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Mutazioni e trasformazioni del corpo

 


Corpo, Stato & Mutazione

Il corpo dell’uomo, del nomade, del mutante, le sue identità, l’assenza di organi, sono la zona di confine, zona critica, i punti d’appoggio su cui fanno leva Stato e Mutazione. Il corpo è il luogo del sapere, il luogo del potere, l’oggetto del potere. Il corpo diventa luogo di sapere, non lo è, lo si invischia. Il corpo è la parte viscida, la zona di frizione del ragionamento tra Stato e Mutazione, lo spazio sul quale si stendono discorsi e narrazioni.

Il corpo è qui e ora, essere ed avere, superficie liscia sulla quale si cerca di striare gestalt funzionali ed elementi mitici, rituali di passaggio. Si cerca di differenziare l’essere dall’avere, di definire i limiti spazio-temporali[1], affinché vengano eliminate le scorie deittiche e vengano istituiti dei riferimenti assoluti ai quali legare il corpo. Nel corpo si insuffla sapere, sul corpo si parla.

Il corpo è continuamente interfacciato al mondo, reso significativo.

Il corpo è allo stesso tempo possibilità di fuga e di punizione, oggetto attraverso il quale si impone l’ideologia e attraverso il quale ci si impone anarchicamente e caoticamente sui significati dati. Il corpo, poiché è lo spazio sul quale si costruiscono le interfacce col mondo, poiché è lo spazio di traduzione di codici e linguaggi, è il mezzo attraverso cui la società sorveglia e punisce: “il corpo è […] direttamente immerso in un campo politico: i rapporti di potere operano su di lui una presa immediata, l’investono, lo macchiano, lo addestrano, lo suppliziano, lo costringono a certi lavori, l’obbligano a delle cerimonie, esigono da lui dei segni. Questo investimento politico è legato, secondo relazioni complesse e reciproche, alla sua utilizzazione economica. E’ in gran parte come forza di produzione che il corpo viene investito da rapporti di potere e di dominio, ma, in cambio, il suo costituirsi come forza di lavoro è possibile solo se esso viene preso in un sistema di assoggettamento (in cui il bisogno è anche uno strumento politico accuratamente preordinato, calcolato e utilizzato): il corpo diviene forza utile solo quando è contemporaneamente corpo produttivo e corpo assoggettato[2]. Questo assoggettamento non è ottenuto coi soli strumenti sia della violenza che dell’ideologia; esso può assai bene essere diretto, fisico, giocare della forza contro la forza, fissarsi su elementi materiali, e tuttavia non essere violento; può essere calcolato, organizzato, indirizzato tecnicamente, può essere sottile, non fare uso né di armi né del terrore, e tuttavia rimanere di ordine fisico. Ciò vuol dire che può esserci e un sapere del corpo che non è esattamente la scienza del suo funzionamento e una signoria delle sue forze che è più forte delle sue capacità di vincerle: questo sapere e questa signoria costituiscono quello che potremmo chiamare la tecnologia politica del corpo. […] Si tratta in qualche modo di una microfisica del potere che gli apparati e le istituzioni mettono in gioco, ma il cui campo di validità si pone in qualche modo tra questi grandi meccanismi e gli stessi corpi, con la loro materialità e le loro forze.

Ora, lo studio di questa microfisica del potere suppone che il potere che vi esercita non sia concepito come una proprietà, ma come una strategia, che i suoi effetti di dominazione non siano attribuiti ad una appropriazione, ma a disposizioni, manovre, tattiche, tecniche, funzionamenti, che si decifri in esso piuttosto una rete di relazioni sempre tese, sempre in attività, che non un privilegio che si potrebbe detenere, che gli si dia per modello la battaglia perpetua, piuttosto che il contratto operante una cessione o la conquista che si impadronisce di un dominio. Bisogna insomma ammettere che questo potere lo si eserciti piuttosto che non lo si possieda, che non sia privilegio acquisito o conservato dalla classe dominante, ma effetto d’insieme delle sue posizioni strategiche. […] Questo potere non si applica puramente e semplicemente come un obbligo o un’interdizione a quelli che non l’hanno; esso li investe, si impone per mezzo loro e attraverso loro; si appoggia su di loro esattamente come loro stessi, nella lotta contro di lui, si appoggiano a loro volta sulle prese ch’esso esercita su di loro. Ciò vuol dire che queste relazioni scendono profondamente nello spessore della società, che non si localizzano nelle relazioni fra Stato e i cittadini o alla frontiera delle classi e che non si accontentano di riprodurre a livello degli individui, dei corpi, dei gesti e dei comportamenti, la forma generale della legge o del governo”[3].

Foucault sogna un’anatomia politica, cioè lo studio del corpo come insieme di elementi materiali e di tecniche che servono da armi, collegamenti, vie di comunicazione e punti d’appoggio alle relazioni di potere[4] e di sapere che investono i corpi umani e li assoggettano facendone oggetti di sapere.

L’interpretazione del senso del corpo, lo strutturalismo dei segni ai quali lo si vuole condurre, la molarità paranoica alla quale lo si vuole costringere, nascondono il funzionamento del corpo stesso, il funzionamento di ciò che Deleuze ha chiamato le sue macchine desideranti. Il sapere si pone sul corpo senza organi, lo asfissia, lo rende incapace di funzionare come sarebbe naturale. Il sapere è il cavallo di Troia attraverso cui il corpo pieno del capitalismo si appropria del corpo.


      

[1] Cfr. Op. Cit., David Harvey: nelle economie basate sul denaro, e nella società capitalistica in particolare, il controllo incrociato del denaro, del tempo e dello spazio forma un nodo fondamentale di potere sociale che non possiamo permetterci di ignorare.[…] L’egemonia ideologica e politica in ogni società dipende dalla capacità di controllare il contesto materiale dell'esperienza personale e sociale. Per questo motivo, le materializzazioni e i significati attribuiti al denaro, al tempo e allo spazio hanno un’importanza non trascurabile per il mantenimento del potere politico. (pagg. 277, 278).

[2] Relativamente all’assoggettamento del corpo è necessario rifarsi ancora all’Antiedipo, soprattutto al capitolo Introduzione alla schizoanalisi.

[3] Michel Foucault, Sorvegliare e punire, nascita della prigione, Parigi 1975, trad. it. Einaudi 1976 e 1993, pag. 29, 30.

[4] E’ interessante come Foucault definisce il concetto di potere: Questa parola ‘potere’ rischia, però, di dar luogo ad un certo numero di malintesi. Malintesi relativi alla sua identità, alla sua forma, alla sua unità. Con potere, voglio dire “il Potere”, come insieme d’istituzioni e di apparati che garantiscono la sottomissione dei cittadini in uno Stato determinato. Con potere, non intendo nemmeno un tipo di assoggettamento, che in opposizione alla violenza avrebbe la forma della regola. Né intendo, infine, un sistema generale di dominio esercitato da un elemento o da un gruppo su un altro, ed i cui effetti, con derivazioni successive, percorrerebbero l’intero corpo sociale. L’analisi in termini di potere non deve postulare, come dati iniziali, la sovranità dello Stato, la forma della legge o l’unità globale di una dominazione, che ne sono le forme ultime. Con il termine potere mi sembra che si debba intendere innanzitutto la molteplicità dei rapporti di forza immanenti al campo in cui si esercitano e costitutivi della loro organizzazione; il gioco che attraverso le lotte e scontri incessanti li trasforma, li rafforza, li inverte; gli appoggi che questi rapporti di forza trovano gli uni negli altri, in modo da formare una catena o un sistema, o , al contrario, le differenze, le contraddizioni che li isolano gli uni dagli altri; le strategie infine in cui realizzano i loro effetti, ed il cui disegno generale o la cui cristallizzazione istituzionale perdono corpo negli apparati statali, nella formulazione della legge, nelle egemonie sociali. […] Il potere è dappertutto; non perché inglobi tutto, ma perché viene da ogni dove. E “il” potere, in quel che ha di permanente, di ripetitivo, di inerte, di autoriproduttore, non è che l’effetto d’insieme che si delinea a partire da queste mobilità, la concatenazione che si appoggia su ciascuna di esse e cerca a sua volta di fissarle. Bisogna probabilmente essere nominalisti: il potere non è un’istituzione, non è una struttura, non è una certa potenza di cui alcuni sarebbero dotati: è il nome che si dà ad una situazione strategica complessa in una società data. (La volontà di sapere, Paris, 1976, trad. it. Ed. Feltrinelli, Milano, 1978, pagg. 82, 83).