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   Mutations  

Mutazioni e trasformazioni del corpo

 


Promuovere un’altra logica, una logica del desiderio reale, che stabilisca il primato della storia sulla struttura; un’altra analisi, svincolata dal simbolismo e dall’interpretazione; e un altro militantismo in grado di darsi i mezzi per liberarsi dai fantasmi dell’ordine dominante.

Félix Guattari

 Vi hanno parlato di un principio di realtà, con cui devono fare i conti i vostri desideri; è una favola, la favola millenaria dei cani da guardia, per farvi prendere la loro realtà per i vostri desideri; ora, il principio di realtà è uno solo: prendete i vostri desideri per la realtà, delirate la storia, i continenti e le razze, mettete in movimento le vostre macchine desideranti inceppate. Nient’altro che questo.

Alessandro Fontana

 E se ci si risponde che reclamiamo i famosi diritti alla pigrizia, o all’improduttività, o alla produzione di sogno e di fantasma, una volta di più siamo ben contenti, dato che non abbiamo cessato di dire il contrario, che cioè la produzione desiderante produce del reale, e che il desiderio ha poco a che vedere con il fantasma e il sogno.

Antiedipo


Il corpo senza organi

Bisogna comprendere come avviene l’assoggettamento del corpo, come funziona, in che modo accetta traduzioni improbabili di codice, sistemi di significazione che non gli appartengono, nuove narrazioni.

 Il corpo desidera l’assoggettamento, non lo subisce soltanto. Il desiderio va inteso non più “nelle forme private antiche (il desiderio come acquisizione), […] né in quelle penitenziali del mondo cristiano (il desiderio è ciò di cui si può parlare, sotto la specie del corpo peccaminoso e colpevole, nei modi regolamentati della confessione), né in quelle scenico-teatrali (il desiderio è il ritorno del ‘rimosso’ nello spazio ambiguo e controllato della scena), né in quelle filosofiche della teoria delle passioni (il desiderio come appetito), né infine in quelle medico-penali, a partire dal XVIII secolo (nelle varie codificazioni anatomo-patologiche, neurologiche, biologiche, coi loro correlati giuridici). In un modo o nell’altro, in tutte queste forme, appare sempre un’iscrizione organica, una correlazione al soggetto, l’assegnazione di un oggetto mancante in una variante somatica (teoria dell’istinto), economica (teoria del bisogno), sintomatico-rappresentativa (teoria delle pulsioni). La macchina desiderante non è nulla di tutto questo: il desiderio non è iscritto in alcun organismo, non è correlato ad alcun soggetto (il soggetto è prodotto dalla macchina come ‘pezzo adiacente’), non manca di nulla, non significa nulla, ma produce e funziona”[1].

Iniziamo a definire dunque il desiderio. Esso non è organico, non è strutturale e perciò non significa nulla, esso funziona e basta. Ogni interpretazione, ogni significato che gli si vuole affibbiare è dispotico, è falso. Esso è macchinico e funziona semplicemente, produce produzione.

        Qual è il senso politico delle tradizionali e mitiche rappresentazioni del desiderio? Se si accetta la tesi che il desiderio è sempre rivoluzionario, pronto a distruggere le molarità predisposte dal potere è facile comprenderne il senso, qui sì strutturale e organico: “L’operazione monotona del potere per ‘controllare’ il desiderio è sempre stata […] di iniettarvi la mancanza[2], la penuria, la rarità, operazione indispensabile per aver presa sui corpi (il corpo organico, il corpo economico, il corpo libidinale): dal momento che manchi di qualcosa, non potrai fondare le tue richieste che su questa mancanza, e qui ti terremo: infaticabile ed inesauribile piège della dipendenza predisposta. Così per secoli, attraverso le pratiche sceniche, la regola confessionale, la codificazione medica, il potere ha avuto (facile) presa sul corpo desiderante; sulla mancanza iniettata, e tramite tutta una strategia complessa, negativa (repressione) e positiva (allargamento costante dei confini del controllabile e del sorvegliabile), e tutta una strumentazione parallela di teorie filosofiche e di pratiche mediche, penali, criminalistiche, il potere ha trovato le sue condizioni di funzionamento e il suo campo d’applicazione”[3].

Non è semplice comprendere cosa si intenda per macchina desiderante: a prima vista potrebbe sembrare un oggetto barocco, un gioco linguistico, un inutile artificio teorico. In realtà, perché di realtà si tratta, essa non è che l’inconscio che produce, un inconscio senza memoria, orfano, pre-personale, non umano, senza colpa, senza mancanza, senza credenze, non territorializzato, non terrorizzato dalla famiglia, dallo Stato, da Edipo, non ripiegato sulla rappresentazione, non ripiegato sul simbolo e sull’immaginario, non costretto nel teatrino di sogni, lapsus e fantasmi[4]. Non è un inconscio fallico, né vaginale, né anale, né tantomeno castrato; non è lineare, non è univoco, non è ripiegato su papà-mamma, sulla famiglia nucleare, sullo sporco segretuccio: “La famiglia è dunque il territorio di ripiegamento; l’Edipo l’insieme delle operazioni che fanno passare il desiderio dal piano della produzione a quello della rappresentazione, dal piano del reale a quello simbolico e dell’immaginario. […] Non è tanto la famiglia borghese ad aver generato l’Edipo, ma è piuttosto, al contrario, un dispositivo complesso, penale, medico, giuridico, ad aver tagliato il sociale dal privato, ad aver isolato la famiglia dal corpo sociale, ad aver innestato il corpo dei genitori sul corpo dei bambini nella crociata antimasturbazione (famiglia borghese), ad aver separato il corpo dei bambini da quello dei genitori (campagna anti-incesto nella famiglia proletaria), ad aver medicalizzato e psicologizzato i rapporti genitori-bambini (teorie della perversione, della degenerazione e dell’anormalità), ad aver infine codificato tutto questo nei dispositivi raffinati, ontogenetici e filogenetici, dell’Edipo (interdetto dall’incesto come accesso alla Legge, meccanica della castrazione come accesso al desiderio): la famiglia come fabbrica di corpi docili, i genitori come agenti delegati del controllo e della repressione”[5].

Il rapporto del corpo con l’esterno, con le interfacce, con le protesi diviene più complesso, è da intendersi relativamente al desiderio del corpo stesso con l’esterno. Desiderio, sapere, conoscenza, interfaccia, macchina, molecolare e molare si intrecciano, si ascoltano, si osservano, si parlano con linguaggi diversi, attraverso improbabili traduzioni, con tradimenti sospetti. Il funzionamento molecolare, desiderante e macchinico si intreccia con il discorso conoscitivo strutturante/strutturato, organico e molare, narrativo, tutto a lato del corpo senza organi[6], superficie di registrazione degli intrecci, dei discorsi, delle interfacce e delle macchine desideranti, spazio senza superficie, senza coscienza, inesteso, lama che non taglia, ma che viene tagliata.

Il desiderio, la produzione, il corpo, il mondo significano e funzionano allo stesso tempo, senza legame tra significazione e produzione, a livelli diversi. Il funzionamento (la produzione, il desiderio molecolare) viene tentato, significato, ingabbiato, tradito, strutturato, integrato, reso organico dalle strutture molari, viene trascinato ad un livello superiore, meno profondo: “In realtà, se l’inconscio non è altro che il funzionamento macchinico del desiderio che produce il reale, a livello molecolare, il molare non rappresenta che l’insieme delle operazioni di ripiegamento e di applicazione sulla rappresentazione e sulla struttura, a livello simbolico dell’immaginario. […] molecolare è il funzionamento effettivo della macchina desiderante, molare è l’insieme di dispositivi per ripiegare questo funzionamento sul piano rappresentativo delle strutture: dispositivi che non operano tanto la rimozione (primaria o secondaria) nell’inconscio, ma che rimuovono l’inconscio stesso, facendolo passare dal reale produttivo al simbolico rappresentativo o all’immaginario fantasmatico”[7].

 Il funzionamento viene così mistificato, mitizzato, falsificato, reso docile e paranoico. Il processo schizoide, proprio delle macchine desideranti, viene reso innocuo, viene anestetizzato. Il desiderio diventa significante, diventa paranoico, diventa funzionale al sistema, funzionale al significato. La significazione del funzionamento, questo processo di falsificazione, avviene, a livelli diversi, tramite la cattiva coscienza e l’ideologia denunciate da Karl Marx, l’Edipo freudiano individuato da Deleuze e Guattari, la significazione del funzionamento del desiderio, la disciplina per corpi docili analizzata da Michel Foucault, lo spettacolo capitalista attaccato da Guy Debord, l’ingabbiamento tecnocratico-funzionalista evidenziato da Herbert Marcuse; essa porta alla paranoia cui sono costretti i personaggi raccontatici da Philip Dick e alla condizione di afasia cui sono condannati i personaggi schizoidi di Samuel Beckett, essa crea lo Stato che continua a comprendere, nonostante la rivoluzione di Lenin.

Il desiderio desidera oppressione e fascismo, il desiderio produce oppressione e fascismo: non è più, a questo livello, imbrogliato e fregato, non è qui che viene mistificato, ciò è avvenuto ad altri livelli più profondi[8]. Il funzionamento paranoico, il funzionalismo, è tecnocratico, ed è in quest’ottica che va compreso il rapporto corpo-esterno, corpo-macchina, corpo-protesi.

Il linguaggio, i discorsi, i segni, le traduzioni e i tradimenti, le farse e le rappresentazioni che avvengono tra molecolare e molare, questo sapere è il potere che gestisce il corpo, questo sapere è potere. Questo sapere/potere è l’interfaccia reale tra corpo e mondo, è il cuscinetto che ammortizza i colpi, è il fascismo che ci alletta, è la nebbia, le ombre nella caverna, la gabbia anti-schizo che ci fotte[9].

Abbiamo parlato finora di macchine desideranti, Deleuze e Guattari le considerano come un sistema di tagli, di coupures: “ogni macchina, in primo luogo, è in rapporto con un flusso materiale continuo (hyle) nel quale essa recide. Essa funziona come macchina per tagliare il prosciutto: i tagli operano dei prelievi sul flusso associativo. Così l’ano e il flusso di merda ch’esso taglia; la bocca e il flusso di latte, ma anche il flusso d’orina, ma anche il flusso d’aria, e il flusso sonoro; il pene e il flusso d’orina, ma anche il flusso di sperma. Ogni flusso associativo deve essere considerato come ideale (idéel) flusso infinito di una coscia di porco immensa. La hyle designa infatti la continuità pura che una materia possiede idealmente. […] Lungi dall’opporsi alla continuità, il taglio la condiziona, implica o definisce ciò che taglia come continuità ideale. Ogni macchina è infatti, come abbiamo visto, macchina di macchina. La macchina non produce un taglio di flusso se non in quanto è innestata su un’altra macchina che si suppone produca il flusso. […] Insomma, ogni macchina è taglio di flusso rispetto a quella su cui è innestata”[10].

La macchina è dunque interruzione, associazione e produzione di flusso, allo stesso tempo, rispetto ad altre macchine. Il flusso è desiderio, funziona e produce. Una volta che il flusso è stato significato, diventa sapere e potere, diventa flusso cognitivo, diventa spazio di conoscenza. La macchina non è necessariamente parte naturale del corpo, ma tutto ciò che è possibile associare al corpo, a parti del corpo: può essere una protesi, un attrezzo, un discorso sul corpo, un’interfaccia. Diventa necessario capire, ancora una volta, questo spazio cognitivo, i rapporti che influenza tra le varie macchine, il modo in cui le fa interagire, il modo in cui le fa comunicare, dà significato al loro funzionamento.

Ogni macchina funziona in modo diverso, ha dunque bisogno di significazioni diverse, di codici diversi. Tra le varie macchine è necessaria dunque una comunicazione sofisticata e tradotta: “Ogni macchina comporta […] una sorta di codice che si trova macchinato, immagazzinato in essa. Questo codice è inseparabile non solo dalla sua registrazione e dalla sua trasmissione nelle varie regioni del corpo, ma dalla registrazione di ognuna delle regioni nei suoi rapporti con le altre. Un organo può essere associato a più flussi secondo connessioni differenti; può esitare tra più regimi, e anche assumere il regime di un altro organo (la bocca anoressica). […] Ma come è strano questo campo in virtù della sua molteplicità, al punto che non si può quasi parlare d’una catena o anche di un codice desiderante. Le catene sono dette significanti perché sono fatte di segni, ma questi segni non sono significanti per se stessi. Il codice somiglia meno a un linguaggio che a un gergo, formazione aperta e polivoca. I segni vi appaiono di natura qualunque, indifferenti al loro supporto (o non è forse il supporto che è a loro indifferente? il supporto è il corpo senza organi). Non hanno programma, lavorano a tutti i piani e in tutte le connessioni; ognuno parla la sua lingua propria, e stabilisce con altre delle sintesi tanto più dirette in trasversale quanto più rimangono indirette nelle dimensioni degli elementi. […] Nessuna catena è omogenea, ma assomiglia a una sfilata di lettere d’alfabeti diversi, ove sorgono d’un tratto un ideogramma, un pittogramma, la figurina d’un elefante che passa o d’un sole che si leva. D’un tratto, nella catena che mescola (senza comporli), dei fonemi, dei morfemi, ecc., appaiono i baffi di papà, il braccio alzato della mamma, un nastro, una ragazzina, un poliziotto, una scarpa. Ogni catena cattura frammenti d’altre catene da cui trae plusvalore di codice, come il codice dell’orchidea ‘trae’ la figura di una vespa: fenomeno di plusvalore di codice. […] Le registrazioni e trasmissioni venute da codici interni, dall’ambiente esterno, da una regione all’altra dell’organismo, si incrociano secondo le vie perpetuamente ramificate della grande sintesi disgiuntiva. Se vi è qui una scrittura, è una scrittura a fior di Reale, stranamente polivoca e mai bi-univocizzata, linearizzata, una scrittura transcorsiva, e mai discorsiva: tutto il campo dell’inorganizzazione del reale delle sintesi passive, ove si cercherebbe invano qualcosa che si può chiamare il Significante, e che non cessa di comporre e di scomporre le catene in segni che non hanno alcuna vocazione per essere significanti. Produrre del desiderio, questa è la sola vocazione del segno, in tutti i sensi in cui l’(es) si macchina”[11].

Il segno, la macchina, desiderano e producono: non hanno alcuna vocazione a significare. Questo è il livello anedipico, a fior di Reale. Nel livello edipico, socializzato, la significazione della produzione rende il desiderio paranoico. Il Significante dispotico la chiave e lo strumento che trasforma la produzione in significazione, rende coerenti ai dogmi i pezzetti, il balbettio, immobili le catene [12]; esso cristallizza, fissa, decodifica, categorizza, rende logici i ragionamenti, scrive discorsi e narrazioni, fa storia, mito e leggenda, ideologizza la schizofrenia potenziale: “Se […] dicevamo che lo schizo è al limite dei flussi decodificati del desiderio, si alludeva necessariamente ai codici sociali in cui un Significante dispotico schiaccia tutte le catene, le linearizza, le bi-univocizza, e si serve dei mattoni come di altrettanti elementi immobili per una muraglia di Cina imperiale. Ma lo schizo li stacca sempre, li dissigilla, li porta con sé in tutti i sensi per ritrovare una nuova polivocità che è il codice del desiderio”[13].

Il significante non può non essere paranoico perché affermazione dell’unità, ossessionato dalla struttura, dal sistema, dai rapporti fra le parti, dalla coerenza, dall’assenza di caos, dall’assenza di entropia e neghentropia. La produzione desiderante, al contrario, è post-strutturale, schizofrenica: “la produzione desiderante è pura molteplicità, cioè affermazione irriducibile all’unità. Siamo all’epoca degli oggetti parziali, dei mattoni e dei resti. Non crediamo più ai falsi frammenti che, come i pezzi della statua antica, attendono di essere completati e reincollati per comporre un’unità che è per di più unità originaria. Non crediamo più in una totalità originaria né in una totalità di destinazione. Non crediamo più nel grigiore d’una scipita dialettica evolutiva, che pretende pacificare i pezzi perché ne arrotonda gli estremi. Non crediamo in totalità se non accanto. […] Il corpo senza organi è prodotto come un tutto, ma al suo posto, nel processo di produzione, accanto a parti che non unifica né totalizza. E quando si applica ad esse, quando si piega su di esse, induce comunicazioni trasversali, sommatorie transfinite, iscrizioni polivoche e o transcorsive, sulla propria superficie ove i tagli funzionali degli oggetti parziali non cessano di essere intersecati dai tagli di catene significanti e da quelli di un soggetto che vi si orizzonta. Non solo il tutto coesiste con le parti, ma è ad esso contiguo, esso stesso prodotto a parte”[14].

Lo strutturalismo della produzione e del desiderio è paranoico e ideologico poiché crea significanti dispotici e paranoici. Il funzionamento del desiderio, delle macchine desideranti, della produzione, non è strutturale né sistematico: esso produce funzionando, balbettando, inceppandosi.

Tra i vari gerghi che si parlano sul corpo è necessaria, per una paranoica strutturazione e sistematizzazione, per una significazione coerente ed ideologica, una traduzione dei gerghi tra loro, una decodificazione della codifica. La decodifica della codifica crea plusvalore di codice: c’è qualcosa in più rispetto a prima, ma anche qualcosa in meno. E’ qui che si cela il trucco, nella differenza tra codifica e decodifica. Ciò che si ha in più ed in meno è effetto della significazione sistematizzatrice, non è effetto di casuali sovrapposizioni, di dimenticanze: la selezione e la scelta sono coscienti e fortemente volute dal potere.

Un esempio di creazione di plusvalore di codice è un esempio di traduzione: il passaggio da analogico a digitale.  Nella traduzione della realtà analogica continua alla realtà digitale discreta si ha uno scarto numerico della rappresentazione, un plusvalore di codice. Questo scarto non è casuale, ma relativo alla traduzione operata da modelli matematici. I modelli matematici si basano su postulati (euclidei e non), veri e propri dogmi scientifici: essi non sono minimamente dimostrabili. I postulati matematici sono soltanto utilizzati relativamente alla loro funzionalità (molare) in rapporto ad un uso. Ve ne possono essere di diversi: due parallele si incontrano all’infinito, il numero di punti presenti su una retta sono infiniti, ecc.

Con la digitalizzazione si ha una traduzione che necessita, ancora una volta, di un significante dispotico che renda biunivoco il senso: “La sostanziale differenza segnata dall’immagine di sintesi [l’immagine in questo caso non è che una qualunque istanza digitalizzata] rispetto all’immagine tradizionale è costituita dal passaggio definitivo dal continuo al discreto, dall’analogico al digitale […] non sussiste più alcuna contiguità con il reale. […] i segni della Computer Graphics per la loro stessa natura tecnologica sembrano lontani da una dimensione indicale (i processi di analisi e sintesi allontanano i segni dai loro referenti, anche quando essi sono presenti all’origine dell’immagine), hanno invece molto forte la dimensione iconica: parlano cioè della qualità degli oggetti e delle loro possibilità, senza impegnarsi sulla loro esistenza, tanto che si può trattare anche di oggetti fittizi. Si tratta pertanto di oggetti autoreferenziali: esse non rimandano a qualcosa di esterno, di concreto; piuttosto, rinviano esclusivamente al modello che le ha generate [il modello è generato per essere funzionale a livello molare, il modello è il Significante dispotico]. La tensione referenziale non è del tutto cancellata: l’immagine sintetica tende comunque alla restituzione di un oggetto; piuttosto, la tensione cambia la propria direzione dall’esterno all’interno. […] L’autoreferenzialità è definibile come quel processo di comunicazione in cui i segni rinviano soltanto a se stessi [ciò rende evidente –all’interno del nostro discorso- l’esistenza dei Significanti dispotici]”[15].

La tendenziale perfezione delle icone, delle interfacce, fa sì che queste non siano riconosciute come segni, ma come realtà autonome: si nasconde la mediazione tecnologica. Le ricerche nel campo degli strumenti per utilizzare e vivere la Realtà Virtuale, regno di Significanti Dispotici, evidenziano il processo in atto per rendere le interfacce impercettibili e pervasive allo stesso tempo: “La ricerca in questi ultimi anni si è diretta verso il perfezionamento di dispositivi di “eye-tracking”, in grado di rilevare la direzione dello sguardo dell’utente e di riconfigurare lo spazio in base a questi dati. Si tratta di inviare sulla cornea un fascio di luce, solitamente infrarossa per non disturbare la visione; l’angolo di riflessione così ottenuto fornisce al computer informazione sulla posizione delle pupille. Simili dispositivi sono in genere montati su occhiali speciali e vengono associati all’uso di sensori magnetici tridimensionali per rilevare la posizione della testa. Non mancano realizzazioni nel campo delle tecnologie per il riconoscimento della voce umana. […] Non mancano gli studi e le sperimentazioni su sistemi che consentano il ritorno di forza e la riproduzione delle sensazioni tattili sulla consistenza del materiali toccato. Un esempio è l’ARM […] che consente di percepire la forza di attrazione o di repulsione attiva nel contatto tra molecole di sostanze diverse. Di particolare interesse sono anche le ricerche condotte da Margaret Minsky al M.I.T., sulla riproduzione della consistenza tattile degli oggetti virtuali. Alla NASA è stato invece realizzato il “Convolvotron”, per la resa tridimensionale del suono”[16].

La voglia di strutturare qualunque cosa è, ancora una volta, causa di un desiderio che desidera significazione più che funzione e produzione. Il plusvalore di codice fa parte del cuscinetto cognitivo, dell’interfaccia tra corpi, del mezzo attraverso cui avviene la comunicazione paranoica tra macchine desideranti, tra corpi e protesi, tra corpi e pezzi, tra corpi e universo. Il plusvalore di codice è l’elemento attraverso cui si opera il controllo sul corpo, strumento di narrazione, lo spazio cognitivo attraverso cui i corpi docili di Foucault accettano e riescono a considerare desiderabile una società disciplinare, una società panottica. Il plusvalore di codice è la causa e l’effetto assieme del sapere e potere nascosti nell’interfaccia. Il plusvalore di codice è il punto critico: zona di confine mobile e sabbiosa tra Stato e Mutazione.

E’ interessante osservare come il concetto di plusvalore di codice relativo al corpo sia stato scorto e analizzato anche in altre prospettive, più marcatamente antropologiche, con altre parole. José Gil, nell’Enciclopedia Einaudi,[17] sottolinea il concetto di significante fluttuante. E’ interessante osservare le somiglianze ed i paralleli esistenti col discorso dell’Antiedipo.

Il significante fluttuante è il momento che precede il Significante dispotico.  Una volta che il significante fluttuante viene sistematizzato e cristallizzato in un significato riconosciuto, esso diventa significante dispotico. Sono importanti alcune osservazioni di José Gil sul discorso sul corpo e sulla identificazione del significante fluttuante: “Non si è mai finito di far violenza alla violenza per ritrovare il corpo che si è smarrito nei segni, nella scrittura e nelle scienze, nelle istituzioni e nella guerra. […] si è voluto scoprire, là dove ogni traccia del corpo sembra scomparire sotto un cumulo di segni e di relazioni logico-strutturali, l’impronta della sua vita. Solitaria, collocata alla periferia dei codici simbolici, essa [l’impronta della vita del corpo] passa inavvertita. […] il termine che la designa è improntato all’evanescenza: significante fluttuante[18], significante zero”[19].

E’ evidente che ogni sistema di segni è un sistema di potere, non lo rappresenta soltanto. La trasformazione del sistema di segni è trasformazione di potere, la trasformazione del corpo è assieme causa ed effetto delle trasformazioni di potere. Ma da dove viene fuori il significante fluttuante?: “Nell’universo simbolico delle società primitive è dato osservare una strana situazione che si ritrova sotto altre forme in qualsiasi società: l’uomo cercando di rendere conoscibile il mondo, distribuisce dei segni secondo le suddivisioni che egli compie nel reale: classifica, raggruppa, definisce. Egli può in tal modo identificare gli esseri e le cose, stabilendo dei rapporti precisi tra i significanti e i significati. Tuttavia, […] tutto ciò che l’uomo sapeva avere un senso non era per questo atto a venire identificato, a venire inquadrato nei sistemi di corrispondenze già elaborati fra i segni e le cose. Così si crea una situazione paradossale: esiste un senso, un significato, ma è impossibile attribuirvi un senso individuabile e preciso (che non solo renda la cosa significante, ma nota); così, quanto ai segni (soprattutto del linguaggio), alcuni rimangono disponibili senza essere ancorati al significato. […] Accanto all’ordine significante che i vari codici simbolici impongono alla sfera del significato, vi sarebbe una specie di zona di indeterminazione, risultante in primo luogo da questa inadeguatezza fondamentale tra i due ordini, e quindi dal fatto che l’uomo è costretto a distribuire la razione supplementare di significante fra le cose che sono già inquadrate in codici simbolici ordinati. […] Questi significanti fluttuanti non designerebbero quindi nulla di preciso, avendo solamente una valore simbolico zero.[…] Si può, in tal caso, supporre che la zona del significato indicata dal significante fluttuante si trova nello spazio che separa i codici o nel loro punto di congiunzione [per noi è lo spazio di congiunzione delle macchine desideranti, dei tagli di flusso]: infatti, sebbene questo valore simbolico zero si riduca a una semplice forma, quando si carica di un contenuto, questo appartiene sempre a quelle zone di disordine semantico, a cavallo di due o più codici, di due oggetti, di due mondi. […] Esso designa sempre un’energia, una forza che è impossibile vedere significate in codici [proprio come il desiderio, come le macchine desideranti] perché questi parlano sempre delle cose e dei loro rapporti, e non di ciò che le rende possibili […]. Appena vi è disorganizzazione di un ordine o disgregamento di una struttura, si vedono spuntare forze libere, non vincolate [non sistematizzate, non significate]. Ogni passaggio da uno stato all’altro – nascita, morte, matrimonio , iniziazione – [ogni taglio di flusso] scatena energie che i riti liberano e utilizzano. Per questo gli stregoni e gli sciamani occupano sempre un posto a parte nella società, perché esercitano mestieri ambigui, dal valore simbolico ambivalente: fabbri, becchini o pastori (questi ultimi fra natura e cultura); oppure donne e folli [ritornano gli schizofrenici] – qualsiasi sciamano ha esperimentato la follia -, focolai di disordine per eccellenza. […] Lo sciamano è appunto colui che s’incarica, in modo particolare, nella società primitiva, di far passare l’individuo e il gruppo da un codice all’altro [è l’interfaccia]: come i miti di cui si vale [anche l’interfaccia ha molti elementi mitici], egli traduce un sistema simbolico in un altro mettendolo in rapporto con gli astri e il cibo, gli animali e le piante [per associare il desiderio costruito, rappresentato, a ciò che di più naturale e necessario esista al mondo, in modo da farlo sembrare sempre necessario; lo sciamano è custode del plusvalore di codice e della chiave che permette le traduzioni, il Significante dispotico. Egli è un agente dello Stato]”[20].

Lo scambio di codici, la traduzione, avviene sul corpo poiché solo esso non significa nulla: “esso parla, sempre, esclusivamente la lingua degli altri (codici) che in esso vengono a essere iscritti. […] il significante fluttuante rivela due tipi diversi di forze di cui il corpo è la sede e il trasduttore. Uno indica un funzionamento istituzionale, sociale e individuale, legato alla potenza del corpo comunitario e del corpo del singolo; esso comprende tutte quelle forze del caso e dell’ignoto che, collegate con gli esseri e le cose, si riferiscono all’articolazione normale dei codici: nascite, guerre, morti, fenomeni meteorologici, ecc. Esse esprimono l’ineluttabile irruzione della natura nella cultura, ingresso di cui quest’ultima tiene conto proprio nelle sue creazioni: riti, pratiche magiche, religiose, ludiche servono a ristrutturare i sistemi minacciati dal disordine [il funzionamento della natura, come quello del corpo, viene significato e sistematizzato per renderlo conoscibile e utile al potere, in questo caso il potere dello sciamano]. Sotto tale regolamentazione del significante fluttuante si collocherebbe la magia bianca. L’altro tipo di forze che esso ci indica coincide con tutte quelle interferenze di energie non controllate che agiscono al di fuori dalle articolazioni normali dei codici [le energie della Mutazione]: follia [lo schizofrenico] , malattia, sortilegio, ecc. La magia nera rientrerebbe in questa categoria. […] colui che detiene la forza dei corpi, in campo sociale, detiene tutto il potere. Per accaparrarsi il potere basta quindi far funzionare il corpo secondo un altro regime di segni [un Significante dispotico nuovo che bi-univocizza le catene di segni]; basta trasformare il significante fluttuante che governa la circolazione delle energie nei codici, in significante supremo [il Significante dispotico], a cui tutti gli altri segni sono sottoposti, per avere il controllo sui corpi. Trasformare così il significante vuoto equivale a dargli un posto al di fuori di qualsiasi codice: il suo senso non potrà più essere afferrato, decodificato con altri segni [esso, una volta mitizzato, è nascosto nell’interfaccia]. Il suo senso (che appare come un senso completo) si riduce a quello di una pratica, di una tecnica, di un mezzo per soggiogare il corpo, a quello di una regola formale, vuota: per questa ragione il significante che indica quel sovrappiù simbolico è vuoto, intraducibile con altri codici. […] i corpi saranno condannati a ripetere all’infinito il rito della conformità al significante supremo: cercheranno senza sosta d’incarnarsi, ossia di obbedire alla regola che li porterà ad apparire nella loro carne (in sfacelo) come presenza pura del significante supremo e dispotico. E’ la via insegnata da tutte le religioni, sia nel mistero dell’Eucarestia (dove l’incarnazione del corpo di Cristo ha il fine di cambiare il corpo – e lo spirito – del fedele), sia in qualsiasi pratica che, come nel buddhismo, mira a riprodurre nel corpo umano il corpo glorioso del Buddha, si tratta sempre della presenza di un senso supremo che deve essere realizzato. Questa si chiama incarnazione. […] Il significante dispotico diventa riferimento unico per valutare tutte le cose […]: esso assorbe tutto il senso degli altri segni che si trovano in condizione di inferiorità rispetto al suo senso. […] il significante supremo resta sempre vuoto di senso, perché l’impossibilità di attribuirgliene uno è la prova stessa della trascendenza e dell’assolutezza del suo senso. E’ questo il suo modo di funzionare, la sua maniera perversa di mostrarsi pieno inducendo carenze negli altri segni. Il suo vuoto è la condizione perché sia presente il senso […] e vengano soggiogati i corpi. Comincia così una nuova storia del potere: la sua trasformazione, grazie alla fissazione del significante fluttuante, in significante supremo, in indice dispotico che regola gli altri sistemi di segni. Il significante fluttuante non designa più delle forze che circolano alla periferia dei codici, ma delle potenze soggiogate, inquadrate e radunate in corpi-incarnati asserviti alle nuove formazioni di potere. Coloro che dispongono del potere – i fondatori delle Chiese, di Stati, i sacerdoti, i capi – dispongono anche dei mezzi per domare i corpi; e agli occhi di coloro che essi sottomettono, possiedono il sapere che permette di controllare e manipolare delle forze denotate/connotate dal significante supremo: essi trasformano quelle forze in potere sui corpi”[21].

Due concetti importanti: plusvalore di codice (che viene fuori dalla decodifica della codifica della produzione desiderante); significazione (molarizzazione, strutturazione, cristallizzazione) del desiderio, dei flussi.

L’intero discorso va attualizzato per la società capitalistica, ove il plusvalore di codice e la significazione del desiderio, cioè lo Stato, sono continuamente modificati. Anch’esse sono sovrastrutture dei rapporti di produzione.

Lo Stato rende, attraverso le interfacce e il plusvalore di codice, sempre coerenti le significazioni del funzionamento dei corpi con le entità molari; esse si modificano continuamente per via delle trasformazioni continue cui è soggetta la società capitalistica per superare continuamente se stessa, per far fronte al valore decrescente del tasso marginale di profitto.

Dunque, il plusvalore di codice e la significazione, le loro narrazioni, e le loro continue modificazioni ed adattamenti, sono necessari per comprendere il rapporto dei corpi con le macchine esterne, soprattutto in un regime capitalistico, più di ogni altro regime soggetto al cambiamento, a modificazioni sovrastrutturali: “ogni macchina tecnica presuppone flussi di tipo particolare: flussi di codice interni ed esterni alla macchina e formanti gli elementi di una tecnologia e anche una scienza. Anche questi flussi di codice vengono a loro volta incasellati, codificati o surcodificati nelle società precapitalistiche in modo tale da non assumere mai indipendenza (il fabbro, l’astronomo…). Ma la decodificazione generalizzata dei flussi nel capitalismo ha liberato, deterritorializzato, decodificato, i flussi di codice alla stregua degli altri – al punto che la macchina automatica li ha sempre più interiorizzati nel proprio corpo o nella propria struttura come campo di forze, dipendendo allo stesso tempo da una scienza e da una tecnologia, da un lavoro detto cerebrale (?) distinto dal lavoro manuale dell’operaio (evoluzione dell’oggetto tecnico). Non sono le macchine a fare il capitalismo, in questo senso, ma il capitalismo al contrario a fare le macchine, e ad introdurre incessantemente nuovi tagli con cui rivoluziona i suoi modi tecnici di produzione. Occorre pur sempre, sotto questo aspetto, introdurre parecchi correttivi. […] Mai la macchina capitalistica diacronica si lascia rivoluzionare da una o più macchine tecniche sincroniche, mai essa conferisce ai suoi scienziati e ai suoi tecnici un’indipendenza sconosciuta nei regimi precedenti. Essa può magari lasciare che degli scienziati schizofrenizzino nel loro cantuccio […] gli scienziati vengono lasciati in pace sino ad un certo punto […]. La vera e propria assiomatica è quella della macchina sociale stessa, che si sostituisce alle antiche codificazioni, e che organizza tutti i flussi decodificati, ivi compresi i flussi di codice scientifici e tecnici, a vantaggio del sistema capitalistico e a servizio dei suoi fini”[22].

Le macchine sono inglobate nel corpo, sono il corpo, esse non prolungano l’organismo; la significazione e il plusvalore di codice le legano come i pezzi del corpo stesso: la macchina sociale capitalistica ha fuso tutte le macchine sul corpo senza organi: “Una volta distrutta l’unità strutturale della macchina, una volta deposta l’unità personale e specifica del vivente, un legame diretto si mostra tra macchina e desiderio, la macchina passa nel cuore del desiderio, la macchina è desiderante e il desiderio macchinato. Non è il soggetto ad essere nel desiderio – e il soggetto residuo è dall’altra parte, accanto alla macchina, sul contorno, parassita delle macchine, accessorio del desiderio vertebro-macchinato. Insomma la vera differenza non passa tra la macchina e il vivente, tra vitalismo e meccanicismo, ma tra due stati della macchina che sono altresì due stati del vivente. La macchina presa nella sua unità strutturale, il vivente preso nella sua unità specifica ed anzi personale, sono fenomeni di massa o insiemi molari; a questo titolo appunto rimandano dall’esterno l’uno all’altro. […] c’è compenetrazione, comunicazione diretta tra i fenomeni molari e le singolarità del vivente, cioè tra le piccole macchine disperse in tutta la macchina, e le piccole formazioni disseminate in tutto l’organismo […]. Quando […] le macchine si trovano unificate sul piano strutturale delle tecniche e delle istituzioni che conferiscono loro un’esistenza visibile come un’armatura d’acciaio, quando i viventi stessi si trovano strutturati dalle unità statistiche delle loro persone, delle loro specie, varietà e ambienti, - quando una macchina appare come un oggetto unico, e un vivente come un unico soggetto, - quando le connessioni diventano globali e specifiche […] il desiderio non ha alcun bisogno di proiettarsi in queste forme divenute opache. Queste sono immediatamente le manifestazioni molari, le determinazioni statistiche del desiderio e delle sue proprie macchine”[23].

E’ necessario fare delle precisazioni a proposito della sistematizzazione delle macchine molecolari e del funzionalismo delle macchine molari: “C’è funzionalismo solo a livello submicroscopico delle macchine desideranti, concatenazioni macchiniche, macchinario del desiderio (engineering); solo qui infatti funzionamento e formazione, uso e montaggio, prodotto e produzione si confondono.

Ogni funzionalismo molare è falso, poiché le macchine organiche o sociali non si formano allo stesso modo in cui funzionano, e in quanto le macchine tecniche non si montano come si adoperano, ma implicano appunto condizioni determinate che separano la loro propria produzione dal loro prodotto distinto. Solo ciò che non viene prodotto così come funziona ha un senso, ed anche uno scopo, un’intenzione. Le macchine desideranti al contrario non rappresentano nulla, non significano nulla, non vogliono dir nulla, e sono per l’appunto quel che se ne fa, quel che si fa con esse, quel ch’esse fanno in se stesse”[24].

La significazione delle macchine desideranti, la loro codifica, il loro ripiegamento sulla rappresentazione, sulla credenza, sul mito, così come il funzionalismo delle macchine molari, rende tutto ideologico, preda della falsa coscienza: “codificando o assiomatizzando in tal modo i flussi del desiderio, la psicanalisi fa della catena significante un uso molare che comporta un misconoscimento di tutte le sintesi dell’inconscio”[25].

Il funzionalismo delle macchine molari è forse il più grave errore a cui inducono le teorie filosofiche postmoderniste, errore nel quale non cade l’anti-Edipo: la distinzione molecolare-molare permette di comprendere meglio alcune distinzioni politiche importanti.

Con il passaggio da una società industriale ad una postindustriale vi sono delle modificazioni importanti per quel che riguarda i metodi di accumulazione del capitale; cambiano le modalità produttive e cambiano necessariamente alcune delle narrazioni che erano sostenute da sistemi di significazione ormai obsoleti. Si parla di società postindustriali, di postmodernismo, di fine delle grandi narrazioni, di fine delle scelte ideologiche. Si impone, invece, una meta-ideologia forse più totalizzante delle precedenti. Nuovi Significanti dispotici sistematizzano il corpo senza organi con mininarrazioni flessibili, trasformano i segni in segni di segni (lo stesso Significante dispotico è segno di segno), operano perciò – come tutti i Significanti dispotici - una traslazione verso la rappresentazione di tutto il sistema segnico.

Lo Stato, cioè l’insieme delle forze che imprigionano il corpo, ha bisogno in questo momento storico, per imporsi, di tante piccole narrazioni, di tanti oggetti, di tante interfacce che sembrano essere slegate le une dalle altre, senza un apparente discorso coerente e paranoico. Una meta-ideologia anti-ideologica (quella postmoderna) maschera in maniera forse più efficace interessi, interfacce e plusvalore di codice.

 


[1] Op. Cit. Deleuze – Guattari, L’Antiedipo, introduzione all’edizione italiana di Alessandro Fontana, pag. XVIII.

[2] Ibid.

[3] Ibid.

[4] Ancora in Antiedipo (Op. Cit. pag. 26): La grande scoperta della psicanalisi è stata quella della produzione desiderante, delle produzioni dell’inconscio. Ma con Edipo, questa scoperta è stata presto occultata da un nuovo idealismo: all’inconscio come fabbrica si è sostituito un teatro antico; alle unità di produzione dell’inconscio si è sostituita la rappresentazione; all’inconscio produttivo si è sostituito un inconscio che non poteva più che esprimersi (il mito, la tragedia, il sogno…).

In Antiedipo sulla mancanza (Op. Cit. pag. 31): Questa pratica del vuoto come economia di mercato, è l’arte di una classe dominante: organizzare la mancanza nell’abbondanza di produzione reale che si suppone esterna al desiderio (le esigenze della razionalità), mentre la produzione del desiderio passa nel fantasma (nient’altro che il fantasma).

[5] Op. Cit., Michel Foucault, pag. 155-170.

[6] Deleuze e Guattari così definiscono il corpo senza organi (Op. Cit. Antiedipo, pag.10, 21): Il corpo senza organi […] non è una proiezione; nulla a che vedere con il corpo proprio, o con un’immagine del corpo. E’ il corpo senza immagine. […] è un uovo: è attraversato da soglie, da latitudini, da longitudini, da geodetiche, è attraversato da gradienti che segnano i divenire e i passaggi, le destinazioni di colui che si sviluppa. Nulla è qui rappresentativo, ma tutto è vita e vissuto.

[7] Op. Cit. Deleuze – Guattari, L’Antiedipo, introduzione all’edizione italiana, pag. XXXI. Alessandro Fontana approfondisce così sulle molarità: La molarità comunque esiste. Si tratta allora di mostrarne il funzionamento e di ritrovarne il corpo senza organi: ecco il programma. Non tanto l’operazione regressiva della psicanalisi, ma la paziente decostruzione degli strati, alla ricerca del piano di consistenza, del piano di immanenza del desiderio: quel corpo senza organi che l’Antiedipo indicava come limite paradossale del capitalismo, il corpo psicotico dello schizo, appare allora come il sostrato universale del desiderio disinnestato dalla struttura e riposto nel cuore del reale: un luogo ove ‘questo’ funziona, produce, un microlaboratorio, un dispositivo di sperimentazione, uno spazio in cui voce, gesto, parola e scrittura si tagliano e si incrociano, ove le molarità saltano in aria, ove è possibile ricominciare a pensare: un nuovo modo di fare la letteratura, la scienza, la storia, un nuovo stile di militantismo, un nuovo programma di produzione.

[8] In Antiedipo (Op. Cit. pag. 31, 33): Non c’è da una parte una produzione sociale di realtà, e dall’altra una produzione desiderante di fantasma. Tra queste due produzioni non si stabilirebbero che legami secondari d’introiezione e di proiezione, come se alle pratiche sociali si abbinassero pratiche mentali interiorizzate, oppure come se le pratiche mentali si proiettassero nei sistemi sociali, senza che le une intacchino mai le altre. […] La produzione sociale è unicamente la produzione desiderante stessa in condizioni determinate. Noi diciamo che il campo sociale è immediatamente percorso dal desiderio, che ne è il prodotto storicamente determinato e che la libido non ha bisogno di alcuna mediazione o sublimazione, di alcuna operazione psichica, di alcuna trasformazione, per investire le forze produttive e i rapporti di produzione. Non c’è che desiderio e socialità e nient’altro. Anche le forze più mortifere e repressive della riproduzione sociale sono prodotte dal desiderio, nell’organizzazione che ne deriva in tale o tal’altra condizione che dovremo analizzare. […] L’esistenza massiccia di una repressione sociale relativa alla produzione desiderante non intacca per nulla il nostro principio: il desiderio produce del reale, o anche: la produzione desiderante non è altro che la produzione sociale.

[9] In Antiedipo, pag. 115, 116: Non è una questione ideologica. C’è un investimento libidinale inconscio del campo sociale, che coesiste ma non coincide necessariamente con gli investimenti preconsci, o con ciò che gli investimenti preconsci ‘dovrebbero essere’. Ecco perché quando dei soggetti, individui o gruppi, vanno manifestamente contro i loro interessi di classe, quando aderiscono agli interessi ed ideali di una classe che la loro propria situazione oggettiva dovrebbe indurli a combattere, non basta dire: sono stati ingannati, le masse sono state ingannate. Non è un problema ideologico, di misconoscimento o di illusione, è un problema di desiderio, e il desiderio fa parte dell’infrastruttura. Gli investimenti preconsci si fanno o dovrebbero farsi secondo gli interessi di classi opposte. Ma gli investimenti inconsci si fanno secondo posizioni di desiderio e usi di sintesi assai diversi dagli interessi del soggetto che desidera, individuale o collettivo. Possono assicurare la sottomissione generale ad una classe dominante, facendo passare tagli e segregazioni in un campo sociale in quanto investito dal desiderio, e non più dagli interessi. Una forma di produzione e riproduzione sociale, coi suoi meccanismi economici e finanziari, colle sue forme politiche ecc., può essere desiderata come tale, in tutto o in parte, indipendentemente dagli interessi del soggetto che desidera.[…] Questo è dunque lo scopo della schizoanalisi: analizzare la natura specifica degli investimenti libidinali del campo economico e politico; e per questa via mostrare come il desiderio possa essere indotto a desiderare la propria repressione nel soggetto che desidera (donde il ruolo della pulsione di morte nel collegamento del desiderio col campo sociale). Tutto questo si produce non nell’ideologia, ma ben al di sotto. Un investimento inconscio di tipo fascista, o reazionario, può coesistere con l’investimento conscio rivoluzionario.

[10] Ibid. pag. 38, 39.

[11] Ibid. pag. 41, 42.

[12] Interessante è notare come il sesso funziona come Significante dispotico e narrazione del potere. Foucault ne parla cosi ne La volontà di sapere: la nozione di “sesso” ha permesso di raggruppare in un’unità artificiale elementi anatomici, funzioni biologiche, comportamenti, sensazioni, piaceri, ed ha permesso di far funzionare quest’unità fittizzia come principio causale, senso onnipresente, segreto da scoprire dovunque: il sesso ha dunque potuto funzionare come significante unico e come significante universale. Inoltre presentandosi congiuntamene come anatomia e come mancanza, come funzione e come latenza, come istinto e come senzo, ha potuto indicare la linea di contatto fra un sapere della sessualità umana e le scienze biologiche della riproduzione. (pag. 137).

[13] Ibidem.

[14] Ibid. pag.45.

[15] S. Garassini – B. Gasparini, Le nuove tecnologie della comunicazione, 1993, Milano, ed. Bompiani, a cura di Gianfranco Bettetini e Fausto Colombo, pagg. 55 – 67.

[16] Ibid. pagg. 80 – 82.

[17] Enciclopedia Sistematica, Giulio Einaudi editore, Torino 1978, volume tre.

[18] Interessante può essere confrontare il ‘significante fluttuante’ con il concetto di ‘vigenza senza significato’ relativamente alla legge, proposto da Giorgio Agamben in Homo Sacer, paragrafo quattro.

[19] Ibid. pag. 1097.

[20] Ibid. pag. 1100.

[21] Ibid. pag. 1100 – 1133.

[22] Ibid. pag. 264.

[23] Ibid. pag. 322 – 327.

[24] Ibid. pag. 327.

 [25] Ibid. pag. 376.