Bene o male, [la città] vi
invita a rifarla, a consolidarla in una forma in cui voi possiate
vivere. Anche voi. Decidete chi siete, e la città assumerà
nuovamente una forma fissa intorno a voi. Decidete che cos’è, e la
vostra stessa identità sarà rivelata, come una mappa definita da una
triangolazione. Le grandi città a differenza dei villaggi e delle
cittadine, sono per loro natura plastiche. Noi le modelliamo a
nostra immagine; esse, a loro volta ci foggiano con la resistenza
che offrono quando cerchiamo di imporre la nostra forma personale.
[…] La città che immaginiamo, la città mobile e malleabile
dell’illusione, del mito, delle aspirazioni, degli incubi, è reale,
forse più reale della città fissa che troviamo sulle carte
geografiche e nelle statistiche , negli studi di sociologia urbana,
di demografia, di architettura.
Jonathan
Raban
La
città a più dimensioni
La città è produzione di
segni e immagini, di rappresentazioni che rimpiazzano continuamente
se stesse, che sedimentano, che macerano dando senso e oblio alle
successioni tumorali. Le immagini non ritornano mai se non per
citazioni mitiche, senza oggetto, trascendendo in qualche modo
obsolete contingenze. L’oggetto è sempre assente perché non guadagna
mai abbastanza tempo, non resiste alle erosioni, lascia solo labili
tracce che si prestano a leggende, a planimetrie, a modelli. La
leggenda, il mito non hanno scorza per resistere alla velocità
del tempo e lasciano il vuoto ad altri riempimenti. Ogni parola si
deteriora, si deterritorializza, alla velocità della luce e viene
rifecondata e rifondata da forze neghentropiche. L’assenza si ritrae
e lo spazio guadagna nuove presenze, nuovi racconti, nuove
narrazioni, nuove citazioni: la città è continua
deterritorializzazione e territorializzazione, sono sempre nuove le
parole che la descrivono, che ne incidono i
percorsi.
La città, estensione senza
direzione, è costruzione di altezze, scavo in profondità, gerarchia
di livelli, taglio di piani. La città non vive che per
sovrapposizioni che maturano e deteriorano senza soluzione, senza
alcun circolo, senza ritorno. Le sovrapposizioni non creano
mai stratificazioni ampie, espanse: sono puntiformi, spilli sul
terreno senza ordine e relazione, senza alcun livello comune.
Le altezze non sono confrontabili, sono sempre diverse e non
accettano che in due punti possano essere legati due livelli,
paragonate due profondità. Nella città palazzi, siepi, muri, piloni,
alberi si stagliano dappertutto contro l’alba e il crepuscolo; sul
terreno restano distese ombre, proiezioni, rappresentazioni,
triangolazioni. L’orizzonte della città può anche essere – negli
attimi reazionari di cristallizzazione, di equilibrio precario
- una caverna, falso spazio per direzioni, illusorio percorso
per promenade: spazio totalitario e paranoico, coerente ed
illusorio, statico, granitico. Una dialettica antihegeliana continua
e senza sintesi conquista tutti gli spazi.
L’orizzonte, il passato e il
futuro (sforzi di proiettare e di mantenere il presente nel ricordo
e nella speranza) cercano di imbalsamare ogni passaggio, ogni
trasformazione, ma una babele di piani infiniti racconta sempre
storie con parole diverse, una sintassi singhiozzante rigetta
continuamente i corpi sempre estranei che si accostano per farle
parlare, si muove, muore, rinasce, vomita, sussulta, erutta,
racconta e dimentica, ironizza su se stessa, filosofeggia, mente,
sputa, mangia, si affanna, riesce comunque a parlare, vive. Il
passato è sempre ricostruito e reinterpretato, ripreso e citato in
maniera nuova, per funzioni e scopi sempre nuovi; il futuro non
accetta mai le previsioni strutturali, si adatta alle contingenze di
ogni presente. Lo spazio e il tempo sono talmente compressi da non
prestarsi a territorializzazioni persistenti. La velocità con la
quale si consuma la crescita del tasso marginale di profitto è la
velocità di ogni erosione fisica e mentale dei palazzi, delle
strade, dei vicoli e della loro percezione. Persino luoghi che
cercano di sottrarsi a qualsiasi obsolescenza (cercando di arginare
qualsiasi penetrazione esterna non autorizzata, qualsiasi
ri-fecondazione) come prigioni, manicomi, ospedali, università,
scuole, studi di psichiatri, fabbriche si piegano prima o poi alle
intrusioni, subiscono ripianificazioni, ristrutturazioni,
abbellimenti architettonici. La crisi, latente in maniera
strutturale in ogni angolo, si mostra di tanto in tanto scoppiando
lì dove meno elastiche sono le costruzioni, meno agili i piani,
arrugginiti gli ingranaggi, più alti i cancelli, più rare le
chiavi.
Nella città una
territorialità, per alcuni aspetti ancora feudale, si taglia con una
territorialità capitalistica che necessità di deterritorializzazioni
e territorializzazioni continue. La promenade schizoide, il
pensiero critico, ironico, filosofico, qualsiasi ridefinizione
linguistica sono possibili perché è possibile inserire corpi
estranei (grimaldello di trasformazioni) negli interstizi, farli
agire nei passaggi, approfittare dei cambiamenti.
La città che mostra questa
storia è la Berlino di Wenders (cfr. David Harvey, La crisi della
modernità, Milano 1993, pp. 375 - 393). Il cielo sopra Berlino
mostra la sur-visone dei pezzi, dei piani, dei discorsi senza
sintesi, la schizofrenia dei passaggi e dei tempi. Lo sguardo
feudale degli angeli (continuo, eterno, omogeneo, puro,
monocromatico, globale, impotente, castrato, trascendente) osserva
le effimere frammentazioni terrestri, le parole in lingue diverse, i
luoghi isolati all’interno di labirinti, gli spazi contingenti, i
pezzi incompleti, i tempi eterogenei, gli uomini nomadi
e senza radici: la persistenza dello sguardo feudale si contrappone
alle continue deterritorializzazioni capitalistiche, i tagli sono
infiniti, le sovrapposizioni dei piani incessanti. Il cielo si
specchia senza riconoscersi affatto sulla città, inutilmente oppone
la sua unitarietà illuministica alla molteplicità chiaroscurata
delle incisioni, delle strade, dei palazzi, delle gallerie, delle
cantine.
C’è anche una differenza
sonora: il silenzio assoluto si oppone al rumore, alle voci che non
si incontrano, alle voci che si parlano, alle musiche, alle canzoni,
ai ritornelli, alla dodecafonia schonberghiana che ogni corpo
realizza facendo vibrare la propria carne attraverso la freneticità
dei movimenti.
La città è segno del
paradosso rivoluzionario del capitalismo borghese, unico luogo che
permette definizioni linguistiche sempre nuove, che offre il fianco
al limite, alla sua trasgressione:
"L’epoca borghese si
distingue da tutte le epoche precedenti pel continuo mutamento nella
produzione, per l’incessante variabilità di ogni condizione sociale,
per l’incertezza e il movimento perpetuo da essa creato. La
borghesia ha fatto crollare tutti i rapporti stabili e tradizionali
nelle norme e le opinioni rese venerabili dall’età, e fa si che i
rapporti nuovi invecchino ancor prima di prendere sostanza. Tutte le
gerarchie e tutte le norme vanno in fumo, ogni cosa sacra è
sconsacrata. Epperò gli uomini sono costretti a rendersi finalmente
conto esatto delle loro condizioni di vita e della loro posizione
sociale" [Marx e Engels, Manifesto del partito comunista, trad. it.
Torino, 1934, pp. 59 –60].
L’ovvietà evidente
della città come unico spazio possibile per trasgredire, per andare
oltre, per passare il guado, si traduce nell’unica istanza
filosofica consistente: la dissertazione sui
margini. |