
le interfacce, con le protesi diviene più complesso, è da intendersi
relativamente al desiderio del corpo stesso con l’esterno. Desiderio,
sapere, conoscenza, interfaccia, macchina, molecolare e molare si
intrecciano, si ascoltano, si osservano, si parlano con linguaggi
diversi, attraverso improbabili traduzioni, con tradimenti sospetti. Il
funzionamento molecolare, desiderante e macchinico si intreccia con il
discorso conoscitivo strutturante/strutturato, organico e molare,
narrativo, tutto a lato del corpo senza organi[6],
superficie di registrazione degli intrecci, dei discorsi, delle
interfacce e delle macchine desideranti, spazio senza superficie, senza
coscienza, inesteso, lama che non taglia, ma che viene tagliata.
Il desiderio, la produzione, il corpo, il
mondo significano e funzionano allo stesso tempo, senza legame tra
significazione e produzione, a livelli diversi. Il funzionamento (la
produzione, il desiderio molecolare) viene tentato, significato,
ingabbiato, tradito, strutturato, integrato, reso organico dalle
strutture molari, viene trascinato ad un livello superiore, meno
profondo: “In realtà, se l’inconscio non è altro che il funzionamento
macchinico del desiderio che produce il reale, a livello molecolare, il
molare non rappresenta che l’insieme delle operazioni di ripiegamento e
di applicazione sulla rappresentazione e sulla struttura, a livello
simbolico dell’immaginario. […] molecolare è il funzionamento effettivo
della macchina desiderante, molare è l’insieme di dispositivi per
ripiegare questo funzionamento sul piano rappresentativo delle
strutture: dispositivi che non operano tanto la rimozione (primaria o
secondaria) nell’inconscio, ma che rimuovono l’inconscio stesso,
facendolo passare dal reale produttivo al simbolico rappresentativo o
all’immaginario fantasmatico”[7].
Il funzionamento viene così mistificato,
mitizzato, falsificato, reso docile e paranoico. Il processo schizoide,
proprio delle macchine desideranti, viene reso innocuo, viene
anestetizzato. Il desiderio diventa significante, diventa paranoico,
diventa funzionale al sistema, funzionale al significato. La
significazione del funzionamento, questo processo di falsificazione,
avviene, a livelli diversi, tramite la cattiva coscienza e l’ideologia
denunciate da Karl Marx, l’Edipo freudiano individuato da Deleuze e
Guattari, la significazione del funzionamento del desiderio, la
disciplina per corpi docili analizzata da Michel Foucault, lo spettacolo
capitalista attaccato da Guy Debord, l’ingabbiamento
tecnocratico-funzionalista evidenziato da Herbert Marcuse; essa porta
alla paranoia cui sono costretti i personaggi raccontatici da Philip
Dick e alla condizione di afasia cui sono condannati i personaggi
schizoidi di Samuel Beckett, essa crea lo Stato che continua a
comprendere, nonostante la rivoluzione di Lenin.
Il desiderio desidera oppressione e
fascismo, il desiderio produce oppressione e fascismo: non è più, a
questo livello, imbrogliato e fregato, non è qui che viene mistificato,
ciò è avvenuto ad altri livelli più profondi[8].
Il funzionamento paranoico, il funzionalismo, è tecnocratico, ed è in
quest’ottica che va compreso il rapporto corpo-esterno, corpo-macchina,
corpo-protesi.
Il linguaggio, i discorsi, i segni, le
traduzioni e i tradimenti, le farse e le rappresentazioni che avvengono
tra molecolare e molare, questo sapere è il potere che gestisce il
corpo, questo sapere è potere. Questo sapere/potere è l’interfaccia
reale tra corpo e mondo, è il cuscinetto che ammortizza i colpi, è il
fascismo che ci alletta, è la nebbia, le ombre nella caverna, la gabbia
anti-schizo che ci fotte[9].
Abbiamo parlato finora di macchine
desideranti, Deleuze e Guattari le considerano come un sistema di tagli,
di coupures: “ogni macchina, in primo luogo, è in rapporto con un flusso
materiale continuo (hyle) nel quale essa recide. Essa funziona come
macchina per tagliare il prosciutto: i tagli operano dei prelievi sul
flusso associativo. Così l’ano e il flusso di merda ch’esso taglia; la
bocca e il flusso di latte, ma anche il flusso d’orina, ma anche il
flusso d’aria, e il flusso sonoro; il pene e il flusso d’orina, ma anche
il flusso di sperma. Ogni flusso associativo deve essere considerato
come ideale (idéel) flusso infinito di una coscia di porco immensa. La
hyle designa infatti la continuità pura che una materia possiede
idealmente. […] Lungi dall’opporsi alla continuità, il taglio la
condiziona, implica o definisce ciò che taglia come continuità ideale.
Ogni macchina è infatti, come abbiamo visto, macchina di macchina. La
macchina non produce un taglio di flusso se non in quanto è innestata su
un’altra macchina che si suppone produca il flusso. […] Insomma, ogni
macchina è taglio di flusso rispetto a quella su cui è innestata”[10].
La macchina è dunque interruzione,
associazione e produzione di flusso, allo stesso tempo, rispetto ad
altre macchine. Il flusso è desiderio, funziona e produce. Una volta che
il flusso è stato significato, diventa sapere e potere, diventa flusso
cognitivo, diventa spazio di conoscenza. La macchina non è
necessariamente parte naturale del corpo, ma tutto ciò che è possibile
associare al corpo, a parti del corpo: può essere una protesi, un
attrezzo, un discorso sul corpo, un’interfaccia. Diventa necessario
capire, ancora una volta, questo spazio cognitivo, i rapporti che
influenza tra le varie macchine, il modo in cui le fa interagire, il
modo in cui le fa comunicare, dà significato al loro funzionamento.
Ogni macchina funziona in modo diverso, ha
dunque bisogno di significazioni diverse, di codici diversi. Tra le
varie macchine è necessaria dunque una comunicazione sofisticata e
tradotta: “Ogni macchina comporta […] una sorta di codice che si trova
macchinato, immagazzinato in essa. Questo codice è inseparabile non solo
dalla sua registrazione e dalla sua trasmissione nelle varie regioni del
corpo, ma dalla registrazione di ognuna delle regioni nei suoi rapporti
con le altre. Un organo può essere associato a più flussi secondo
connessioni differenti; può esitare tra più regimi, e anche assumere il
regime di un altro organo (la bocca anoressica). […] Ma come è strano
questo campo in virtù della sua molteplicità, al punto che non si può
quasi parlare d’una catena o anche di un codice desiderante. Le catene
sono dette significanti perché sono fatte di segni, ma questi segni non
sono significanti per se stessi. Il codice somiglia meno a un linguaggio
che a un gergo, formazione aperta e polivoca. I segni vi appaiono di
natura qualunque, indifferenti al loro supporto (o non è forse il
supporto che è a loro indifferente? il supporto è il corpo senza
organi). Non hanno programma, lavorano a tutti i piani e in tutte le
connessioni; ognuno parla la sua lingua propria, e stabilisce con altre
delle sintesi tanto più dirette in trasversale quanto più rimangono
indirette nelle dimensioni degli elementi. […] Nessuna catena è
omogenea, ma assomiglia a una sfilata di lettere d’alfabeti diversi, ove
sorgono d’un tratto un ideogramma, un pittogramma, la figurina d’un
elefante che passa o d’un sole che si leva. D’un tratto, nella catena
che mescola (senza comporli), dei fonemi, dei morfemi, ecc., appaiono i
baffi di papà, il braccio alzato della mamma, un nastro, una ragazzina,
un poliziotto, una scarpa. Ogni catena cattura frammenti d’altre catene
da cui trae plusvalore di codice, come il codice dell’orchidea ‘trae’ la
figura di una vespa: fenomeno di plusvalore di codice. […] Le
registrazioni e trasmissioni venute da codici interni, dall’ambiente
esterno, da una regione all’altra dell’organismo, si incrociano secondo
le vie perpetuamente ramificate della grande sintesi disgiuntiva. Se vi
è qui una scrittura, è una scrittura a fior di Reale, stranamente
polivoca e mai bi-univocizzata, linearizzata, una scrittura transcorsiva,
e mai discorsiva: tutto il campo dell’inorganizzazione del reale delle
sintesi passive, ove si cercherebbe invano qualcosa che si può chiamare
il Significante, e che non cessa di comporre e di scomporre le catene in
segni che non hanno alcuna vocazione per essere significanti. Produrre
del desiderio, questa è la sola vocazione del segno, in tutti i sensi in
cui l’(es) si macchina”[11].
Il segno, la macchina, desiderano e
producono: non hanno alcuna vocazione a significare. Questo è il livello
anedipico, a fior di Reale. Nel livello edipico, socializzato, la
significazione della produzione rende il desiderio paranoico. Il
Significante dispotico la chiave e lo strumento che trasforma la
produzione in significazione, rende coerenti ai dogmi i pezzetti, il
balbettio, immobili le catene
[12]; esso cristallizza, fissa, decodifica, categorizza,
rende logici i ragionamenti, scrive discorsi e narrazioni, fa storia,
mito e leggenda, ideologizza la schizofrenia potenziale: “Se […]
dicevamo che lo schizo è al limite dei flussi decodificati del
desiderio, si alludeva necessariamente ai codici sociali in cui un
Significante dispotico schiaccia tutte le catene, le linearizza, le
bi-univocizza, e si serve dei mattoni come di altrettanti elementi
immobili per una muraglia di Cina imperiale. Ma lo schizo li stacca
sempre, li dissigilla, li porta con sé in tutti i sensi per ritrovare
una nuova polivocità che è il codice del desiderio”[13].
Il significante non può non essere
paranoico perché affermazione dell’unità, ossessionato dalla struttura,
dal sistema, dai rapporti fra le parti, dalla coerenza, dall’assenza di
caos, dall’assenza di entropia e neghentropia. La produzione
desiderante, al contrario, è post-strutturale, schizofrenica: “la
produzione desiderante è pura molteplicità, cioè affermazione
irriducibile all’unità. Siamo all’epoca degli oggetti parziali, dei
mattoni e dei resti. Non crediamo più ai falsi frammenti che, come i
pezzi della statua antica, attendono di essere completati e reincollati
per comporre un’unità che è per di più unità originaria. Non crediamo
più in una totalità originaria né in una totalità di destinazione. Non
crediamo più nel grigiore d’una scipita dialettica evolutiva, che
pretende pacificare i pezzi perché ne arrotonda gli estremi. Non
crediamo in totalità se non accanto. […] Il corpo senza organi è
prodotto come un tutto, ma al suo posto, nel processo di produzione,
accanto a parti che non unifica né totalizza. E quando si applica ad
esse, quando si piega su di esse, induce comunicazioni trasversali,
sommatorie transfinite, iscrizioni polivoche e o transcorsive, sulla
propria superficie ove i tagli funzionali degli oggetti parziali non
cessano di essere intersecati dai tagli di catene significanti e da
quelli di un soggetto che vi si orizzonta. Non solo il tutto coesiste
con le parti, ma è ad esso contiguo, esso stesso prodotto a parte”[14].
Lo strutturalismo della produzione e del
desiderio è paranoico e ideologico poiché crea significanti dispotici e
paranoici. Il funzionamento del desiderio, delle macchine desideranti,
della produzione, non è strutturale né sistematico: esso produce
funzionando, balbettando, inceppandosi.
Tra i vari gerghi che si parlano sul corpo
è necessaria, per una paranoica strutturazione e sistematizzazione, per
una significazione coerente ed ideologica, una traduzione dei gerghi tra
loro, una decodificazione della codifica. La decodifica della codifica
crea plusvalore di codice: c’è qualcosa in più rispetto a prima, ma
anche qualcosa in meno. E’ qui che si cela il trucco, nella differenza
tra codifica e decodifica. Ciò che si ha in più ed in meno è effetto
della significazione sistematizzatrice, non è effetto di casuali
sovrapposizioni, di dimenticanze: la selezione e la scelta sono
coscienti e fortemente volute dal potere.
Un esempio di creazione di plusvalore di
codice è un esempio di traduzione: il passaggio da analogico a
digitale. Nella traduzione della realtà analogica continua alla realtà
digitale discreta si ha uno scarto numerico della rappresentazione, un
plusvalore di codice. Questo scarto non è casuale, ma relativo alla
traduzione operata da modelli matematici. I modelli matematici si basano
su postulati (euclidei e non), veri e propri dogmi scientifici: essi non
sono minimamente dimostrabili. I postulati matematici sono soltanto
utilizzati relativamente alla loro funzionalità (molare) in rapporto ad
un uso. Ve ne possono essere di diversi: due parallele si incontrano
all’infinito, il numero di punti presenti su una retta sono infiniti,
ecc.
Con la digitalizzazione si ha una
traduzione che necessita, ancora una volta, di un significante dispotico
che renda biunivoco il senso: “La sostanziale differenza segnata
dall’immagine di sintesi [l’immagine in questo caso non è che una
qualunque istanza digitalizzata] rispetto all’immagine tradizionale è
costituita dal passaggio definitivo dal continuo al discreto,
dall’analogico al digitale […] non sussiste più alcuna contiguità con il
reale. […] i segni della Computer Graphics per la loro stessa natura
tecnologica sembrano lontani da una dimensione indicale (i processi di
analisi e sintesi allontanano i segni dai loro referenti, anche quando
essi sono presenti all’origine dell’immagine), hanno invece molto forte
la dimensione iconica: parlano cioè della qualità degli oggetti e delle
loro possibilità, senza impegnarsi sulla loro esistenza, tanto che si
può trattare anche di oggetti fittizi. Si tratta pertanto di oggetti
autoreferenziali: esse non rimandano a qualcosa di esterno, di concreto;
piuttosto, rinviano esclusivamente al modello che le ha generate [il
modello è generato per essere funzionale a livello molare, il modello è
il Significante dispotico]. La tensione referenziale non è del tutto
cancellata: l’immagine sintetica tende comunque alla restituzione di un
oggetto; piuttosto, la tensione cambia la propria direzione dall’esterno
all’interno. […] L’autoreferenzialità è definibile come quel processo di
comunicazione in cui i segni rinviano soltanto a se stessi [ciò rende
evidente –all’interno del nostro discorso- l’esistenza dei Significanti
dispotici]”[15].
La tendenziale perfezione delle icone,
delle interfacce, fa sì che queste non siano riconosciute come segni, ma
come realtà autonome: si nasconde la mediazione tecnologica. Le ricerche
nel campo degli strumenti per utilizzare e vivere la Realtà Virtuale,
regno di Significanti Dispotici, evidenziano il processo in atto per
rendere le interfacce impercettibili e pervasive allo stesso tempo: “La
ricerca in questi ultimi anni si è diretta verso il perfezionamento di
dispositivi di “eye-tracking”, in grado di rilevare la direzione dello
sguardo dell’utente e di riconfigurare lo spazio in base a questi dati.
Si tratta di inviare sulla cornea un fascio di luce, solitamente
infrarossa per non disturbare la visione; l’angolo di riflessione così
ottenuto fornisce al computer informazione sulla posizione delle
pupille. Simili dispositivi sono in genere montati su occhiali speciali
e vengono associati all’uso di sensori magnetici tridimensionali per
rilevare la posizione della testa. Non mancano realizzazioni nel campo
delle tecnologie per il riconoscimento della voce umana. […] Non mancano
gli studi e le sperimentazioni su sistemi che consentano il ritorno di
forza e la riproduzione delle sensazioni tattili sulla consistenza del
materiali toccato. Un esempio è l’ARM […] che consente di percepire la
forza di attrazione o di repulsione attiva nel contatto tra molecole di
sostanze diverse. Di particolare interesse sono anche le ricerche
condotte da Margaret Minsky al M.I.T., sulla riproduzione della
consistenza tattile degli oggetti virtuali. Alla NASA è stato invece
realizzato il “Convolvotron”, per la resa tridimensionale del suono”[16].
La voglia di strutturare qualunque cosa è,
ancora una volta, causa di un desiderio che desidera significazione più
che funzione e produzione. Il plusvalore di codice fa parte del
cuscinetto cognitivo, dell’interfaccia tra corpi, del mezzo attraverso
cui avviene la comunicazione paranoica tra macchine desideranti, tra
corpi e protesi, tra corpi e pezzi, tra corpi e universo. Il plusvalore
di codice è l’elemento attraverso cui si opera il controllo sul corpo,
strumento di narrazione, lo spazio cognitivo attraverso cui i corpi
docili di Foucault accettano e riescono a considerare desiderabile una
società disciplinare, una società panottica. Il plusvalore di codice è
la causa e l’effetto assieme del sapere e potere nascosti
nell’interfaccia. Il plusvalore di codice è il punto critico: zona di
confine mobile e sabbiosa tra Stato e Mutazione.
E’ interessante osservare come il concetto
di plusvalore di codice relativo al corpo sia stato scorto e analizzato
anche in altre prospettive, più marcatamente antropologiche, con altre
parole. José Gil, nell’Enciclopedia Einaudi,[17]
sottolinea il concetto di significante fluttuante. E’ interessante
osservare le somiglianze ed i paralleli esistenti col discorso dell’Antiedipo.
Il significante fluttuante è il momento
che precede il Significante dispotico. Una volta che il significante
fluttuante viene sistematizzato e cristallizzato in un significato
riconosciuto, esso diventa significante dispotico. Sono importanti
alcune osservazioni di José Gil sul discorso sul corpo e sulla
identificazione del significante fluttuante: “Non si è mai finito di far
violenza alla violenza per ritrovare il corpo che si è smarrito nei
segni, nella scrittura e nelle scienze, nelle istituzioni e nella
guerra. […] si è voluto scoprire, là dove ogni traccia del corpo sembra
scomparire sotto un cumulo di segni e di relazioni logico-strutturali,
l’impronta della sua vita. Solitaria, collocata alla periferia dei
codici simbolici, essa [l’impronta della vita del corpo] passa
inavvertita. […] il termine che la designa è improntato all’evanescenza:
significante fluttuante[18],
significante zero”[19].
E’ evidente che ogni sistema di segni è un
sistema di potere, non lo rappresenta soltanto. La trasformazione del
sistema di segni è trasformazione di potere, la trasformazione del corpo
è assieme causa ed effetto delle trasformazioni di potere. Ma da dove
viene fuori il significante fluttuante?: “Nell’universo simbolico delle
società primitive è dato osservare una strana situazione che si ritrova
sotto altre forme in qualsiasi società: l’uomo cercando di rendere
conoscibile il mondo, distribuisce dei segni secondo le suddivisioni che
egli compie nel reale: classifica, raggruppa, definisce. Egli può in tal
modo identificare gli esseri e le cose, stabilendo dei rapporti precisi
tra i significanti e i significati. Tuttavia, […] tutto ciò che l’uomo
sapeva avere un senso non era per questo atto a venire identificato, a
venire inquadrato nei sistemi di corrispondenze già elaborati fra i
segni e le cose. Così si crea una situazione paradossale: esiste un
senso, un significato, ma è impossibile attribuirvi un senso
individuabile e preciso (che non solo renda la cosa significante, ma
nota); così, quanto ai segni (soprattutto del linguaggio), alcuni
rimangono disponibili senza essere ancorati al significato. […] Accanto
all’ordine significante che i vari codici simbolici impongono alla sfera
del significato, vi sarebbe una specie di zona di indeterminazione,
risultante in primo luogo da questa inadeguatezza fondamentale tra i due
ordini, e quindi dal fatto che l’uomo è costretto a distribuire la
razione supplementare di significante fra le cose che sono già
inquadrate in codici simbolici ordinati. […] Questi significanti
fluttuanti non designerebbero quindi nulla di preciso, avendo solamente
una valore simbolico zero.[…] Si può, in tal caso, supporre che la zona
del significato indicata dal significante fluttuante si trova nello
spazio che separa i codici o nel loro punto di congiunzione [per noi è
lo spazio di congiunzione delle macchine desideranti, dei tagli di
flusso]: infatti, sebbene questo valore simbolico zero si riduca a una
semplice forma, quando si carica di un contenuto, questo appartiene
sempre a quelle zone di disordine semantico, a cavallo di due o più
codici, di due oggetti, di due mondi. […] Esso designa sempre
un’energia, una forza che è impossibile vedere significate in codici
[proprio come il desiderio, come le macchine desideranti] perché questi
parlano sempre delle cose e dei loro rapporti, e non di ciò che le rende
possibili […]. Appena vi è disorganizzazione di un ordine o
disgregamento di una struttura, si vedono spuntare forze libere, non
vincolate [non sistematizzate, non significate]. Ogni passaggio da uno
stato all’altro – nascita, morte, matrimonio , iniziazione – [ogni
taglio di flusso] scatena energie che i riti liberano e utilizzano. Per
questo gli stregoni e gli sciamani occupano sempre un posto a parte
nella società, perché esercitano mestieri ambigui, dal valore simbolico
ambivalente: fabbri, becchini o pastori (questi ultimi fra natura e
cultura); oppure donne e folli [ritornano gli schizofrenici] – qualsiasi
sciamano ha esperimentato la follia -, focolai di disordine per
eccellenza. […] Lo sciamano è appunto colui che s’incarica, in modo
particolare, nella società primitiva, di far passare l’individuo e il
gruppo da un codice all’altro [è l’interfaccia]: come i miti di cui si
vale [anche l’interfaccia ha molti elementi mitici], egli traduce un
sistema simbolico in un altro mettendolo in rapporto con gli astri e il
cibo, gli animali e le piante [per associare il desiderio costruito,
rappresentato, a ciò che di più naturale e necessario esista al mondo,
in modo da farlo sembrare sempre necessario; lo sciamano è custode del
plusvalore di codice e della chiave che permette le traduzioni, il
Significante dispotico. Egli è un agente dello Stato]”[20].
Lo scambio di codici, la traduzione,
avviene sul corpo poiché solo esso non significa nulla: “esso parla,
sempre, esclusivamente la lingua degli altri (codici) che in esso
vengono a essere iscritti. […] il significante fluttuante rivela due
tipi diversi di forze di cui il corpo è la sede e il trasduttore. Uno
indica un funzionamento istituzionale, sociale e individuale, legato
alla potenza del corpo comunitario e del corpo del singolo; esso
comprende tutte quelle forze del caso e dell’ignoto che, collegate con
gli esseri e le cose, si riferiscono all’articolazione normale dei
codici: nascite, guerre, morti, fenomeni meteorologici, ecc. Esse
esprimono l’ineluttabile irruzione della natura nella cultura, ingresso
di cui quest’ultima tiene conto proprio nelle sue creazioni: riti,
pratiche magiche, religiose, ludiche servono a ristrutturare i sistemi
minacciati dal disordine [il funzionamento della natura, come quello del
corpo, viene significato e sistematizzato per renderlo conoscibile e
utile al potere, in questo caso il potere dello sciamano]. Sotto tale
regolamentazione del significante fluttuante si collocherebbe la magia
bianca. L’altro tipo di forze che esso ci indica coincide con tutte
quelle interferenze di energie non controllate che agiscono al di fuori
dalle articolazioni normali dei codici [le energie della Mutazione]:
follia [lo schizofrenico] , malattia, sortilegio, ecc. La magia nera
rientrerebbe in questa categoria. […] colui che detiene la forza dei
corpi, in campo sociale, detiene tutto il potere. Per accaparrarsi il
potere basta quindi far funzionare il corpo secondo un altro regime di
segni [un Significante dispotico nuovo che bi-univocizza le catene di
segni]; basta trasformare il significante fluttuante che governa la
circolazione delle energie nei codici, in significante supremo [il
Significante dispotico], a cui tutti gli altri segni sono sottoposti,
per avere il controllo sui corpi. Trasformare così il significante vuoto
equivale a dargli un posto al di fuori di qualsiasi codice: il suo senso
non potrà più essere afferrato, decodificato con altri segni [esso, una
volta mitizzato, è nascosto nell’interfaccia]. Il suo senso (che appare
come un senso completo) si riduce a quello di una pratica, di una
tecnica, di un mezzo per soggiogare il corpo, a quello di una regola
formale, vuota: per questa ragione il significante che indica quel
sovrappiù simbolico è vuoto, intraducibile con altri codici. […] i corpi
saranno condannati a ripetere all’infinito il rito della conformità al
significante supremo: cercheranno senza sosta d’incarnarsi, ossia di
obbedire alla regola che li porterà ad apparire nella loro carne (in
sfacelo) come presenza pura del significante supremo e dispotico. E’ la
via insegnata da tutte le religioni, sia nel mistero dell’Eucarestia
(dove l’incarnazione del corpo di Cristo ha il fine di cambiare il corpo
– e lo spirito – del fedele), sia in qualsiasi pratica che, come nel
buddhismo, mira a riprodurre nel corpo umano il corpo glorioso del
Buddha, si tratta sempre della presenza di un senso supremo che deve
essere realizzato. Questa si chiama incarnazione. […] Il significante
dispotico diventa riferimento unico per valutare tutte le cose […]: esso
assorbe tutto il senso degli altri segni che si trovano in condizione di
inferiorità rispetto al suo senso. […] il significante supremo resta
sempre vuoto di senso, perché l’impossibilità di attribuirgliene uno è
la prova stessa della trascendenza e dell’assolutezza del suo senso. E’
questo il suo modo di funzionare, la sua maniera perversa di mostrarsi
pieno inducendo carenze negli altri segni. Il suo vuoto è la condizione
perché sia presente il senso […] e vengano soggiogati i corpi. Comincia
così una nuova storia del potere: la sua trasformazione, grazie alla
fissazione del significante fluttuante, in significante supremo, in
indice dispotico che regola gli altri sistemi di segni. Il significante
fluttuante non designa più delle forze che circolano alla periferia dei
codici, ma delle potenze soggiogate, inquadrate e radunate in
corpi-incarnati asserviti alle nuove formazioni di potere. Coloro che
dispongono del potere – i fondatori delle Chiese, di Stati, i sacerdoti,
i capi – dispongono anche dei mezzi per domare i corpi; e agli occhi di
coloro che essi sottomettono, possiedono il sapere che permette di
controllare e manipolare delle forze denotate/connotate dal significante
supremo: essi trasformano quelle forze in potere sui corpi”[21].
Due concetti importanti: plusvalore di
codice (che viene fuori dalla decodifica della codifica della produzione
desiderante); significazione (molarizzazione, strutturazione,
cristallizzazione) del desiderio, dei flussi.