Cyborg, corpo postindustriale
Prima importante evidenza di un cyborg è di essere assieme oggetto di un
Significante dispotico e il Significante dispotico stesso – la parte
cyber – , oggetto di una narrazione e racconto esso stesso. Il corpo
stesso contiene plusvalore di codice ed i regimi molari e molecolari si
confondono tendendo al collasso.
Il corpo protoindustriale fisico e
massimalista lascia un po’ alla volta, e non senza sovrapposizioni
temporanee e connivenze, il campo ad un corpo virtuale, cibernetico,
postindustriale e minimalista. Queste trasformazioni sono legate
soprattutto alla crisi della modernità e a nuovi tipi di accumulazione
del capitale[1]
che vedremo più avanti.
Il corpo è sempre di più uno spazio di
scrittura, uno spazio di conoscenza, tabula sistematizzata dai
significanti della società, sempre di più invischiato in flussi di
informazione e potere. In questa sistematizzazione ha un ruolo
fondamentale la tecnologia, prodotto dell’immaginazione creativa
dell’uomo e risultato di esigenze sociali profonde, esigenze di potere.
Le tecnologie di comunicazione sono la declinazione del Significante
dispotico in un’economia postindustriale. Il Significante dispotico è
l’elemento, o gli elementi, che riescono a sistematizzare in maniera più
efficace possibile, di volta in volta nelle varie società e nei vari
momenti storici, elementi altrimenti caotici e destrutturati.
L’efficacia è individuabile fondamentalmente nella capacità di
insufflare sapere nei corpi. Il Significante dispotico è la chiave di
ogni narrazione.
Il cyborg è un esempio della tecnologia
attualizzata direttamente sul/nel corpo, una declinazione del corpo
senza organi, della significazione del desiderio. Come tale anche il
cyborg è ideologia trasformata in Significante dispotico e assieme
oggetto di questo Significante, segno di un nuovo paradigma rispetto a
quello del corpo biologico, con nuove potenzialità schizofrenizzanti e
paranoiche, rivoluzionarie e reazionarie.
Il cyborg è una nuova codificazione dello
spazio cognitivo che esiste tra corpo e macchina (spazio enorme quanto
poco facilmente percettibile) una nuova territorializzazione. Essa
avviene, però, con le stesse modalità con cui sono avvenute le altre
territorializzazioni capitalistiche: con continue crisi, continue
decodifiche e codifiche legate all’impossibile crescita all’infinito del
tasso marginale di profitto analizzato da Marx nel Capitale[2].
Il cyborg contiene in sé, come ogni
prodotto del capitalismo, potenzialità rivoluzionarie. Purtroppo, queste
potenzialità spesso sono rese mitiche nelle discussioni
pseudo-filosofiche e, come tali, sono già castrate, trasformate in
Stato.
Donna J. Haraway riesce, a volte, ad
esprimere lucide analisi sull’ontologia cyborg: “Un cyborg è un
organismo cibernetico, un ibrido di macchina e organismo, una creatura
che appartiene tanto alla realtà sociale quanto alla finzione […]. La
fantascienza contemporanea è piena di cyborg: animali e macchine
insieme, creature che popolano mondi ambiguamente naturali e artefatti.
Anche la medicina moderna è piena di cyborg, di accoppiamenti tra
organismo e macchina, ciascuno concepito come dispositivo in codice, in
una intimità e un potere che non sono stati generati nella storia della
sessualità. […] Alla fine del Ventesimo secolo, in questo nostro tempo
mitico, siamo tutti chimere, ibridi teorizzati e fabbricati di macchina
e organismo: in breve, siamo tutti dei cyborg. Il cyborg è la nostra
ontologia, ci dà la nostra politica”[3].
Donna J. Haraway si ricollega, per certi
versi, alle tesi dell’anti-Edipo: “Il cyborg è una creatura di un mondo
post-genere: non ha niente da spartire con la bisessualità, la simbiosi
pre-edipica, il lavoro non alienato o altre seduzioni di interezza
organica ottenute investendo una unità suprema di tutti i poteri delle
parti”[4].
Queste sono tesi abbastanza discutibili e, mi sembra, superficiali ed
ideologiche: in primo luogo bisogna ricordare che la componente umana di
un cyborg è molto consistente; in secondo luogo la simbiosi pre-edipica
è un pre-paradigma di rappresentazione, paradigma di funzionamento e
limite del Significante dispotico cui il cyborg non sfugge: “Il capitale
ha preso su di sé i rapporti di alleanza e filiazione. Ne deriva una
privatizzazione della famiglia, per cui essa cessa di dare la sua forma
sociale alla riproduzione economica: essa è come disinvestita, messa
fuori campo. […] Le alleanze e le filiazioni non passano più attraverso
gli uomini, ma attraverso il danaro; allora la famiglia diventa
microcosmo, atto ad esprimere ciò che non domina più. […] la famiglia,
invece di costituire e di sviluppare i fattori dominanti della
riproduzione sociale si accontenta di applicarli o di inglobarli nel suo
proprio modo di riproduzione. Padre, madre e bambino diventano così i
simulacri delle immagini del capitale […]. Insomma, arriva Edipo: esso
nasce nel sistema capitalistico dall’applicazione delle immagini sociali
di primo grado alle immagini familiari private di secondo grado. […] la
congiunzione familiare risulta dalle congiunzioni capitalistiche, in
quanto si applicano a persone privatizzate. […] Il triangolo edipico[5]
è la territorialità intima e privata che corrisponde a tutti gli sforzi
di territorializzazione sociale del capitalismo [il cyborg è assieme
agente e oggetto di questa territorializzazione]. […] Edipo non arriva
con un torrente di merda o con un torrente di incesto, ma con i flussi
decodificato del capitale denaro. […] C’è in Edipo una ricapitolazione
dei tre stati o delle tre macchine [è per questo che è il paradigma del
Significante dispotico]. Egli si prepara infatti nella macchina
territoriale, come limite vuoto inoccupato. Si forma nella macchina
dispotica come limite occupato simbolicamente, ma non si conclude e non
si attua se non diventando l’Edipo immaginario della macchina
capitalistica.”[6]
Il cyborg evidenzia in maniera netta
alcune tendenze fondamentali verso cui il corpo volge, verso cui il
Significante dispotico lo indirizza: la fine delle differenze costruite
tra il sé e il mondo esterno; la fine del contrasto ideologico tra
natura e cultura; la fine della distinzione tra uomo e macchina; la fine
della differenza funzionale tra fisico e non fisico; il collasso del
Significante dispotico che è assieme agente e oggetto di
sistematizzazione. Il cyborg è un indice di tali trasformazioni: “Il
cyborg salta il gradino dell’unità originaria, dell’identificazione con
la natura in senso occidentale […]. Nella cultura scientifica americana
della fine del Ventesimo secolo, il confine tra umano e animale è stato
ripetutamente abbattuto. Le ultime spiagge di unicità o sono state
inquinate o le hanno trasformate in parco giochi: il linguaggio, l’uso
di strumenti, il comportamento sociale non stabiliscono più in modo
convincente la separazione tra umano e animale. E parecchi non sentono
più il bisogno di questa separazione. […] Negli ultimi due secoli,
biologia ed evoluzionismo hanno fatto degli organismi moderni un oggetto
di conoscenza, e contemporaneamente hanno ridotto il confine tra l’umano
e l’animale a una debole traccia re-inscritta nella battaglia ideologica
o nelle dispute professionali tra vita e scienze sociali. […] La seconda
distinzione che non regge è quella tra organismo (animale e umano) e
macchina. Le macchine pre-cibernetiche potevano essere infestate: nella
macchina c’era sempre lo spettro del fantasma. Questo dualismo ha
strutturato il dialogo tra materialismo e idealismo che era stato
fissato da una progenie dialettica, chiamata a piacere spirito o storia.
Ma, in fondo, le macchine non si muovevano né si progettavano da sole,
non erano autonome. Non potevano raggiungere l’ideale umano, ma solo
schernirlo. […] Ora non ne siamo più tanto sicuri. Le macchine di questa
fine secolo hanno reso totalmente ambigua la differenza tra naturale e
artificiale, mente e corpo, autosviluppo e progettazione esterna nonché
molte altre distinzioni che si applicavano a organismi e a macchine. Le
nostre macchine sono fastidiosamente vivaci, e noi spaventosamente
inerti. […] La terza distinzione è un sottogruppo della seconda: per
noi, il confine tra fisico e non fisico è molto impreciso. […] Le
macchine moderne, congegni micro-elettronici quintessenziali, sono
ovunque, e sono invisibili. […] Le nostre macchine migliori sono fatte
di luce solare, sono leggere e precise perché non sono altro che
segnali, onde elettromagnetiche, sezioni di uno spettro, e sono macchine
del tutto portatili, mobili e causa di immense sofferenze a Detroit come
a Singapore. Le persone non sono affatto fluide, dato che sono materiali
e opache. I cyborg invece sono etere, quintessenza”[7].
Haraway osserva che i congegni moderni,
queste macchine microscopiche, sono dappertutto, ci stanno attorno, ma
non le percepiamo più, non pensiamo più che esse esistono per delle
scelte, per soddisfare sistemi di segni che danno senso alle loro
funzioni. Per noi queste macchine sono elementi della natura, necessarie
come l’aria, indispensabili alla nostra vita, eterne. Se esse sono state
inventate solo pochi anni fa non significa nient’altro che nel mondo,
fino ad allora, c’era stata una mancanza, un vuoto che adesso è
finalmente colmato, che attendeva di essere colmato, riempito fino
all’orlo ed oltre. E’ quello che è accaduto con la ruota, l’elettricità,
la televisione, il telefono, l’automobile, il computer e tutto quello
che verrà: ancora una volta una politica della mancanza[8].
Le caratteristiche microscopiche delle
macchine del periodo postindustriale, che sono sempre più macchine di
comunicazione tra corpi, fanno si che il loro spazio di applicazione sul
corpo, quindi lo spazio evidente dell’interfaccia, sia ridotto a
superfici intangibili, atomiche; tuttavia, lo spazio cognitivo che le
interfacce occupano è enorme quanto poco evidente nel loro ingombro, il
plusvalore di codice sistematizzato dal Significante dispotico è
assolutamente penetrante: “La macchina moderna è un dio irriverente e
parvenu che beffa la spiritualità e l’ubiquità del padre. Il chip di
silicio è una superficie di scrittura; è inciso in scala molecolare,
disturbato solo dal rumore atomico, interferenza estrema del nucleare”[9].
Il chip, invisibile ed intangibile,
nascosto, è elemento indispensabile per la produzione di plusvalore di
codice all’interno delle interfacce affinché le interfacce stesse non
siano percepite, ma operino dando senso al funzionamento dei corpi in
maniera totalizzante.
Mario Costa ha intrapreso alcuni studi
molto interessanti sull’estetica della comunicazione, su quest’interfaccia
intangibile, sublimata, che caratterizza le macchine moderne, le nuove
protesi dell’uomo, messaggi senza medium evidente: “Nel 1983 l’Estetica
della comunicazione, ritenendo che la comunicazione neo-tecnologica a
distanza e l’esistenza, allora incerta, delle reti avrebbero, sempre di
più pre-condizionato e ri-configurato la nostra esperienza del mondo,
postulava la possibilità di un comportamento estetico legato all’atto
stesso della comunicazione a distanza, sorretta o meno e complicata da
ogni altra eventuale forma di interfaccia”[10].
Il plusvalore di codice appare e scompare,
ma è sempre presente, nascosto in interfacce mimetizzate tra reti di
comunicazione.
La sublimazione dell’interfaccia porta a
ciò che Costa individua come de-soggettivizzazione del prodotto e del
creatore del prodotto: la macchina. La comunicazione che essa rende
possibile non ha soggetti, trascende qualunque identità e qualunque
tempo: è eterna, necessaria e naturale, atto di una potenza divina,
improcrastinabile, corpo senza organi del capitale.
Un’altra felice intuizione di Costa è che
il sublime tecnologico è “sempre e solo questione di significanti[11]
e i significati, cui il linguaggio è connesso, valgono già come una
perdita dell’essenza e come un autoinganno umanocentrico”[12].
Il sublime tecnologico, o meglio
l’interfaccia sublimata della tecnologia, sembra essere al momento
l’esempio più forte ed evidente di tutto il discorso fatto sul
plusvalore di codice, sulla sua assenza di significato, sulla sua
successiva significazione e sistematizzazione del funzionamento
attraverso un Significante dispotico.
Il potere è sempre più impalpabile e
totalizzante; vi è, paradossalmente, una trasformazione adattiva dello
Stato. Lo Stato si trasforma sensibilmente per continuare nella sua
opera di cristallizzazione, anche se con continue deterritorializzazioni
e territorializzazioni, decodifiche e codifiche.
La trascendenza rispetto all’elemento
individuale e soggettivo comporta un indebolimento del soggetto
individuale: “L’indebolimento del soggetto individuale non è più
soltanto una intuizione della filosofia (Nietzsche, Heidegger, Deridda,
Vattimo…), ma un dato di fatto indotto dalla attuale situazione
tecno-antropologica. E’ possibile rendersene conto a partire dallo stato
attuale del corpo […] : il corpo non è più il principium individuationis
di Aristotele […], ma il supporto o, meglio, il luogo di transito di una
innumerevole serie di impersonali ideologie materializzate [per noi
semplicemente plusvalore di codice all’interno di diverse interfacce
sistematizzato da un Significante dispotico]: i corpi della moda, i
corpi da sottoporre a dieta, i corpi per le mille ginnastiche orientali
e occidentali, il body-building e il body-piercing, i corpi da tatuare,
il corpo delle medicine alternative, i corpi della pornografia, il corpo
dei transessuali, i corpi per l’inseminazione e la gestazione
artificiale, il corpo della chirurgia estetica, il corpo per le protesi
e i trapianti, i corpi da surgelare, da ibernare, da truccare dopo la
morte, il corpo da clonare… e così via: lo statuto ontologico del corpo
si esaurisce così nel suo mero essere segno […] e protesi”[13].
I
linguaggi cui viene obbligato il corpo senza organi, i corpi indicati da
Mario Costa, non sono i linguaggi del corpo semplicemente perché il
corpo non ha linguaggi: il corpo non significa, il corpo funziona. I
linguaggi che si parlano sul corpo non sono altro che interfacce per il
mondo esterno, come tali sono tutte reazionarie e paranoiche poiché
legate a sistemi di significazione. Ogni sistema di significazione è
generato e funziona (questo è il regime molare) coerentemente con le
strutture e i rapporti di produzione che sorreggono e sono sorretti dal
Significante dispotico.
Facendo il verso a McLuhan (“il medium è il messaggio”[14])
e rileggendo Costa, potremmo affermare che il mezzo è il corpo, cioè che
il corpo diventa sempre di più il mezzo attraverso cui si comunica, lo
si significa: “La realtà è oggi costituita da una molteplicità e da una
varietà simultanea di funzioni di scambio. Ciò che viene scambiato
diventa sempre più secondario rispetto ai meccanismi dello scambio [per
noi i sistemi di segni]. Noi non escludiamo la possibilità di indagare
l’universo dell’implosione e della ibridazione dei significati, ma
sosteniamo la preponderanza dei circuiti e delle funzioni [si faccia
attenzione: a livello molare, non molecolare] sulle informazioni.
L’informazione coincide del tutto col sistema di senso che la supporta.
[…] L’estetica della comunicazione sostiene […] la preponderanza dei
circuiti e dei dispositivi sui contenuti dello scambio e
sull’informazione, attribuisce un valore assoluto agli aspetti formali e
funzionali dei sistemi di comunicazione e li attiva per realizzare degli
eventi estetici[15]
puri e sostanzialmente vuoti di contenuto. La vita dell’immaginario è
sempre intimamente legata allo stato e alle possibilità della tecnica, e
l’immaginario contemporaneo, immesso in un ambiente saturo di
tecnologie, va subendo una mutazione senza precedenti.”[16].
E’ sempre più evidente un collasso totale tra regime molecolare e
molare, tra corpo e mondo, tra Significante dispotico e corpo.
Il
plusvalore di codice che esce fuori dalla comunicazione tra corpo e
mondo, tra corpo e protesi, pur difficilmente identificabile, è uno
spazio di cattiva coscienza, spazio tanto profondo quanto poco evidente
nel corpo cibernetico: “La determinazione di protocolli tecnologici è
solo uno spazio ideologico aperto alla riconcettualizzazione di macchina
e organismo come testi codificati attraverso i quali partecipiamo al
gioco di leggere e scrivere il mondo”.
Leggere e scrivere il mondo significa partire da una
riconcettualizzazione del corpo, corpo ormai infuso in protocolli
tecnologici che cercano di far significare miticamente, nascondendone il
funzionamento, il desiderio del corpo.
Ancora una volta l’elemento centrale del discorso del potere sul corpo è
relativo alle traduzioni e alle codifiche tra corpo e mondo: “Nelle
moderne biologie, la traduzione del mondo in un problema di codifica può
essere esemplificata dalla genetica molecolare, l’ecologia, la teoria
evoluzionista sociobiologica e l’immunobiologia. Si è tradotto
l’organismo in problemi di codifica genetica e lettura [lavoro
paragonabile a quello dello sciamano nelle società primitive]. La
biotecnologia, una tecnologia di scrittura, offre un modello di ricerca.
Si può dire che gli organismi hanno cessato di esistere in quanto
oggetti di conoscenza e sono stati sostituiti da componenti biotiche, da
speciali dispositivi per l’elaborazione delle informazioni. […] L’immunobiologia
e le pratiche mediche a essa associate sono ottimi esempi del primato
dei sistemi di codifica e di identificazione come oggetti di conoscenza,
come costruzioni della realtà corporea: la biologia diventa una sorta di
crittografia”[17].
Ci
si rifà ancora una volta alle pratiche mediche, alla malattia, a ciò che
prima Foucault e poi Deleuze e Guattari hanno individuato come
indicatori importanti per comprendere l’intensità della falsificazione
ideologica. Tutto ritorna, però, sempre all’interno di un ragionamento
marcatamente marxista: “Le tecnologie della comunicazione dipendono
dall’elettronica. Dall’elettronica dipendono strettamente anche gli
stati moderni, le corporation multinazionali, il potere militare, gli
apparati dello stato assistenziale, i sistemi satellite, i processi
politici, le creature del nostro immaginario, i sistemi di controllo del
lavoro, la costruzione medica dei nostri corpi, la pornografia
commerciale, la divisione internazionale del lavoro e l’evangelismo
religioso. La microelettronica è il fondamento tecnico dei simulacri,
cioè di copie senza originali. La traduzione del lavoro in robotica e
word processing, del sesso in ingegneria genetica e nelle tecnologie
riproduttive, della mente in intelligenza artificiale e nelle procedure
decisionali è mediata dalla microelettronica. Le nuove biotecnologie
sono più importanti della riproduzione umana. […] Le scienze della
comunicazione e la biologia costituiscono oggetti di conoscenza
tecnico-naturali in cui la differenza tra macchina e organismo è
completamente offuscata, la mente, il corpo e lo strumento sono molto
vicini”[18].
Poiché le interfacce sono tanto pervadenti e totalizzanti da non essere
scorte risulta difficile definire il nuovo corpo cyber: “Nella relazione
tra macchina e umano, non è ben chiaro chi sia l’artefice e chi il
prodotto. Non è chiaro cosa sia mente e che cosa corpo in macchine che
si risolvono in protocolli di codifica. Nella misura in cui conosciamo
noi stessi nel discorso formale (in biologia per esempio) e nella
pratica quotidiana (per esempio nell’economia del lavoro domestico nel
circuito integrato), scopriamo di essere cyborg, ibridi, mosaici,
chimere. Gli organismi biologici sono diventati sistemi biotici,
strumenti di comunicazione come qualsiasi altro. Non c’è nessuna
separazione fondamentale ontologica nella nostra conoscenza formale di
macchina e organismo, tecnico ed organico. […] si intensifica il legame
che abbiamo con i nostri strumenti. […] Perché i nostri corpi devono
coincidere con la nostra pelle? Dal Diciassettesimo secolo in poi le
macchine si sono potute animare, hanno assunto anime fantasmatiche che
le fanno muovere o parlare e che giustificano il loro sviluppo metodico
e le loro capacità mentali. Oppure gli organismi sono stati
meccanizzati, ridotti a un corpo inteso come risorsa della mente. Queste
relazioni macchina/organismo sono ormai obsolete, superflue. Per noi,
nell’immaginazione come in altre pratiche, le macchine possono essere
dispositivi prostetici, componenti chimiche, sé amichevoli. Non abbiamo
bisogno di un olismo organico che ci offra un’integrità impermeabile”[19].
Ancora Haraway affronta il problema del controllo: “Dovremmo aspettarci
che le strategie di controllo si concentrino sulle zone di confini e
interfacce, sui gradienti di flusso attraverso i confini, e non
sull’integrità degli oggetti naturali. […] Nessun oggetto, spazio o
corpo è sacro di per sé: qualsiasi componente può essere interfacciato
con qualsiasi altro se si riesce a costruire lo standard appropriato, il
codice adatto per elaborare i segnali di un linguaggio comune. […] I
corpi sono diventati cyborg, organismi cibernetici,
combinazioni/aggregati di corpi tecno-organici ibridi e testualità. Il
cyborg è test, macchina, corpo e metafora tutti teorizzati e impegnati a
funzionare in termini di comunicazione”[20].
Funzionare in termini di comunicazione è, all’interno del discorso fin
ora portato avanti, una contraddizione: la funzione che comunica, che
significa, non funziona più come avrebbe funzionato senza
significazione, dunque non funziona più. Su questo punto sono molte i
discorsi mitologici portati avanti per l’esaltazione del cyborg.
I
discorsi mitici sui cyborg spostano l’elemento storico residuale,
leggendario, in avanti nel tempo, non più in un passato arcaico e
fondativo; questo futuro mitico è altrettanto ideologico di quel passato
in cui troviamo tutte le giustificazioni significanti del presente.
L’essenza mitica dei ragionamenti su computer, realtà virtuale, cyborg
sembra derivare dallo statuto ontologico delle realtà create dal
computer stesso: realtà senza referente: “Si può dire che l’immagine
generata al computer prosegue proprio nella direzione di una sempre
maggiore accuratezza descrittiva associata a una sempre più scarsa
portata referenziale. Caratterizzata dalla totale numericità degli
elementi che la compongono […] l’icona sintetica ha in comune con quella
pittorica l’irrilevanza rispetto all’effettiva esistenza dell’oggetto al
quale si riferisce. Il referente di questa immagine è il modello
matematico, che ha in sé le regole della sua costruzione. Si può parlare
quindi dell’icona sintetica come di una costruzione autoreferenziale,
nella quale cioè significante e significato si trovano a coincidere. Il
riferimento alla realtà riprodotta, nel caso di immagini realistiche, è
mediato dalla presenza di un forte modello interpretativo [gestalt],
ottenuto con il massimo di astrazione possibile: quella matematica. […]
Secondo studiosi come Edmond Couchot e Philippe Quéau l’immagine
sintetica rappresenterebbe così una vera e propria frattura
epistemologica nella storia della produzione iconica e segnerebbe il
definitivo passaggio dall’ordine della rappresentazione a quello della
simulazione”[21].
La
frattura epistemologica crea discorsi mitici e all’interno di tale
frattura, e grazie ad essa, prolifera plusvalore di codice: “Nel
passaggio da un oggetto alla sua rappresentazione attraverso modelli
logici e numerici si crea uno spazio di trasformazione intermedio in
grado di acquisire una certa autonomia, che viene definita da alcuni
studiosi come scarto numerico della rappresentazione [da me indicato
come plusvalore di codice]. In altri termini quello spazio formale,
dominato dalle convinzioni e dalle regole, che è proprio di qualunque
pratica iconica, nella Computer Graphics sembra essere dotato di una
maggiore opacità e sembra essere organizzato secondo leggi proprie del
tutto indipendenti da quelle della realtà ritratta. E questa totale
indipendenza è ciò che caratterizza l’icona sintetica anche rispetto ad
altre immagini tecniche”[22].
Stelarc,[23]
tra i maggiori artisti della body art mondiale, cade spesso in
confusioni mitico/ideologiche: “Il cybercorpo è irto di elettrodi e di
antenne che amplificano le sue capacità e proiettano la sua presenza in
luoghi remoti e spazi virtuali. Il cybercorpo diviene un sistema esteso,
non semplicemente per sostenere il Sé, ma per enfatizzare l’operatività
e l’intelligenza. […] Il corpo postumano è quello che diventa l’ospite
di nanotecnologie che tendono a liberare dall’invecchiamento, che lo
migliorano nella sua funzionalità [funzionalità di che livello? Molare?
Molecolare?]. Il corpo postumano si estende ad un’entità robotica, si
connette con la Realtà virtuale e si rapporta a un’intelligenza esterna,
artificiale e quindi si potenzia [?]. Il corpo postumano […] è il luogo
dove intelligenze autonome si moltiplicano, dove corpi-macchina generano
immagini alimentate da informazioni autonome che diventano nuove forme
di vita”[24].
Tuttavia, Stelarc ha, insieme alle mitizzazioni ideologiche sulle nuove
tecnologie, delle intuizioni profonde: “Oggi stiamo passando da
un’immagine individuale limitata dalla pelle a un’immagine del Sé estesa
al satellite: io sono parte del satellite e il satellite è parte di me.
La pelle non è più un limite esclusivo, ma un’interfaccia di
comunicazione con la macchina e con i sistemi sensoriali tecnici, come
il satellite, che è un sistema di estensione sensoriale tecnicamente
esistente”[25].
Il
satellite come la rete sono nuovi forti metafore del corpo sociale.
Enormi mitizzazioni ideologiche prendono corpo, si fanno spazio e tempo,
pervadono i codici, centro di gravità per sovrastrutture.
Il
corpo si interfaccia alla rete essendo esso stesso parte della rete, ne
vive simbioticamente. Temporaneamente il corpo è interfaccia, sapere
collettivo, corpo frattale, surplus di codice. La significazione del
molecolare è quasi completa, apparentemente irreversibile, invischiato
com’è, il corpo, in flussi infiniti di codice.
Il
corpo, non più limitato e definito dalla carne e dalla pelle che lo
contiene, diventa corpo disseminato: “Se il contatto sempre più intimo
del corpo con le tecnologie elettromeccaniche intrusive ci fa pensare a
un cambiamento della stessa “materia prima” biologica del corpo, ma non
certo a un deperimento della situazione materiale, le tecnologie
digitali sembrano andare invece verso un’evanescenza del corpo, verso
una sua tendenziale scomparsa nella nuova immaterialità delle
interazioni elettroniche. […] Potremmo dire che i processi di replica
del corpo e invasione del corpo, le tecnologie virtuali cominciano ad
affiancare un terzo processo, quello di disseminazione del corpo nelle
reti e negli spazi virtuali, immateriali delle macchine digitali. E il
corpo disseminato è destinato a modificare e a minacciare un rapporto
basilare, che aveva retto più o meno immutato per decine di migliaia di
anni, il rapporto tra corpo e identità. Sarà il completo stravolgimento
di questo rapporto, probabilmente, quello che segnerà il momento
terminale di uscita dall’era neolitica e dalla sua fase più matura, la
società industriale”[26].
Codice, corpo e surplus di codice si confondono[27],
diventa sempre più difficile discernere, diventa sempre più complicato
individuare le soglie di paranoicità che inglobano le funzioni del
corpo, la loro produzione desiderante dal desiderio positivo[28].
Si sviluppa un’ideologia machiavellica al contrario: i mezzi
giustificano il fine. Il corpo diventa mezzo, interfaccia esso stesso,
significante dispotico, significante che attende strutturate
significazioni, pezzo degli scacchi saussuriani, caduto nella rete,
neurone come variabile dipendente dagli altri neuroni in una
strutturazione funzionale (qui a livello molare) a rapporti di
produzione. La strutturazione del sistema di significati sembra
diventare più importante della significazione del funzionamento stesso.
Dopo aver letto alcuni passi de l’anti-Edipo sul desiderio si
comprendono le molte falsificazioni della coscienza e le illusioni
nascoste all’interno di alcuni discorsi che non distinguono
funzionamento molecolare e molare, che non si rendono conto della
pervasività della significazione del desiderio, che non percepiscono
l’importanza del plusvalore di codice e delle interfacce che lo
contengono.
Molte sono le illusioni di ragionamenti postmoderni anche attorno al
corpo. Il ritorno a valori tribali come la fuga in avanti verso
mitologie cyber[29]
sono piene di ideologia.
Anche Betti Marenko, intelligente ricercatrice visionaria e scrittrice,
cade a volte in illusioni postmoderne: “Quando il desiderio si fa carne,
il corpo diviene l’espressione polimorfa e poliedrica di una mutazione
epocale che lo ri-definisce come esito sostanziato di un progetto
immaginifico che ha più parentele con l’onirico che non con il noioso
razionalismo logico-sequenziale. E’ il corpo post-umano di chi decide
per la differenza, e della differenza fa l’unica possibile semiotica per
un futuro prossimo popolato di creature mutanti”[30].
I
corpi, anche quelli di Betti Marenko, sono inseriti sempre in sistemi
semiotici che ne nascondono il funzionamento: possono essere sistemi che
si rifanno a mitologie tribali o cyber (non importa molto la
differenza), essi sostengono sempre sorveglianza e punizione,
particolari incasellamenti spazio-temporali, illusioni di facili
libertà: “il tatuaggio non sarebbe altro che la prova che la storia,
dichiarato fallito il progetto progressista, si sta ora ripiegando su se
stessa [!?!]. […] Il moderno dichiara bancarotta davanti all’esuberanza
del primitivo. Valori tribali (o quantomeno la loro interpretazione
occidentalizzata) salgono ai primi posti nella classifica delle
priorità. Senso di appartenenza al gruppo [!], il ruolo di un ritualismo
trasformativo che ha nel corpo il suo interprete principale, uno stile
di vita semplice, naturale, che rivaluta la carnalità e i sensi. La
diffusione dei tatuaggi va quindi letta come il manifestarsi di una
tensione verso un’esistenza centrata intorno a questi valori, e non
dominata da competizione, denaro, tempo libero organizzato e profitto a
tutti i costi. […] Il tatuarsi rende forti, il tatuarsi rende liberi”[31].
Miti tribali riportati a galla da illusioni postmoderne di ritorno alla
natura, ripropongono vecchi riti per rendere innocui i corpi, per non
dargli possibilità di Mutazione, per incatenarli allo Stato. La stessa
Betti Marenko intuisce il lavoro di codifica che i riti operano sul
caos, ma non ne comprende le conseguenze reazionarie e paranoiche: “Il
rito è un viaggio nelle terre inesplorate dell’incodificabile,
un’avventura nelle zone intermedie dove le energie fluiscono libere,
dove il potere del caos agisce simultaneamente in tutte le direzioni. E
in effetti il rituale è un’azione celebratoria e performativa che
consente di gestire la crisi di senso indotta dalla presenza di aree non
codificate, fornisce una struttura simbolica che dà un nome all’ignoto e
così facendo catalizza le energie che scaturiscono dal passaggio di
stato, dando loro un senso appropriato [!] e rendendo l’ignoto
assimilabile e metabolizzabile. E’ attraverso il filtro del rituale che
si osservano gli eventi fondamentali di un’esistenza acquistare senso e
produrne di nuovo [ancora le stesse truffe]. La tribù cui si sente di
appartenere continuamente rielabora una propria personale visione del
mondo dell’esperienza, secerne un’emanazione fluida di miti e metafore
che si cristallizzano in una lente attraverso la quale vedere il reale.
Filtro esperienziale condiviso dagli altri membri del gruppo per osmosi,
il rituale determina le coordinate secondo le quali si costruisce una
speciale percezione del reale. Il rito di inizializzazione è la sintesi
dell’intero vissuto del gruppo, della sua storia e del suo futuro, e
questo avviene in un tempo/spazio sacralizzati [il contrario di ciò che
abbiamo indichiamo con deissi continuata e con le T.A.Z di Hakim Bey[32]].
E’ il momento in cui il vissuto del soggetto iniziato fa tutt’uno con il
vissuto del collettivo; l’esperienza del singolo si fonde con quella del
gruppo. La rinascita del singolo è la rinascita della collettività [ecco
lo Stato]. […] Il rituale marca tempo e spazio, marca un prima e un
dopo”[33].
E’
vero però, che il corpo, di tanto in tanto, reagisce alla
significazione, le si oppone, resiste ai significanti dispotici, al
plusvalore di codice, alle interfacce. Il corpo è sempre una zavorra
anti-ideologica. Si oppone ai linguaggi, ai significati, alla cultura.
Il corpo è la traccia più evidente di una resistenza al mondo, alle
strutture. E’ su di esso che il potere deve passare necessariamente per
ogni politica di soppressione del desiderio; è attraverso il corpo che
passa, ancora, ogni politica di liberazione del desiderio dal
significato, dal senso e dalla struttura, dal tempo e dallo spazio
codificati, ma bisogna stare attenti a nuove e vecchie codificazioni. E’
attraverso il corpo che si può affermare una politica di deissi
continuata, che riporti al centro di ogni cosa il corpo stesso, il suo
funzionamento senza interpretazioni, la sua produzione desiderante
schizofrenica, la comprensione e l’utilizzo ironico di tutte le
interfacce. Il corpo è il limite, la zona critica, la lama sulla quale
passano ancora Stato e Mutazione.
Marcare tempo e spazio, con l’industria o con riti tribali, significa
eliminare ogni possibilità di sfuggire alla repressione del potere.
Sullo spazio marcato si applicano le forze della repressione sul corpo,
della socializzazione, della disciplina e della punizione. Attraverso la
sorveglianza di uno spazio organizzato il corpo viene sottomesso
dall’autorità.
C’è
sempre, per i corpi integrati “un tempo e un luogo per ogni cosa”[34],
un significato per lo spazio ed il tempo: “le pratiche spaziali e
temporali possono esse stesse sembrare mito realizzato e diventare
quindi un ingrediente ideologico essenziale per la riproduzione sociale.
L’endemica difficoltà del capitalismo, vista la sua inclinazione alla
frammentazione e alla caducità in mezzo agli universali della
monetizzazione, relativamente ai mercati e alla circolazione del
capitale, consiste nel trovare una mitologia stabile che esprima i suoi
valori e i significati intrinsechi. Le pratiche sociali possono evocare
certi miti e spingere verso certe rappresentazioni spaziali e temporali
che sono parte integrante del loro impulso a controllare la società. […]
la mitologia è presentata in forme abbastanza mitigate (l’evocazione
della tradizione, della memoria collettiva, della località e del luogo,
dell’identità culturale) da rendere il tutto molto più sottile rispetto
alle roche rivendicazioni del nazismo. Ma è difficile trovare esempi del
suo dispiegarsi nella società contemporanea che non evochino in qualche
modo un senso molto specifico di ciò che significa un tempo e un luogo
per ogni cosa. Di qui l’importanza delle pratiche di spazializzazione
nell’architettura e nell’urbanistica, dell’evocazione storica, e dei
conflitti sulla definizione di quali siano il tempo giusto e il luogo
giusto e per quali aspetti della pratica sociale. […] Le pratiche
spaziali e temporali, in ogni società, sono sottili e complesse. Poiché
sono così strettamente legate ai processi di riproduzione e
trasformazione delle relazioni sociali, bisogna trovare un modo per
descriverle e per fare delle considerazioni di carattere generale sulla
loro utilizzazione. La storia del cambiamento sociale è in parte la
storia dei concetti di spazio e di tempo e delle possibili utilizzazioni
ideologiche di tali concetti. Inoltre, ogni progetto di trasformazione
della società deve affrontare decisamente il complesso problema della
trasformazione dei concetti e delle pratiche spaziali e temporali”[35].
Il
tempo e lo spazio risultano dunque strumenti utilissimi e necessari
dello Stato per l’incasellamento dei corpi, per la loro ritualizzazione.
I
tipi di incasellamento possono essere diversi, ma dipendono sempre dalle
necessità produttive del capitale: i corpi possono stare in fabbrica, in
manicomio o a casa, dipende solo dalle necessità riproduttive del
capitale. La disciplina dei corpi, la possibilità di renderli docili
dipende dalle interfacce che vi si applicano. La catena di montaggio è
un’interfaccia del corpo con il lavoro resa necessaria da determinati
modi di produzione, definita da rigidi limiti spazio-temporali. Il
telelavoro risponde sempre a necessità riproduttive del capitale, ma
grazie a nuove interfacce e a nuovi ritmi produttivi, di consumo e di
accumulazione del capitale.
Il plusvalore di codice nascosto
all’interno delle varie interfacce cela il funzionalismo molare relativo
alla produzione e ai suoi ritmi, ma soprattutto il suo senso, la sua
significazione; esso impone, grazie alle tecnologie che sfrutta e su cui
poggia, determinati limiti spazio-temporali: “Il tempo di produzione
insieme con il tempo di circolazione dello scambio rappresentano il
concetto di tempo di rotazione del capitale. Anche questa è una
grandezza di importanza fondamentale. Quanto più rapidamente si recupera
il capitale mandato in circolazione, tanto maggiore sarà il profitto. La
definizione di organizzazione spaziale efficiente e di tempo di
rotazione socialmente necessario sono norme fondamentali sulla base
delle quali si misura il perseguimento del profitto. Ed entrambe sono
soggette a mutamenti. Consideriamo in primo luogo il tempo di rotazione
del capitale. C’è un onnipresente incentivo per i singoli capitalisti ad
accelerare i loro tempi di rotazione rispetto alla media sociale, e di
conseguenza a promuovere una tendenza sociale verso più rapidi tempi
medi di rotazione. Per questo motivo il capitalismo, come si vedrà, è
stato caratterizzato da continui sforzi per accorciare i tempi di
rotazione, con relativa accelerazione dei processi sociali e riduzione
dell’orizzonte temporale del processo decisionale. Ci sono tuttavia
molti ostacoli a questa tendenza: la rigidità della produzione e delle
capacità dei lavoratori, il capitale fisso da ammortizzare, gli attriti
di mercato, i ritardi nei consumi, i rallentamenti nella circolazione
del danaro, e così via. C’è tutta una storia di innovazioni tecniche e
organizzative [per noi ancora interfacce] applicate al ridimensionamento
di questi ostacoli: produzione in catena di montaggio (di automobili o
galline in batteria), accelerazione dei processi fisici (fermentazione,
ingegneria genetica), pianificazione dell’obsolescenza del consumo (uso
della moda e della pubblicità per accelerare il cambiamento), il sistema
creditizio, l’automazione bancaria e così via. È in questo contesto che
l’adattabilità e la flessibilità dei lavoratori [mai così
necessariamente corpi docili] divengono fondamentali per lo sviluppo
capitalistico. I lavoratori, anziché acquisire un’unica abilità per
sempre, possono ora attendersi uno o più cicli di qualificazione e
riqualificazione [nuovi interfacciamenti] nel corso della loro vita
lavorativa. Gli accelerati processi di distruzione e ricostruzione delle
abilità dei lavoratori sono stati fondamentali […] nel passaggio dal
fordismo ai modi flessibili di accumulazione. L’effetto complessivo
della modernizzazione capitalistica, quindi, riguarda soprattutto
l’accelerazione del ritmo dei processi economici e, pertanto, della vita
sociale”[36].
Il passaggio dal fordismo
all’accumulazione flessibile sancisce il passaggio al postindustriale,
al postmodernismo. L’accumulazione flessibile[37]
porta ad un’accelerazione enorme dei ritmi di produzione e consumo, le
mode si inseguono l’una dietro l’altra ad una velocità frenetica, i miti
e le ideologie nascono e si dissolvono nel giro di mesi o settimane.
Tutto ciò è accompagnato da interfacce adatte a mantenere questi ritmi,
esse si poggiano sul corpo in maniera più naturale possibile,
nascondendo codice: “nel campo della produzione delle merci, il primo
effetto è rappresentato da una maggiore importanza attribuita alle virtù
e ai valori dell’istantaneità (cibi istantanei, fast food, e così via)
e della eliminabilità (tazze, piatti, posate, involucri, tovaglioli,
vestiti, e così via). La dinamica di una società usa e getta […]
cominciò a divenire evidente durante gli anni sessanta. Significava
qualcosa in più del semplice buttar via una certa quantità di prodotti
[…]: significava poter buttar via valori, stili di vita, relazioni
stabili, e l’attaccamento alle cose, agli edifici, ai luoghi, alle
persone, ai modi ereditati di fare ed esse. Questi erano i modi
immediati e tangibili in cui la spinta acceleratrice nella società si
scontrava contro l’ordinaria esperienza dell’individuo”[38].