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   Aporia  

Il manifesto di Aporia

 


Lo si può dimostrare sia attraverso un esame di episodi storici sia attraverso un’analisi astratta del rapporto tra idea e azione. L’unico principio che non inibisce il progresso è: qualsiasi cosa può andar bene.

                                                        Paul K. Feyerabend

 Si deve ammettere con umiltà che l’invenzione non è una creazione dal nulla, bensì dal caos

Mary Shelley

 lo scienziato in quanto tale non ha alcun potere rivoluzionario, ed è il primo agente integrato dell’integrazione, rifugio della cattiva coscienza, distruttore forzato della propria creatività

L’anti-Edipo

    


Nota metodologica

Ogni metodologia è sostenitrice di ideologia, di falsa coscienza. Il solo modo per sottrarsi all’integrazione è sottrarsi ad ogni posizione, ad ogni assunto, ad ogni dogma, ad ogni postulato e ad ogni dimostrazione. Anche quest’ultima dichiarazione, dunque, è da intendersi come temporanea e non definitiva.

“Una società che si fondi su un insieme di norme ben definite e restrittive, così che essere un uomo diventa sinonimo di obbedire a tali regole, costringe il dissenziente a rifugiarsi in una terra di nessuno priva di regole e quindi gli sottrae la sua ragione e la sua umanità”[1].

Aporia è fuori da logiche razional-funzionaliste, da previsioni e profezie. Aporia nega sistemi di pensiero dogmaticamente euclidei.

Si rifà molto a Feyerabend (“Contro il metodo”[2]e “La scienza in una società libera”[3]) e Godel.

 Aporia assume le tesi di Godel sull’indimostrabilità della  non contraddittorietà di un sistema formale dato dall’interno dello stesso, che afferma che è impossibile l’esistenza di qualunque sistema coerente che possa produrre verità aritmetiche: “In breve, Godel metteva in evidenza che la dimostrabilità è una nozione più debole della verità, indipendentemente dal sistema assiomatico considerato.”[4].

Essendo impossibile utilizzare alcun metodo scientifico, almeno in questo spazio, aporia sarà il più possibile anarchica nella strutturazione del ragionamento e in ogni dimostrazione. “La scienza è un’impresa essenzialmente anarchica: l’anarchismo teorico è più umanitario e più aperto a incoraggiare il progresso che non le sue alternative fondate sulla legge e sull’ordine. […] La scienza […] è molto più vicina al mito di quanto una filosofia scientifica sia disposta ad ammettere. Essa è una fra le tante forme di pensiero che sono state sviluppate dall’uomo, e non necessariamente la migliore. E’ vistosa, rumorosa e impudente, ma è intrinsecamente superiore solo per coloro che hanno già deciso per una certa ideologia, o che l’hanno accettata senza aver mai esaminato i suoi vantaggi e i suoi limiti. […] la separazione di stato e chiesa dovrebbe essere integrata dalla separazione di stato e scienza, che è la più recente, la più aggressiva  e la più dogmatica istituzione religiosa”[5].

La scienza si è dimostrata spesso credenza, forma retorica che modella il mondo, gli dà senso, lo sistematizza per implementare e sostenere funzioni. Essa si è rivelata linguaggio per traduzioni e conversione di significati, linguaggio del potere.

Una giustificazione forse ancor più profonda della non-scelta metodologica, ma che meriterebbe una trattazione a parte, è relativa ai  problemi linguistici (per esempio vedi le “varianze di significato” sempre in “Contro il metodo”[6]),  e alla critica tecnocratica (“Tecnica e  scienza come ideologia”[7] 1968, “Conoscenza e interesse”[8] 1968 J. Habermas). Per questi temi mi sottraggo impunemente e rimando alle opere citate.


 


[1] Paul K. Feyerabend, Contro il metodo,Milano,1975, Feltrinelli, pag. 181.

[2] Ibidem.

[3] Paul K. Feyerabend, La scienza in una società libera,1978.

[4] Douglas R. Hofstadter, Godel, Escher, Bach: un’Eterna Ghirlanda Brillante, Basic Books, 1979, trad. it. Milano, Adelphi, 1984, quinta edizione, pag. 19.

[5] Op. Cit., Feyerabend, Contro…, pag. 181.

[6] Ibidem.

[7] J. Habermas, Tecnica e scienza come ideologia, Frankfurt am Main, 1968.

[8] J. Habermas, Conoscenza e interesse, Frankfurt am Main, 1968, trad. it. Bari, ed. tip. Laterza 1970.