Stato & Mutazione
Aporia, la promenade schizoide, è una percorso su
piani in continuo movimento che subiscono sia forze centripete di
mantenimento e staticità che forze centrifughe di disgregazione,
mutamento, evoluzione. Non vi è mai sintesi tra le forze, non siamo in un
sistema hegeliano di risoluzione delle forze. Quasi tutto si risolve in
continua corruzione e creatività tra Stato e Mutazione.
E’ Stato l’insieme delle forze e dei poteri,
palesi o meno, che tentano di atrofizzare tutte le energie che portano a
modificazioni strutturali e sovrastrutturali non funzionali ai rapporti di
potere esistenti, non utili alla macchina produttiva e a quella del
consumo. “Lo stato, costituito quale sistema coercitivo di autorità che
detiene il monopolio della violenza istituzionalizzata, rappresenta un […]
principio organizzativo con cui una classe dominante cerca di imporre la
propria volontà non solo ai suoi oppositori ma anche sul fluire anarchico,
sul cambiamento e sull’incertezza a cui la modernità capitalistica è
sempre soggetta”[1].
E’ Stato l’insieme delle forze che
appoggiano il mantenimento dello status quo, i rapporti di potere
stabiliti, le modifiche sovrastrutturali che animano e aprono la strada a
nuovi spazi di sfruttamento.
Sono Stato le narrazioni del potere. Sono
Stato le strutture molari che edipizzano il desiderio, che inceppano le
macchine molecolari, che incidono il corpo senza organi. E’ Stato la
rimozione psicanalitica con il suo inconscio nevrotico-edipico,
figurativo, immaginario e simbolico, strutturale, molare e statistico,
ideologico ed espressivo, fallico[2].
Lo Stato è mito, è gestalt affermata, è
l’insieme delle categorie mentali attraverso cui filtriamo, comprendiamo e
diamo senso al mondo.
Lo Stato è la “riorganizzazione delle
funzioni, un raggruppamento delle forme […]. Lo Stato non è definito
dall’esistenza di capi, è definito dalla perpetuazione o dalla
conservazione di organi di potere. […] La forma-Stato, come forma di
interiorità, tende a riprodursi, identifica a sé attraverso le sue
variazioni, facilmente riconoscibile entro i limiti dei suoi poli, sempre
rivolta verso il pubblico riconoscimento (non c’è Stato nascosto)”[3].
Lo Stato è ripetizione, ritorno continuo,
riproposizione, memoria: “La ripetizione riassume la negatività, raccoglie
e serba il presente passato come verità, come idealità. […] La
non-ripetizione, il dispendio risoluto e senza riscatto nell’unica volta
che consuma il presente, deve porre fine alla discorsività spaurita,
all’ontologia incollocabile […]”[4].
Lo Stato ha fortemente bisogno di una
scrittura sistematizzata, di segni tradotti da Significanti dispotici, del
simbolo e del mito che ne deriva: scripta manent, verba volant. Lo Stato
ha bisogno di una semiotizzazione dell’Universo attraverso la scrittura ed
una regolarizzazione dei segni tra loro attraverso le grammatiche e tutte
le regole di scrittura, attraverso dei significanti che funzionino da
catalizzatori e campi magnetici, da solchi: “è il despota che fa la
scrittura, è la formazione imperiale che fa del grafismo una scrittura nel
vero senso della parola. Legislazione, burocrazia, contabilità, esenzione
d’imposte, monopolio di Stato, giustizia imperiale, attività dei
funzionari, storiografia, tutto s’inscrive nel corteo del despota”[5].
Lo Stato non è, come potrebbe sembrare, la
società, esso è qualcosa che le si impone: “Lo Stato […] non è affatto una
potenza imposta alla società dall’esterno e nemmeno la realtà dell’idea
etica, l’immagine e la realtà della ragione come afferma Hegel. Esso è
piuttosto un prodotto della società giunto ad un determinato stadio di
sviluppo, è la confessione che questa società si è avvolta in una
contraddizione insolubile con se stessa, che si è scissa in antagonismi
inconciliabili che è impotente a eliminare. Ma perché questi antagonismi,
queste classi con interessi economici in conflitto, non distruggano se
stessi e la società in una sterile lotta, sorge la necessità di una
potenza che sia in apparenza al di sopra della società, che attui il
conflitto, lo mantenga nei limiti dell’ordine; e questa potenza che si
emana dalla società, ma che si pone al di sopra di essa e che si estranea
sempre più da essa, è lo Stato”[6].
Lo Stato è unità, struttura: “La nozione di
unità si produce solo quando si produce in una molteplicità una presa di
potere da parte del significante o un processo corrispondente di
soggettivizzazione: è il caso dell’unità-perno che fonda un insieme di
relazioni biunivoche tra elementi o punti oggettivi, oppure l’Uno che si
divide seguendo la legge di una logica binaria della differenziazione del
soggetto. Sempre l’unità opera in seno a una dimensione vuota
supplementare a quella del sistema considerato (surcodificazione)”[7].
“Mutazione”, come “rivoluzione” in Lenin,
indica una potenzialità di cambiamento più o meno radicale, più o meno
duratura, più o meno libera. Mutazione è nomadismo, è caos. La mutazione è
l’ansia della trasformazione, è metamorfosi volontaria, è la necessità
della velocità, del cambiamento, dell’oblio, è la speranza della crisalide
che attende una nuova vita. Proprio perché legata alla velocità la
mutazione non è mai consapevole: “La velocità è il trionfo dell’effetto
sulla causa, il trionfo dell’istante sul tempo come profondità, il trionfo
della superficie e dell’oggettualità pura sulla profondità del desiderio”
(Baudrillard).
La Mutazione non può essere consapevole
perché è inconscia: la rivoluzione, il processo schizoide non possono
essere né coscienti, né li si può situare nel preconscio, essi sono legati
al desiderio, alle macchine desideranti[8].
Mutazione è allo stesso tempo entropia e
neghentropia. Mutazione è energia libera incontrollata, indomata, senza
direzione cosciente. La Mutazione può essere intuizione. Mutazione è
velocità, istinto, assenza di ragionamento, assenza di metalinguaggio,
assenza di autocritica, assenza di qualsiasi forma di coscienza
sistematica, assenza di segno ingabbiato, assenza di scrittura e
dicibilità strutturate.
La Mutazione non deve essere identificabile
come tale, deve sembrare qualcos’altro, deve sembrare reazione più che
rivoluzione, deve essere pre-situazionista. La Mutazione dicibile cessa di
essere Mutazione, forse non lo è mai stata, è sfruttata e utilizzata dallo
Stato, ha già perso la sua carica rivoluzionaria, diventa prima
avanguardia artistica e poi pura retorica. La Mutazione resta tale finché
resta non categorizzabile. La Mutazione non parla di se stessa. Appena ciò
accade, appena la Mutazione è stata identificata diventa facile preda del
sistema di dominio, cessa di essere momento di crisi originale: “La
società industriale avanzata pone dinanzi alla critica una situazione che
sembra privare quest’ultima delle sue stesse basi. Il progresso tecnico
esteso a tutto un sistema di dominio e di coordinazione crea forme di vita
e di potere che appaiono conciliare le forze che si oppongono al sistema,
e sconfiggere o confutare ogni protesta formulata in nome delle
prospettive storiche di libertà dalla fatica e dal dominio. La società
contemporanea sembra capace di contenere il mutamento sociale. […] Questa
capacità di contenere il mutamento sociale è forse il successo più
caratteristico della società industriale avanzata”[9].
Mutazione è macchina da guerra: “esiste in
un’innovazione industriale come in un’invenzione tecnologica, in un
circuito commerciale, in una creazione religiosa, in tutti quei flussi e
quelle correnti che non si lasciano appropriare dagli Stati se non
secondariamente. […] Si direbbe che la macchina da guerra si proietti in
un sapere astratto, formalmente diverso da quello che accompagna
l’apparato di Stato. Si direbbe che tutta una scienza nomade si sviluppi
eccentricamente, molto diversa dalle scienze regali o imperiali. Ed anzi,
questa scienza nomade continua ad essere bloccata, inibita o proibita
dalle esigenze e dalle condizioni della scienza di Stato”[10].
La Mutazione non si rifà ad un soggetto
pensante universale, né a modelli ideali moderni e si espande, quando ciò
accade, senza rivendicare filiazioni né sangue, non si fonda su una
totalità che ingloba, essa si espande su spazi lisci. Lo spazio liscio del
nomade, del mutante si oppone allo spazio funzionale e striato gestito e
creato dallo Stato.
Mutazione è continua dissociazione tra
significante e significato, collasso sistemico.
Tra lo Stato e la Mutazione vi sono continui
passaggi, fughe dall’uno verso l’altro, temporanee vittorie, ritorsioni,
attese, discorsi. Tra Stato e Mutazione vi è una continua guerriglia,
apparizioni e sparizioni, mimesi, attese e paludi. La battaglia non è mai
leale, sempre impari. Tra Stato e Mutazione vive il corpo dell’individuo.
I concetti di Stato e Mutazione sono
inscindibili sia diacronicamente che sincronicamente, è per questo che mi
piace usare tra le due parole la congiunzione “&”, più forte di una
semplice “e”. Non è possibile comprendere i due concetti in maniera
separata, scissa. Ognuno vive dell’altro, ognuno si oppone all’altro, ne
nasce e lo fagocita: “Qualsiasi evoluzione nasce sempre da
eventi-accidenti, da perturbazioni che fanno nascere una devianza che
diventa tendenza, che entra in antagonismo all’interno del sistema,
portando con sé disorganizzazioni-organizzazioni più o meno drammatiche o
profonde. L’evoluzione può essere dunque concepita come una sequela di
disorganizzazioni-organizzazioni quasi-crisiche. […] Così possiamo
comprendere meglio l’intuizione marxiana e freudiana, secondo la quale la
crisi è tanto effettore quanto un rivelatore. Si vede meglio, infatti,
come la crisi riveli ciò che è nascosto, latente, virtuale all’interno
della società (o dell’individuo): gli antagonismi fondamentali, le rotture
sismiche sotterranee, i percorsi sotterranei delle nuove realtà;
contemporaneamente, la crisi ci illumina teoricamente sulla parte sommersa
dell’organizzazione sociale, sulle capacità di sopravvivenza e di
trasformazione. E proprio qui la crisi è qualcosa di effettore. Essa mette
in moto, fosse anche per un momento, allo stato nascente, tutto ciò che
può portare cambiamento, trasformazione, evoluzione”[15].
[1] David Harvey, La crisi della modernità, Basil
Blackwell 1990, trad. it. Prima edizione EST 1997, pag. 137.
[2] Cfr.: Op. Cit. Gilles Deleuze e Félix Guattari, L’anti-Edipo
Capitalismo e schizofrenia.
[3] Gilles Deleuze – Felix Guattari, Sul ritornello.
Millepiani. Capitalismo e schizofrenia, Les Editions de Minuit, 1980;
trad. it. Castelvecchi, 1997 (pagg. 21, 86, 91).
[4] Jacques Deridda nella prefazione a Il teatro e il
suo doppio di Antonin Artaud, Paris, Gallimard, 1964, trad. it.
Einaudi 1988, pag. XXIX.
[5] Op. Cit. L’anti-Edipo, pag. 228.
[6] F. Engels, L’origine della famiglia, della proprietà
privata e dello Stato, trad. it., Roma, Editori Riuniti, 1963, pag.
200.
[7] Gilles Deleuze – Felix Guattari, Rizoma, Millepiani.
Capitalismo e schizofrenia, Les Editions de Minuit, 1980; trad. it.
Castelvecchi, 1997, pagg. 22, 23.
[8] Cfr. Op. Cit. Deleuze-Guattari, L’antiedipo…
[9] Herbert Marcuse, L’uomo a una dimensione, Boston
1964, trad. it. 1967 Einaudi, undicesima edizione, pag. 13.
[10]
Gilles Deleuze – Félix Guattari, Sul ritornello. Millepiani.
Capitalismo e schizofrenia. Sez. III, 1980, Parigi, trad. it.
Castelvecchi 1997 pagg. 93, 94.
[15]
Edgard Morin, Sociologia della sociologia, Fayard 1984, trad.it. Roma,
Edizioni Lavoro, 1986, pag. 201.