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   Aporia  

Il manifesto di Aporia

 


Scopo del procedere

Il procedere in questo spazio, in questa Zona Temporaneamente Autonoma, non ha alcuna meta. Il procedere è ludico, non ha alcuna utilità.

Attraverso il procedere saranno impostati - pur con grandissime limitazioni - un discorso, o forse molti di più, senza alcuna necessaria dimostrazione.

Ogni dissertazione sarà rizomatica e incompleta, sarà consapevolmente ideologica e sovrastrutturale (poiché l’unica alternativa è di esserlo in maniera inconsapevole), sarà un inciso ed una continua parentesi, sarà una prefazione ed una postfazione, una serie di Fibonacci e il paradosso di Epimenide, sarà autoreferenziale, indegnamente e gratuitamente spocchiosa, sarà preschizofrenica, un labirinto, il meno possibile spettacolare. Sarà un flusso-schize, una fuga schizo, il meno possibile paranoica e strutturale.

Spero, in ogni caso, che questo spazio risulti il più possibile non funzionale a questa società, alle imprese che la governano e a me stesso. Spero che risulti il più possibile “apocalittico”, nel senso di non integrato e non integrabile, non riciclabile, poco comprensibile e poco frequentato. Spero, infine, di non contribuire a creare alcuna idea generale e sintetica su alcunché.

La promenade potrebbe risultare difficile e noiosa, ma non è assolutamente mia intenzione realizzare alcuno spazio spettacolare. Non ci sono percorsi da consigliare, da pubblicizzare, non ci sono pensieri o parole d’ordine da divulgare, non vi sono slogan.

Scrivendo ciò che ho scritto mi rendo conto di aver cristallizzato forzosamente delle idee, certamente non le mie, e quindi di aver rinunciato, almeno in parte, alla prerogativa sovversiva che mi proponevo di realizzare.

Ogni percorso da aggiungere ai miei sarà studiato, vagliato e distrutto. Trovate pure il modo di contattarmi.


Il concetto di flusso-schize è di Deleuze e Guattari: cfr. Gilles Deleuze e Felix Guattari, L’anti-Edipo Capitalismo e schizofrenia, 1972 Les Editions de minuit, Paris, trad. it. 1975 Einaudi, Torino.

Nell’introduzione di Alessandro Fontana, che mi piace usare e far funzionare qui, si legge: se questo [...] è davvero un oggetto, o un luogo molecolare, fatto di flussi, tagli, intensità, in cui il senso come avvenimento, singolarità, paradosso, simulacro, molteplicità e trasversalità, non appare più tanto come effetto del discorso, ma come il discorso stesso, il discorso desiderante nella sua positività macchinica; se dunque questo libro sembra colmare la distanza tra il discorso e il suo referente, con i tipi di intelligibilità connessi, iscrivendo direttamente la scrittura sulla superficie inestesa del corpo senza organi (corto circuito che delimita lo ‘scandalo’ teorico dell’Antiedipo), se tutto questo è vero , come si potrà parlarne? Farne un referente nuovo, non significa infatti correre il rischio di perderlo irrimediabilmente, molarizzarlo, triangolando, edipizzando da una prospettiva qualunque una scrittura d’acchito nella molecolarità, nell’inconscio produttivo e nel reale? Come evitare l’insidia della rappresentazione? Difficoltà temibile: la macchina desiderante non è un referente come un altro, il corpo senza organi non è uno spazio esteso, l’intensità non appartiene a nessun ordine di intelligibilità, e il reale sembrava, sino ad oggi ‘impossibile’: un limite, un resto, un déchet della struttura e del simbolico e nient’altro.