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Nel 1965 Samuel Beckett
scrive e realizza, per la regia di Alan Scheneider, un
cortometraggio di 22 minuti intitolato Film. Sarà il suo unico
lavoro cinematografico. Girato in bianco e nero con la fotografia di
Boris Kaufman, il film si impone allo sguardo dello spettatore
scegliendo come canale comunicativo privilegiato quello visivo. Film
è infatti muto e non ha colonna sonora, né presenta suono in presa
diretta[1]. Protagonista è un
attore-regista simbolo di Hollywood, quel Buster Keaton[2] che ha
fatto della sua immagine la primaria caratteristica della sua
celebrità.
La vicenda narra di un uomo
- Keaton - che cerca di fuggire lo sguardo della cinepresa che
insistentemente lo segue in ogni suo movimento. La scena si svolge
in tre luoghi differenti: una strada, una scala, infine una stanza.
Il protagonista non vuole essere guardato; evita perciò ogni tipo di
sguardo: da quello dei passanti che incrocia per strada, a quello
della donna che scende le scale, fino ad arrivare ad allontanare, in
un’efficace gag (omaggio alla slapstick americana) che sottolinea
l’amara ironia beckettiana, anche gli occhi del cane, del
gatto, del pappagallo e del pesciolino rosso che gli tengono
compagnia in casa. Un’ossessione che lo spinge perfino a coprire con
un panno lo specchio della sua camera che potrebbe riflettere la sua
immagine.
Nell’Immagine-movimento,
Gilles Deleuze, recuperando una celebre espressione del vescovo
Berkeley[3]
dà, dell’opera beckettiana, un’interessante lettura: “Esse
est percipi, essere è essere percipiti”[4]. L’artista irlandese
identifica l’esistenza con la percezione; quindi, la propria
esistenza con la percezione di sé. L’assunto di partenza è anche il
punto d’arrivo del discorso beckettiano: esistiamo se veniamo
percepiti; dunque, non è semplicisticamente la morte ad annullarci,
bensì è l’annichilimento della percezione che gli altri hanno di
noi, e naturalmente noi di noi stessi. La circolarità di questo
discorso viene ripresa dalla circolarità strutturale del film che si
apre e si chiude, programmaticamente, con l’immagine a tutto schermo
di un enorme occhio. Immagine programmatica ed esemplare: “The eye”
era il titolo della prima stesura del soggetto di Film[5] e
eye, “occhio” in inglese, è omofomo di I, “io”, e quindi
dell’io/soggetto/individuo, protagonista della percezione.
Il film rappresenta la cifra
del pensiero beckettiano sul tema dello sguardo e del valore
simbolico del riflettersi. Già il titolo è un efficace gioco sulla
riflessione, alludendo simultaneamente al prodotto filmico e alla
pellicola, ossia al risultato finale e al mezzo (inteso come
supporto fisico su cui si realizza materialmente il
film).
Connesso allo sguardo e
richiamato continuamente, è il tema dell’oblio, della perdita della
memoria, del non riconoscimento della propria identità, o meglio,
del tentativo estremo, definitivo di negare il proprio sé, di
negar-si, fino a scomparire. E la scomparsa qui non equivale
semplicemente alla fine della vita mortale, ma alla cessazione della
propria percezione. Esse est percipi, da cui percipior ergo sum.
Solo nell’annullamento della nostra capacità di percezione,
suggerisce Beckett, si verifica in via ultimativa l’annichilimento
della nostra identità.
E qui rientra il tema dello
sguardo. Attraverso gli occhi, anzi l’unico occhio di Keaton[6], si gioca la partita della
percezione. Il personaggio beckettiano cerca di sfuggire in ogni
modo a qualsiasi tipo di sguardo: da quello delle persone che
incontra (e che sembra nemmeno vedere) agli occhi degli altri esseri
animati che vivono con lui (mette alla porta il suo cane e il suo
gatto, copre poi con un panno il pesciolino rosso e il pappagallo);
si nasconde ripetutamente allo “sguardo” riflessivo dello specchio;
distrugge l’immagine del dio sumero Abu[7]
che con i suoi enormi occhi sembra continuamente fissarlo;
evita di farsi inquadrare dalla macchina da presa.
Successivamente, l’uomo
prende una cartella e ne trae fuori una serie di fotografie che
ricostruiscono tutta la sua vita, dall’infanzia fino alla maturità.
Le fotografie rappresentano, in modo inequivocabile, i ricordi del
protagonista, cristallizzano la percezione del suo passato. Ovvio,
quindi, che egli le distrugga strappandole una dopo l’altra, con un
moto di rabbia crescente. Cerca, così, di cancellare tutta la sua
vita. La foto dell’infanzia, come il suo ricordo, è la più difficile
ad essere strappata.
Deleuze legge Film
attraverso la lente teorica delle immagini-movimento[8], creando un parallelismo tra
i tre momenti del cortometraggio ed ognuna delle singole
immagini-movimento. Nella fuga orizzontale per strada, lungo il muro
e poi su per la scala il personaggio “agisce”, dando vita ad
un’immagine-azione. La macchina da presa lo insegue, astenendosi dal
tentativo di riprenderlo davanti. Essa è l’autopercezione che
terrorizza i personaggi che con orrore vi si specchiano
dentro.
Il secondo momento è
invece focalizzato sull’entrata del personaggio nella stanza. Da qui
in poi, o egli percepisce soggettivamente la stanza e il suo
contenuto, o viene percepito oggettivamente dalla macchina da presa:
è l’immagine-percezione, considerata, secondo il filosofo francese,
sotto un doppio punto di riferimento. L’uomo cerca infatti di
annullare il proprio punto di vista eliminando dal suo sguardo gli
animali e nascondendo lo specchio e gli oggetti simili alle cornici
(la cornice è assimilabile ad un’inquadratura), oscurando così la
sua visione della stanza; apparentemente scompare la soggettiva, per
lasciare all’oggettiva l’unica tipologia di inquadratura ammessa. La
cinepresa (ovvero l’autopercezione) continua a riprenderlo da
dietro: il suo volto ci viene ancora negato. Il personaggio si
accomoda sulla sedia a dondolo, soddisfatto per essersi sottratto ad
ogni eventuale sguardo. L’alternarsi di soggettive e oggettive è
però solo apparente: in realtà, Film è basato su due tipologie
differenti di soggettiva. La prima è la soggettiva del protagonista
che è sfocata e miope: il personaggio beckettiano ha, infatti, dei
seri problemi con la percezione; la seconda è la soggettiva della
mdp, ovvero l’autopercezione del personaggio, che è chiara e
limpida.
Arriviamo così al terzo e
ultimo momento: l’estinzione della percezione soggettiva spegne
anche la convenzione secondo cui la mdp si è sempre sottratta ad
inquadrare il viso dell’uomo. Ad un primo assalto il protagonista si
difende prontamente, raggomitolandosi in posizione fetale. Ma il
secondo tentativo risulta essere decisivo: la cinepresa riesce a
posizionarsi di fronte a lui, e si avvicina inesorabilmente: il
personaggio si desta dal suo momentaneo torpore, svelando finalmente
il suo volto atterrito, con un occhio bendato. La macchina da presa,
seguendo sempre Deleuze, è il doppio del personaggio: entrambi hanno
una visione monoculare. Si dà vita così all’immagine-affezione, quel
tipo d’immagine, cioè, che si origina dalla percezione di sé
attraverso se stessi. L’ultima difesa, la più difficile da
espugnare. Crollate una dopo l’altra l’immagine-azione e
l’immagine-percezione, l’immagine-affezione appare come l’estremo
tentativo di salvare quel che resta della propria identità.
Film, vero e proprio dramma
delle percezioni, ha un finale che lascia spazio a pochi dubbi, a
leggerlo con Deleuze: “Si spegnerà, e tutto quanto si fermerà, anche
il dondolio della sedia, quando il doppio volto scivolerà nel nulla?
È quanto suggerisce la fine, morte, immobilità, nero”[9].
Ed è con la paura dipinta
sul volto di un Buster Keaton terrorizzato che guarda fisso nella
macchina da presa, e quindi nei nostri occhi, che Beckett ci lascia
a riflettere sul valore che diamo, o che dovremmo dare, alla nostra
percezione.
[1]Il silenzio viene lacerato
un’unica volta da un traumatico ssshh pronunciato da una delle donne
che si scontrano, come si dirà, col protagonista.
[2]Appare paradossale, quindi, la
scelta di Keaton per interpretare un personaggio che non vuole, come
vedremo, in nessun modo essere guardato.
[3]Luca Scarlini, Lo sguardo
selvaggio - cinema e televisione di Samuel Beckett, Bologna, I
Quaderni del Battello Ebbro, 2001
[4]Gilles Deleuze,
L’image-mouvement, Paris, Minuit , 1983 (tr. it.
L’immagine-movimento, Milano, Ubulibri, 1984).
[5]Luca Scarlini, Lo sguardo
selvaggio, op. cit.
[6] Lo
sguardo monoculare del protagonista, che ha un occhio, come vedremo,
bendato non può non rimandare alla macchina da presa; la vista
dell’uomo che non vuole riflettersi nell’occhio della cinepresa
sembra intavolare uno scontro percettivo, inizialmente paritetico,
che alla fine si risolve con la “vittoria” della mdp che riesce a
catturare il volto del personaggio.
[7]Luca Scarlini, Lo sguardo
selvaggio, op. cit.
[8]Deleuze distingue le
immagini-movimento in tre categorie: immagini-percezione,
immagini-azione e immagini-affezione. Ognuno di noi, aggiunge, altro
non è che un collegamento delle tre immagini.
[9]
L’immagine-movimento, op. cit. |